Nasce il gruppo “europeisti”, ma chi sa cos’è l’europeismo?

Nel tentativo di consentire la nascita di un Conte-ter sostituendo al Senato la componente di Italia Viva è nato il nuovo Gruppo parlamentare “Europeisti-MAIE (Movimento Associativo Italiani all’estero) -Centro Democratico” in cui la novità sta nell’aggettivo “europeisti” poiché una delle condizioni poste da Giuseppe Conte ma anche da vari esponenti del PD per la nascita di una nuova maggioranza è la discriminante europeisti-sovranisti.

Come sappiamo, alla vigilia delle elezioni del 2018, venne costituito “Più Europa”, che nasceva dalla fusione di una parte dei radicali italiani guidati da Emma Bonino e del movimento di Benedetto della Vedova Forza Europa, poi si unì a loro il Centro Democratico di Bruno Tabacci evitando così al nuovo partito di passare dalle forche caudine della raccolta delle firme, ma il partito con un senatore (Emma Bonino) e tre deputati (Alessandro Fusacchia, Riccardo Magi e Bruno Tabacci) non dispone di un gruppo parlamentare, i suoi eletti si sono mossi in ordine sparso soprattutto nei confronti del governo Conte-bis e – pur esprimendosi per gli Stati Uniti d’Europa – hanno più volte affermato il loro sostegno acritico all’Europa comunitaria e in particolare al mercato unico, alla riduzione del debito pubblico, alla deregolamentazione e alle privatizzazioni ponendo fra le sue priorità il mercato unico.

È la prima volta nella storia della Repubblica che viene posta esplicitamente fra le discriminanti per la nascita di una maggioranza di governo quella dell’europeismo che non è, o non dovrebbe essere, una dottrina filosofica ma un abito politico da indossare per presentarsi con le carte in regola nell’Unione europea.

Altiero Spinelli

 

Perché non possiamo non dirci cristiani” era il titolo del breve saggio scritto da Benedetto Croce nel 1942 in cui il filosofo napoletano sosteneva che il Cristianesimo aveva compiuto una vera e propria rivoluzione che “operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità” che per merito di quella rivoluzione non può non dirsi “cristiana”.

Una rivoluzione nelle coscienze dei partiti

Similmente e per un lungo periodo di tempo l’europeismo ha operato una rivoluzione nelle coscienze dei partiti, nelle organizzazioni professionali e industriali, commerciali, agricole e sindacali e nelle opinioni pubbliche diventando un modello di azione politica, economica e diplomatica e mostrando di essere – come scrisse Altiero Spinelli nella voce “europeismo” per la Treccani – “un vero e proprio abito dottrinale capace di offrire un’interpretazione ed una soluzione a problemi di un’Europa nella miseria e di un’Europa nel benessere, di un’Europa nell’impotenza

politica e di un’Europa ridivenuta fattore importante della politica mondiale, di un’Europa nella guerra fredda e di un’Europa nella coesistenza pacifica, di un’Europa completamente dipendente dall’America e di un’Europa che con l’America ha un complesso contenzioso”.

Al modello dell’europeismo sono state associate fin dall’inizio tre correnti di pensiero che si richiamano al metodo federalista di Altiero Spinelli, al metodo funzionalista di Jean Monnet e al metodo confederale di Charles de Gaulle sapendo che l’europeismo del dopo-guerra si distingue dal sogno antico dell’unificazione del continente perché non aspira ad un nuovo ordine in un futuro indeterminato ma intende promuovere un’azione politica concreta e immediata e che ciascuna delle tre correnti di pensiero ha influito sul sistema comunitario (il Parlamento europeo, la Corte di Giustizia e la BCE sono istituzioni di tipo federale, la Commissione europea è una istituzione di tipo funzionalista e il Consiglio europeo è l’istituzione confederale per eccellenza).

L’acquis communautaire – che traducemmo nel progetto Spinelli del 1984 con l’espressione italiana di patrimonio delle realizzazioni comunitarie – non rappresenta solo un insieme di testi giuridici (trattati, regolamenti, direttive, decisioni, raccomandazioni, pareri, accordi e sentenze) che creano diritti e doveri per le istituzioni europee e le autorità nazionali, le imprese e i cittadini ma ben di più una comunità in senso sociologico prima che politico frutto dell’europeismo diffuso.

Quello che Jacques Delors chiamava l’affectio societatis e si traduceva nel diffuso europeismo era la conseguenza di qualcosa che era diventata progressivamente una componente della vita politica nell’Europa occidentale e dunque non un fenomeno effimero o la risposta all’emergenza nata dai disastri delle due guerre europee divenute mondiali smentendo così l’opinione di accademici, pubblicisti o apparenti esperti che scorgevano la fine del processo di integrazione europea di fronte ad ogni difficoltà che ne rallentavano il cammino.

Jacques Delors

Con l’eccezione di una parte importante ma pur sempre minoritaria della cultura britannica, l’europeismo non ha mai attraversato la Manica da Calais a Dover lasciando libero sfogo ai tabloid inglesi come il Sun, il Daily Mirror e il Daily Mail che hanno nutrito ed anzi hanno addirittura inventato l’espressione euro-scepticism che veniva inizialmente applicato all’ostilità del partito laburista britannico contro le politiche liberiste delle Comunità europee.

L’euroscetticismo ha varcato la Manica

Negli ultimi venti anni l’euroscetticismo ha invece attraversato la Manica da Dover a Calais ed anzi si è radicato in movimenti sovranisti e nazionalisti che esistono ormai in tutti i paesi membri dell’Unione europea avendo conquistato posizioni rilevanti nel mondo politico fino al punto di partecipare a questo o quel governo come forza minoritaria o talvolta maggioritaria unendo al sovranismo il disprezzo per la democrazia e lo stato di diritto.

Il progetto di integrazione europea è entrato in crisi all’inizio del nuovo secolo con il “no” francese e olandese al trattato -costituzionale, una crisi che si è aggravata negli anni della depressione economica a partire dal 2007-2008 e ha rischiato di soffocarlo di fronte alle incertezze e alle divisioni fra gli Stati nei primi mesi della pandemia dando fiato ai movimenti antieuropeisti la cui crescita è stata l’effetto e non la causa delle crisi.

È andato così evaporando l’affectio societatis che ha nutrito a lungo l’europeismo con fenomeni di cooperazione sleale fra i paesi membri e con una crescente incapacità di dare delle risposte a problemi la cui soluzione non può risiedere in politiche nazionali ma solo in decisioni europee.

Di fronte alla crisi del progetto di integrazione europea e in vista delle sfide di fronte a cui si trova l’Unione europea (la sua autonomia strategica in un mondo instabile e globalizzato, il governo dei flussi migratori, le emergenze ambientali e sanitarie, la crescita delle diseguaglianze, la corruzione e l’elusione fiscale, la sicurezza dei cittadini…), alla gestione delle risorse del Next Generation EU e all’apertura del dibattito sul futuro dell’Europa un paese fondatore come l’Italia non può più limitarsi ad un “atto di fede” europeista ma deve fare delle scelte di campo per contare intorno al tavolo dei negoziati europei e internazionali.

È evidente che, rispetto alla fase iniziale del processo di integrazione europea, il metodo confederale ha mostrato tutta la sua inadeguatezza nel dare risposte a problemi che superano le frontiere nazionali ed è diventato il terreno privilegiato dell’azione di chi difende le apparenti sovranità assolute degli Stati paralizzando la capacità di intervento dell’Unione.

Incompatibilità totale

L’esperienza di questi ultimi venti anni ha messo in luce la totale incompatibilità fra confederalismo e europeismo e la necessità di superare i vincoli imposti dal ruolo del Consiglio europeo con particolare riferimento al diritto di veto e al principio della unanimità.

In modo meno evidente, anche il metodo funzionalista ha mostrato i suoi limiti invalicabili essendo stato concepito per la realizzazione di obiettivi settoriali come la Comunità del Carbone e dell’Acciaio o generali ma incapaci di mutare un sistema fondato sulla centralità degli Stati come il mercato interno. In tutti questi anni, il punto debole del funzionalismo è rimasto indissolubilmente legato ad una concezione tecnocratica del processo di integrazione con l’effetto di scambiare – come è stato sottolineato più volte da Altiero Spinelli – l’efficienza esecutrice del potere amministrativo con la creatività del potere politico in una dimensione democratica.

“Un’amministrazione – ha scritto Spinelli – è sempre necessaria per realizzare un piano politico ma tende per sua natura ad irrigidirlo ed a concepirlo come qualcosa di concluso in sé, quindi incapace di generare nuovi piani”. E l’Unione europea ha oggi bisogno proprio di nuovi piani per rispondere alle sfide del ventunesimo secolo.

Se il governo italiano che nascerà dall’attuale crisi politica e la maggioranza che dovrà sostenerlo dovranno agire fino alla fine della legislatura nella primavera del 2023 (che coincide con due anni cruciali del processo di integrazione europea) la discriminante non potrà essere limitata all’alternativa fra europeismo e sovranismo ma fra la scelta del metodo federale indispensabile per creare un vero spazio pubblico europeo e un generico europeismo incapace di dare risposte adeguate ai problemi del nostro tempo e delle nuove generazioni europee.

E’ questa la sfida essenziale di fronte a cui si trova un vero radicalismo riformista e su cui far convergere la cultura dell’universalismo cattolico, dell’internazionalismo socialista e del cosmopolitismo liberale prima in Italia e poi nell’intera Europa.