Murales, lacrime e cortei:
Napoli e Buenos Aires
salutano Maradona

Un grande dolore spezza il cuore. Non è un modo di dire. E’ vero. La notizia della morte improvvisa di Diego Armando Maradona ha spezzato il cuore al mondo. Che d’improvviso si è trovato orfano non solo di un giocatore geniale, irripetibile, il migliore di tutti i tempi, non se ne abbia a male Pelè. L’esempio di come un uomo possa diventare collante di sogni, desideri, speranze. Di un povero che ce l’aveva fatta e non si era dimenticato degli ultimi. Dell’individuo slabbrato dalle trasgressioni che il suo grande cuore, proprio quello che l’ha tradito, lo aveva messo a disposizione del mondo che ora lo piange. A modo suo. Certo.

Un pianto collettivo

Un ricordo, un rimpianto, un omaggio non glielo hanno fatto mancare i grandi del mondo. A cominciare dall’autorevole argentino che è Papa Francesco che lo aveva incontrato e con lui aveva dialogato come con un amico. Alla famiglia Bergoglio ha mandato un rosario. Ricordi, rimpianti, omaggi non glieli ha fatti mancare la sua terra di origine, l’Argentina assalita dal virus, che ha voluto salutare il suo campione mettendosi in fila per chilometri e chilometri. Per riuscire a varcare la soglia della Casa Rosada, il luogo simbolico del Paese, e che da oggi lo sarà ancora di più.

E poi c’è Napoli. La sua Napoli che non l’ha mai dimenticato. Non gli ha serbato alcun rancore per un amore finito troppo presto. E gli sta dimostrando la più universale dichiarazione d’amore che una collettività ha mai potuto portare a chi l’ha fatta sognare, chi le ha dato una sensazione irripetibile di riscatto. La Napoli del colera e del terremoto aveva trovato in quel giovanotto brevilineo e riccioluto che in più di cinquantamila andarono a salutare in quello stadio dove avrebbe regnato per sette anni. E che è destinato ad avere il suo nome come Diego si chiamano tanti ragazzi nati in quegli anni.

Un fremito ha percorso la città alla notizia. Il mormorio, un’onda improvvisa, tangibile, ha superato i mezzi di comunicazione. Che fosse successo una cosa grave lo si è saputo a sensazione. E poi il pianto collettivo, l’affollarsi dei ricordi, l’iniziativa che ai napoletani non manca mai per riuscire a mettere su il più grande addio collettivo che si potesse fare in una giornata in cui, strani casi del destino, il Napoli si trova a giocare una partita importante di Europa League contro i croati del Rijeka finita con la necessaria vittoria della squadra di casa in nome del capitano che non c’è più. Necessaria per avere conforto in una serata triste ma anche entusiasmante per quegli undici che si sono trovati a giocare sotto lo sguardo di Maradona.

Vuoti gli spalti, causa Corona virus, il minuto di silenzio in campo. E questa è tradizione. Ma poi un lungo interminabile applauso dai balconi e dalle terrazze di tutta la città ha salutato Diego. Dai quartieri della miseria a quelli che si affacciano sul mare. Come dirgli addio? Subito la piazza intorno allo stadio, con l’esterno degli spalti della curva B trasformato in un altare laico, ha accolto i napoletani che stanno rendendo omaggio al campione che era riuscito a diventare uno di loro. Piazza Plebiscito con una tromba che suona il silenzio. Diego, che quelli che non ce la fanno a distinguersi sempre, perché si sentono i migliori, si ostinano a ricordare ora solo nelle sue debolezze, per le sue intemperanze che non sono mai riuscite a spegnere la luce di quegli occhi neri a volte smarriti. Le dubbie frequentazioni, la camorra, la droga. Tutto questo ha fatto parte di quella vita che si è spenta all’improvviso. Ma che ha fatto battere il cuore del mondo.

Un figlio di Napoli

La città è diventata una grande camera ardente. Ardente di fuochi, di luci, di passioni, di ricordi di tanti napoletani, perché Diego era napoletano, anche formalmente, avendo ricevuta la cittadinanza onoraria nel 2017. E’ piena di lacrime versate per un compagno, un amico, un parente che se n’è andato troppo presto.

A testimonianza di un amore irripetibile ci sono i murales che rendono bella anche la periferia di una città rapinata da una speculazione edilizia senza confronto, gli affreschi che riportano ad una antica bellezza quei vicoli dei quartieri popolari in cui le ferite del terremoto non ce l’hanno fatta a diventare cicatrici accettabili. Su quei muri Diego Armando Maradona si divide l’amore di un popolo, che molto ne ha da dare, con le facce di Pino Daniele, di Massimo Troisi. I grandi che se ne sono andati troppo presto. Tutti vittime di un cuore fragile.

Chi non l’ha provato non può immaginarsi cosa sia sentire cantare “oi vita, oi vita mia” dai napoletani pigiati sugli spalti del San Paolo, fino a starci in ottantamila, per festeggiare il primo scudetto del Napoli. Era il 1987. E il sinistro di Maradona, la sua capacità di dribblare l’avversario facendogli turbinare la testa, il grande talento pari alla genialità, erano riusciti nella realizzazione di un sogno. Me lo ricorderò per sempre quel giorno come quello del raddoppio, il 1990. La Coppa Uefa, la Coppa Italia. Ed anche, ancora brucia, il giorno in cui il Napoli perse con il Milan di Gullit, era il 1988, la possibilità di una doppietta immediata. C’ero. Emozioni indimenticabili come quella di rendere omaggio al suo stadio a Buenos Aires. Mi è capitato anche questo. Che fortuna.

A Napoli ognuno ha il suo ricordo. Veri. Fasulli. Desiderati. La fantasia all’opera in nome di un addio. Poco importa. In queste ore si mostrano tatuaggi che resteranno su braccia e polpacci per sempre. Ci sono gli altarini, molti mai rimossi, uno in un bar è stato allestito attorno a una ciocca dei capelli del campione. A san Gregorio Armeno, la strada dei pastori, sulle bancarelle c’è già un Maradona con le ali. Volato via senza preavviso.

La città piange il suo campione. In un dolore collettivo che va oltre ogni frontiera. Vorrebbe averlo vicino. Lui invece è morto nella sua terra. Era tornato a casa sua pur conservando nel cuore Napoli che lo aveva accolto come un figlio e non lo ha mai dimenticato. Lumini, fiori, messaggi pupazzetti. Scie di fuoco rosso che solcano il cielo e che sono il risultato di una grande cultura dei fuochi d’artificio. Questi però sono silenziosi nel ricordo. Non si festeggia. Oggi si piange l’uomo che ha vissuto una vita complessa, a tratti sul filo del rasoio, folgorante e piena di dubbi. Ma piena d’amore.

Ha ragione Manu Chao. “Se fossi Maradona, vorrei vivere come lui. Se fossi Maradona di fronte a qualsiasi obbiettivo non sbaglierei mai”. Tutti abbiano ben chiaro che “La vita è una tombola”.