Nadia Murad, la sfida di una ragazza
rapita e stuprata dai miliziani Isis

Incontrare Nadia Murad toglie il fiato e le parole. Perché ogni domanda sembra oscena e ci si sente degli intrusi ad ascoltare la sua testimonianza, sussurrata con voce sottile di ragazzina, nella sua lingua yazida, mentre scandisce con poche pause l’orrore vissuto nei tre mesi trascorsi come schiava sessuale dei carnefici dell’Isis.

Una sorte toccata a migliaia di yazide, la minoranza curdo irachena che lo Stato Islamico ha sistematicamente sterminato o ridotto in schiavitù, in nome di una furia genocida nei confronti degli “infedeli”, colpevoli di professare una religione diversa. Una tragedia a lungo e forse ancora sottovalutata dall’opinione pubblica internazionale e anche dalle mutevoli alleanze che hanno contrastato l’Isis sul campo. Proprio per rompere questo silenzio Nadia, non appena è riuscita a scappare dai suoi aguzzini ha scelto con la determinazione di un soldato, una strada durissima: letteralmente con il suo corpo violato ha dato voce ad una tragedia collettiva.

E’ andata dappertutto a raccontare quello che le era successo, nei minimi dettagli, dettagli orribili, di stupri ripetuti di gruppo, di torture, di schiavitù da un miliziano all’altro, senza sosta per tre mesi. Perché un conto è condannare genericamente le violenze. Un altro è se una vittima prende la parola, ti fissa negli occhi e ti chiede giustizia. Ha raccontato all’Onu, di cui è divenuta ambasciatrice, al Papa, ai leader di tutto il mondo, anche nel mondo arabo – solo l’Arabia Saudita si è rifiutata di riceverla – cosa significa essere vittima di stupro di guerra. Come si legge nella motivazione del Nobel per la pace che le è stato assegnato venerdì – insieme al ginecologo congolese Denis Mukweg –  «ha rifiutato di accettare i codici sociali che impongono alle donne di rimanere in silenzio e vergognarsi degli abusi a cui sono state sottoposte».

La sua vita si è fermata il 15 agosto 2014 quando l’Isis arrivò nel suo villaggio nell’Iraq nord occidentale. 700 fra uomini e donne vennero uccisi. Anche sei dei suo fratelli e sua madre. Lei invece venne rapita con altre 150 ragazze, portate a Mosul, e rinchiuse in centri di “distribuzione”, a disposizione dei miliziani dell’Isis. Altre migliaia di donne hanno subito la stessa sorte. Alcune non hanno resistito e si sono uccise. Una ragazza dello stesso villaggio di Nadia, Lamiya Aji Bashar è stata catturata e sfruttata come schiava sessuale assieme alle sue sei sorelle. Poi è stata costretta a fabbricare bombe e corpetti suicidi ed è rimasta sfigurata dallo scoppio di un ordigno. Entrambe nel 2016 hanno ricevuto il premio Sakarov del parlamento europeo.

La vita di Nadia si è incrociata anche con quella di una donna lontana anni luce dal suo mondo, Amal Alamuddin, più nota come consorte di Clooney, avvocato di diritto internazionale e diritti umani che ha affiancato la ragazza e la comunità di profughi yazidi nella loro battaglia.

Pallida e minuta, ora 24enne, Nadia Murad non sorride quasi mai. Nel 2016, incontrata a Milano al Festival dei Diritti Umani, le avevo chiesto dove trovasse la forza: «È molto dura per me ma la forza la trovo perché continuo a vedere molta ingiustizia. Due settimane fa sono tornata nel campo profughi dove anch’io ero fuggita e ho visto dolore e sofferenza, molte donne in lutto: ogni giorno muoiono bambini, ogni giorno donne vengono stuprate. La trovo lì la forza per testimoniare questa ingiustizia che non finisce. Perchè so che la giustizia è della mia parte».

Raccontava che nella sua vita precedente di ragazzina semplice con tutta la vita davanti avrebbe voluto aprire un salone di bellezza, ma quella Nadia non c’era più, il suo futuro era finito il 15 agosto 2014. Le avevo chiesto come giudicava i suoi aguzzini: «Io non li giudico, io li odio, ma è il mondo che deve giudicarli».