Namo e Jiyan, in due film
il destino amaro degli “alieni curdi”

I Curdi sono diventati molto popolari in Occidente quando combattevano (e la situazione è ancora piena di tensione e conflitti) contro le milizie islamiche in Siria. Drammatico il destino dei Curdi: una nazione, geograficamente il Kurdistan, ma senza patria. Vivono tra Turchia sud-orientale, Siria settentrionale, Iran nord occidentale, Iraq settentrionale. Hanno un grande problema i Curdi: sono Curdi. In tutte le zone dove vivono sono i diversi per definizione. Mal sopportati, magari odiati, guardati con sospetto. Anche per il tipo di organizzazione politica che si sono dati e l’importante ruolo che hanno le donne.

Una scena di Namo

L’incubo di un’auto davanti casa

Uno dei festival del cinema più interessanti e curiosi che si è svolto dal 11 al 19 luglio (visto in streaming) è quello di Taormina 66a edizione. In due film si parlava dei Curdi.

Il primo film si chiama Namo /The Alien, è un film iraniano del 2020 diretto da Nadar Saeivar. Saeivar ha realizzato dei corti, è sceneggiatore e come sceneggiatore ha vinto ex-aequo con Alice Rohwacher al festival di Cannes 2018 per il film Trois visages, regista e cosceneggiatore Jafa Panahi. E Panahi ha collaborato alla sceneggiatura con Saeivar per Namo. protagonista del film è Bakhtiyar (stesso nome dell’attore che lo interpreta Panjeei Bakhtiyar). Un insegnate curdo che si è trasferito da poco in città in una zona dove si trovano altre minoranze turche, azeri e dove si parla Persiano, il Farsi.

Il protagonista vive con la moglie, la bambina e un neonato, ogni giorno va a lavorare a scuola. Nella strada davanti a casa sua qualcuno si accorge che è parcheggiata un’auto con due persone a bordo, passano i giorni, uno, due, tre, quell’auto con le stesse persone è sempre lì nello stesso posto. E le persone cominciamo a porsi delle domande. Sembra una auto della polizia, ma se è così che cosa stanno controllando e chi? A poco a poco la situazione che si protrae in una città di un paese in cui è bene sapere se e perché la polizia cerca qualcuno, diventa sempre più pesante e coinvolge tutti. E anche se i due nell’auto non fanno nulla, sono solo parcheggiati, le persone cominciano a chiedersi chi è che controllano, perché?

Ovviamente cominciano a porsi il problema che quel curdo insegnante è arrivato da poco, non lo conoscono bene. Cominciano le domande, le domande più o meno esplicite. Lui, l’alieno, non si preoccupa, non ha fatto nulla di male. Non è lui che cercano. Va sempre a trovare il vecchio padre. A poco a poco la vicenda diventa quella di un famoso libro di Kafka. Anche la moglie gli chiede se ha combinato qualche cosa, magari anni prima. Il padre era stato prigioniero politico. A scuola cercano di corromperlo per promuovere uno studente che non se lo merita ma che è figlio di una persona importante. La bambina rompe per sbaglio le gambe di una bambola di una sua amica e scoppia a piangere, E’ lei che cercano?

A poco a poco il film non è più un film realistico su un personaggio indagato. L’atmosfera diventa sempre più misteriosa, le persone sempre più preoccupate alla ricerca di un colpevole. E i due in auto non fanno mai nulla. La storia non si svolge più in Iran, oggi (ovviamente sì, ma la metafora prevale). La moglie lo lascia e va via con i bambini, non lo vogliono più a scuola. Che può fare con un nemico invisibile, che non conosce, che forse non esiste che è nella sua testa o in quella dei suoi vicini. Va a prendere il padre oramai alla fine, il padre che non gli ha mai sorriso, e parte, verso le montagne (del Kurdistan?). Un grande film, con una sceneggiatura molto attenta, una regia molto precisa, ma fantasiosa, misteriosa, avvolgente come deve essere.

Una scena del film Jiyan

 

Quel destino di un bambino curdo

Il secondo film si chiama Jiyan, nome curdo che compare nel motto Jin Jiyan Azadi. Donna vita libertà delle Yekîneyên Parastina Jin (Unità protezione delle donne Curde). Jiyan vuol dire vita.

Arrivano a Berlino un uomo profugo, Haran sposato con Hayat, incinta, curda. Arrivano alla casa dello zio per cercare un lavoro e vivere lontano dai combattimenti. Il film si svolge tutto nel piccolo appartamento tranne le brevi scene finali. La donna non è accolta bene dalla moglie dello zio, un loro amico molto influente nella comunità, chiede al marito come mai gli hanno dato il permesso di sposare una donna Curda. Loro non sono religiosi, di nascosto mangiano wurstel di maiale. Nasce il bambino, la padrona di casa diventa molto più dolce. Il marito lavora in nero, era insegnante, nell’edilizia. Morirà e sarà sepolto di nascosto. Lei viene presa e deportata dalla polizia, la sua domanda di asilo non è stata accolta, il bambino, quello, resterà, avrà forse una vita migliore. Un piccolo film fatto di piccoli dialoghi, di poche parole, di una città e di un paese la Germania che non si vede mai se non alla fine, di notte, il cantiere del dramma. Semplice e diretto, che tocca profondamente. Due storie di Curdi, gli Alieni.