Dopo voto, prime mosse tra Veltroni e Maroni

C’è il Quirinale sullo sfondo del confronto, ancora a distanza, tra le forze politiche che si apprestano con i loro eletti a dare il via venerdì prossimo alla diciottesima legislatura. Anche se i  due vincitori, uno, Luigi Di Maio con il suo solo partito, l’altro, Matteo Salvini a capo delle coalizione di centrodestra, continuano a procedere come rette parallele sottovalutando il rischio di non incontrarsi mai se non all’infinito. Poiché, e loro ne sono convinti, solo l’unione anomala tra i Cinque stelle e la Lega potrebbe garantire una sicura maggioranza ad un governo in grado di arrivare oltre l’obbiettivo minoritario di tornare al più presto alle urne per cavalcare l’onda positiva del 4 marzo. Anche se questo porterebbe alla traumatica rottura della coalizione di centrodestra che non è avvenimento da sottovalutare nella situazione attuale. E per equilibri futuri che Berlusconi non sta mancando di ricordare al suo alleata desideroso di autonomia.

Tace e osserva il presidente della Repubblica com’è consuetudine in situazioni come l’attuale. Aspetta le consultazioni nello studio alla Vetrata Sergio Mattarella, l’occasione in cui le carte di ognuno dei partecipanti saranno finalmente scoperte. In cui i protagonisti dovranno guardarlo in faccia e dire cosa vogliono fare davvero fuor di propaganda. In cui strategie e disponibilità dovranno concretizzarsi ben oltre una telefonata o un twitter. I tempi si prospettano lunghi nonostante l’ottimismo di Salvini “Siamo ad un passo…” Molto lunghi prima che al Colle si cominci ad accettare proposte ardite fino all’idea di un nuovo voto. La situazione appare fluida. E’ apparsa tale il 5 marzo. Lo sta diventando sempre di più.

Ci sono letture diverse rispetto a quelle del dopo voto. Nell’immediato a inizio mese l’allora segretario Matteo Renzi rivendicò per il Pd il ruolo di opposizione che gli italiani avevano assegnato al partito con quel poco più del 18 per cento che fa male solo a dirlo. Si è cominciato a discutere tra i Democratici  c’è un segretario reggente, Maurizio Martina, un po’ di circoli stanno riaprendo, la minoranza si è espressa. Ed ora è sceso in campo Walter Veltroni, che ha detto di apprezzare l’attuale collocazione del partito ma non esclude la possibilità che “a certe condizioni e con la regia del Colle il  “Pd dialoghi con i Cinquestelle” su alcuni argomenti come le politiche sociali e il rapporto con l’Unione europea. “Una parte del nostro elettorato è finita ai Cinquestelle, una più piccola alla Lega, il resto, tanto, nell’astensione” ha osservato Veltroni. Una posizione che potrebbe essere anche messa al vaglio degli iscritti con un referendum. Una posizione che non appare di pochi ma trova sostenitori da Gentiloni a Martina, da Del Rio a Calenda al ministro Orlano e Franceschini che lasciano intendere l’intenzione di sostenere il Quirinale nel tentativo di dare un governo al Paese oltre l’asse dei due vincitori fino al 4 marzo incompatibili. Un’ipotesi contro cui si è subito espresso nettamente il gruppo dei renziani.

Qualcosa si muove anche nel centrodestra. E’ ricomparso Roberto Maroni. Per dare l’altolà al tentativo di Salvini di sganciarsi dalla coalizione per andare ad un accordo con Luigi Di Maio. “Una missione impossibile” l’ha definita l’ex presidente della regione Lombardia per cui un accordo del genere a livello nazionale metterebbe in discussione le alleanze di centrodestra sia nelle regioni che nei comuni. “Non si possono fare accordi per il governo nazionale e poi essere su posizioni opposte nelle amministrazioni locali”. Ovviamente Salvini si è subito affrettato a prendere le distanze da questa posizione che relega la sua iniziativa con Di Maio a “governo balneare stile prima repubblica”. “Nulla è impossibile” ha ribadito il leader leghista che continua intanto a strizzare senza successo l’occhio al Pd.

L’euforia per le due vittorie parallele, al di là delle affermazioni pubbliche dei due leader, si sta scontrando con la difficoltà di far tornare i numeri. Già nei primi adempimenti delle due assise parlamentari, cioè l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. E se il voto per il vertice di quest’ultimo, la seconda carica dello Stato, è facilitato da un regolamento più sintetico, difficile si presenta l’accordo per il presidente di Montecitorio in presenza di regole che allungano i tempi. L’accordo tra Cinquestelle e Lega, l’uno vorrebbe il vertice della Camera, gli altri si “accontenterebbero” del Senato è stato messo in discussione dai sodali di coalizione, da Forza Italia e quindi da Berlusconi che sarebbe disponibili ad un gesto di garbo istituzionale, apparente, lasciando il posto ad un esponente del Pd. Apparente perché dalle parti di Arcore l’ex cavaliere sta facendo il diavolo a quattro e sarebbe disposto all’estremo sacrificio per far sì che non si consolidi in alcun modo l’asse tra Di Maio e Salvini. Battagliera anche Giorgia Meloni che rivendica un ruolo per Fratelli d’Italia e a cui non va giù che la presidenza della Camera possa andare ai Cinquestelle che “sono arrivati secondi rispetto alla coalizione di centrodestra”. Domanda da rivolgere a Salvini.

Per superare lo stallo nei contatti di queste ore tra le diverse forze politiche starebbe entrando anche la trattativa per tutte le altre nomine che dopo le due di vertice sono da prevedere. Vicepresidenze, commissioni, segretari e via dicendo, incarichi in cui coinvolgere anche rappresentanti delle minoranze. Così, per allentare un po’ la tensione in un Parlamento in cui il settanta per cento degli eletti è rinnovato e il trentacinque per cento è al primo incarico, le donne sono un po’ di più della precedente legislatura, ma l’obbiettivo 40 per cento di rappresentanza è ancora lontano, in cui ci sono ancora seggi da assegnare per responsabilità di una legge complicata che ha mostrato tutti i suoi limiti. Un tentativo. Ma da venerdì bisognerà cominciare a lavorare davvero.