Nasce (con un brivido)
il nuovo governo Merkel

Per Angela Merkel una rielezione col brivido. Quando il presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble ha letto il risultato della votazione c’è stato un attimo di gelo: la cancelliera vecchio-nuova si è fermata a 364 sì: 35 in meno rispetto ai 399 della somma dei deputati di CDU, CSU e SPD che avrebbe dovuto avere. I no sono stati 315 e 9 le astensioni.

Ora ci aspetta qualche settimana di illazioni e ricostruzioni giornalistiche: chi sono stati i “traditori”? Molti no sicuramente sono venuti dalle file della SPD. La disciplina di partito è ancora un must nella vita pubblica tedesca, ma tutti sanno quanto sia stato tormentato l’approdo dei socialdemocratici alla dura decisione di ingoiare il rospaccio d’un sì alla groβe Koalition che era stata “fermissimamente” esclusa come ipotesi subito dopo le elezioni di settembre. Che qualcuno si sia ritrovato con la propria coscienza nel segreto dell’urna è, in fondo, comprensibile. Il problema è che ci sono buoni motivi per credere che quei 35 no non siano tutti targati SPD. Il dominio di Angela sulla sua CDU, e più ancora sugli irrequieti bavaresi della CSU, non è mai stato assoluto e indiscusso e la novità di un quadro politico che si è frastagliato e soprattutto ha visto emergere con gli estremisti di Alternative für Deutschland una potente concorrenza a destra probabilmente può aver dato coraggio a una fronda che c’è sempre stata e che ora ha trovato una sponda là dove in altri tempi ci sarebbe stato “solo il muro”, come amava dire il padre-padrone della CSU Franz-Josef Strauss.

Sia come sia, il quarto, e quasi certamente ultimo, mandato di Frau Merkel è cominciato sotto una cattiva stella. La “ragazzina” che fu spinta quasi a forza sul palcoscenico della vita pubblica tedesca da Helmut Kohl e che poi s’è conquistata il blasone di donna più potente del mondo ha provato, forse, il brivido di un futuro senza più grandi certezze. E dire che per la prima volta aveva fatto quello che per le tre volte precedenti aveva evitato con gran dispetto della stampa amante del gossip: aveva portato al Bundestag anche il marito, lo schivissimo professor Joachim Sauer che sedeva in tribuna tra la mamma di lei e il figlio (solo suo).

E poi, a segnalare le difficoltà del momento, e quelle che verranno, non c’è stato solo l’imbarazzato silenzio all’annuncio dell’esito del voto, ma anche l’iniziale rifiuto del capigruppo di Afd Alexander Gauland e della sua vice Alice Weidel di andare a congratularsi con l’eletta, come hanno fatto tutti gli altri e come è, ovviamente, costume e buona educazione. I due erano rimasti manifestamente seduti dopo che Schäuble aveva annunciato la rielezione e solo dopo le insistenze di un deputato liberale si sono avvicinati alla cancelliera per una freddissima stretta di mano.

Episodio certamente marginale, ma che segnala una novità fondamentale: per la prima volta nel parlamento tedesco siede una forza che si considera fuori dal sistema e dalle sue consuetudini. E il problema è che questa forza nel Bundestag rappresenta la maggioranza relativa dell’opposizione e al primo partito dell’opposizione la Costituzione federale e i regolamenti parlamentari riconoscono un ruolo istituzionale importante: la presidenza di molte commissioni, la precedenza nel diritto di parola nei dibattiti politici, la possibilità di usufruire di percorsi privilegiati per le proprie proposte di legge e altro. Il proposito di evitare che si creasse questa situazione era stato uno dei motivi, non il primo ma neppure l’ultimo, del proposito iniziale della SPD di restare all’opposizione. Proposito che poi, come si sa, è rientrato grazie soprattutto alle pressioni del presidente della Repubblica Franz-Walter Steinmeier che, per evitare un nuovo ricorso alle urne devastante per l’immagine stereotipata della stabilità politica tedesca, si è dedicato a una potente moral suasion sul gruppo dirigente socialdemocratico. Una vicenda politica non priva di qualche analogia con gli sviluppi della situazione in Italia.

Nel pomeriggio la cancelliera è andata al palazzo Bellevue, sede della presidenza della Repubblica, a presentare i suoi ministri. Sono quasi tutti nuovi e la novità più importante non è per chi c’è ma per chi manca: Sigmar Gabriel. L’ex presidente della SPD era stato scalzato dal posto di ministro degli Esteri nel nuovo governo dall’ex candidato cancelliere e nuovo presidente del partito Martin Schulz che, a sua volta, era stato scalzato dalla rivolta della base. Si era tornati così a Gabriel, che però è stato scalzato per la seconda volta, per volontà, si dice, di Andrea Nahles candidata in pectore per la presidenza che dovrebbe essere consacrata nel congresso di Wiesbaden del prossimo 22 aprile. Queste convulsioni la dicono lunga sul marasma che regna nel più forte e importante partito socialdemocratico d’Europa dopo la grave sconfitta del settembre scorso. Comunque agli Esteri è andato un altro socialdemocratico: Heiko Maas, che nel precedente governo era ministro della Giustizia. Gli altri ministri della SPD sono Olaf Scholz, attuale presidente ad interim del partito, che rileva il posto che fu di Schäuble alla guida del ministero delle Finanze e che sarà il vicecancelliere, Hubertus Heil al Lavoro, Katarina Barley alla Giustizia, Franziska Giffey alla Famiglia e Swenja Schulze all’Ambiente. La Csu piazza il suo presidente Horst Seehofer al ministero dell’Interno e della “Patria” (Heimat), un’aggiunta vagamente inquietante espressamente chiesta da lui, Andreas Scheuer ai Trasporti e Gerd Müller alla Cooperazione allo sviluppo. Cristiano-democratiche sono le ministre Anja Karlizcek all’Istruzione, Julia Klöckner all’Agricoltura e Ursula van der Leyen che viene confermata alla Difesa. Vengono sempre dalla CDU il titolare dell’Economia, Peter Altmeyer, della Salute Jens Spahn e alla Cancelleria Helge Braun.