Musica e Sessantotto. Quando la rivoluzione faceva anche le canzoni

Sto lavorando da qualche mese a un concerto di canzoni del Sessantotto, inteso proprio come anno, non come decennio. L’occasione è un convegno all’Università di Nanterre (a fine maggio), dedicato alle controculture nate in Italia a partire da allora. Ho cominciato a scavare, cercando fra i miei dischi, i ricordi di assemblee, manifestazioni e concerti, documenti vari, testimonianze di amici, e senza trascurare Internet, una fonte tutt’altro che generosa sugli avvenimenti che precedono la sua stessa nascita, e spesso – come si sa – imprecisa, ma con qualche eccezione preziosa.

Avevo deciso di includere nella ricerca canzoni di ogni tipo, quindi non solo quelle militanti (come “Valle Giulia” di Paolo Pietrangeli, “Chacun de vous est concerné” di Dominique Grange, “L’Estaca” di Lluís Llach), ma anche quelle di vari generi popular, a condizione che fossero “presenti” nel 1968 o nei mesi adiacenti (fine ’67, primi del ’69). Ero incuriosito dai dati che trovavo: ad esempio, che nel maggio del 1968 il disco più venduto in Francia fosse “Rain and Tears” degli Aphrodite’s Child, o che l’album più venduto in Gran Bretagna per tre anni consecutivi (1966, 1967, 1968) fosse la colonna sonora di Tutti insieme appassionatamente, un film derivato da una commedia musicale del 1959.

Ma come, cosa c’entra col Sessantotto la voce zuccherosa di Vangelis che canta il Canone di Pachelbel? E cosa c’entrano, negli anni di Revolver, Sgt. Pepper’s e Beggars Banquet, le canzoni di Rodgers e Hammerstein II, una coppia di autori che aveva dominato Broadway negli anni Quaranta e Cinquanta?

Man mano che la lista si arricchiva, però, mi rendevo conto che molte di quelle canzoni avevano qualcosa di speciale, una specie di vibrazione, un non so che: e per chi si occupa di musica (e di comunicazione, e anche di politica) un “non so che” è una sfida, qualcosa che ci obbliga a studiare, a capire. Non ci si può rassegnare alle impressioni.

Qualche anno fa, scrivendo un testo di storia della popular music, avevo annotato che dopo l’abbondanza di invenzioni del 1967, e prima della svolta del 1969, quindi tra Sgt. Pepper’s e i Pink Floyd da una parte, e dall’altra Woodstock e il progressive rock (e i cantautori angloamericani, da David Bowie in poi), il 1968 sembrasse per la popular music un anno di pausa, di ripresa del fiato, come se i musicisti si rendessero conto che le cose importanti stavano accadendo altrove. Del resto l’aveva cantato, proprio allora, Mick Jagger: “Che cosa può fare un povero ragazzo se non cantare in una band di rock ‘n’ roll? Perché nella Londra sonnolenta non c’è proprio posto per un combattente di strada…” Ma poi, proprio partendo da quella canzone (“Street Fighting Man”), dal suo sound “duro”, a bassa fedeltà, e ritmicamente tutt’altro che facile, ho cominciato a cambiare idea, osservando come per molti musicisti il 1968 fosse tutt’altro che un anno di passaggio, e rappresentasse il momento di una svolta.

È, fra l’altro, l’anno in cui la formazione discorsiva che contrappone rock a pop comincia a prendere piede: ancora nel 1967 i Pink Floyd si autodefinivano un gruppo pop, e il festival di Monterey (antesignano di Woodstock) si chiamava “International Pop Festival”, mentre il 1969 non solo saluta il ritorno del termine “rock”, ma preannuncia la sua polverizzazione in una galassia di sottogeneri, tutti contrapposti al pop, inteso come musica inautentica e commerciale, non “seria”. E in Italia i due album più venduti sono quelli di Fabrizio De André, fresco reduce dalla decisione di fare il cantautore di mestiere (dopo i diritti incassati dalla cover de “La canzone di Marinella” cantata da Mina).

Cominciano ad avere successo le canzoni di un autore di provincia, fino ad allora sconosciuto (Paolo Conte: sono sue “Azzurro” e “Insieme a te non ci sto più”). E tornando sulla scena angloamericana, i Bee Gees sono popolarissimi da settembre in poi, con una canzone il cui adattamento in italiano (cantato da Mal dei Primitives) nel ritornello dice “Questo disco è il mio pensiero d’amore”. Ma “I’ve Gotta Get a Message to You” dice tutt’altro: è la richiesta di un condannato a morte rivolta al confessore, mentre si incamminano insieme sull’ultimo miglio che conduce al patibolo, di portare un messaggio alla moglie e di chiederle perdono per aver ucciso l’amante di lei. Impegnativo per un successo da Radio Luxembourg e da juke-box, no?

Insomma, non sempre la rivoluzione è nei titoli (nel 1968 i Beatles chiamano così tre pezzi, o forse quattro), ma è lì dietro: chiede di fare le cose sul serio, perché “siete tutti coinvolti” non è solo il verso felice di una canzone di Dominique Grange (quella che anni dopo De André riprenderà in “Canzone del Maggio”), ma un imperativo morale, e al tempo stesso una domanda sociale. A volte, pensando alla musica di quegli anni, si è tentati di pensare che se qualcuno fosse ancora capace oggi di creare canzoni così semplici e intense, serie e trascinanti, il mondo sarebbe diverso. Ma non è così: non sono le canzoni che fanno la rivoluzione, è la rivoluzione che fa le canzoni.