L’eternità illusoria di un clic
che ci ruba la capacità di vivere

“Tu vuoi le cose che restano, e così/ decidi di immortalarci nell’attimo/ che non esiste prima di esserci, adesso,/e dopo il decesso del gesto./ Ci piace fare i morti, gli eterni, i presenti/ ricordi che svaniranno al prossimo/ aggiornamento di memoria, a danno del dato/ acquisito dal dispositivo rivolto al nostro viso/ fermo, illuminato, spalancato a qualcosa/ che non vediamo, sempre non vediamo -/ il futuro ci fa le smorfie, o è il passato?/ “Tu non credi che venire all’istante sia/ un po’ come il venire allo schermo/
di un fotogramma eterno che nessuno potrà/ tagliare, tagliarci fuori dall’ora che pure/
scompare, qui e sempre non più qui?/ Amore, consola la mia paura/ con un sì”.

“Gli eterni” di Antonio Vittorio Guarino, tratta dal suo ultimo lavoro Cronicismi, pone di fronte a un paradosso metafisico. Il concetto di “eterno” rinvia a un elemento che non appartiene al tempo, poiché da esso non è condizionato. L’eterno non cambia, resta sempre uguale, in esso non sono riconoscibili quelle variazioni che permettono di discernere il prima dal dopo. L’eterno è tale nella sua essenza. Tuttavia, in questa poesia i personaggi fanno gli eterni. L’eternità, allora, da condizione diventa performance. L’eternità qui viene agita. Il paradosso sta in questo: se l’eternità è acquisita tramite un’azione, allora prima di tale azione non si ha eternità. Il che è un controsenso, poiché l’eternità o è sempre tale o non è eternità.

Gli eterni, però, vengono accostati ai morti, lasciando intendere che ci sia una sinonimia tra i due concetti. Il morto è colui che, da un momento preciso in poi, non possiederà, per l’eternità, la vita. L’eternità del morto è negativa e tutta proiettata nel futuro: sarà eternamente colui che non è più.

I due personaggi della poesia, però, cercano di sfuggire all’eternità negativa dei morti per aspirare a quella positiva degli eterni. Lo fanno attraverso l’atto dell’“immortalare”: alcune espressioni, come «aggiornamento di memoria», «dispositivo», «schermi», «fotogramma», rinviano, senza mai essere totalmente esplicite, all’immortalare come gesto fotografico, in un’eternizzazione dell’istante in quanto immagine. Il fare gli eterni, quindi, è sia una “posa” che una “tecnica”: posso agire l’eternità perché possiedo una tecnica che mi permette di farlo. La tecnologia altera la metafisica: in essa c’è la “potenza” (nel senso di “possibilità” e di “potere”) di un’eternità nuova. Ma a quale prezzo?

L’immagine che immortala gli individui in una foto dà l’impressione dell’eternità grazie ai dispositivi di memorizzazione sempre più potenti: eppure, tutto ciò è possibile a patto che si venga «taglia[ti] fuori dall’ora». L’immagine “taglia” gli individui dal tempo, strappandoli alla finitudine, ma li getta “fuori” in quanto soggetti, in quanto esseri in divenire, al fine di “fossilizzarli” nell’immagine eterna.

L’immagine sembra avere quell’eternità positiva che il cadavere non ha: i morti mutano in immortalati. Eppure, il tu deve implorare il «sì» all’io poetico: questa poesia sembra la trama di un inganno che si perpetua attraverso i segni che la tecnologia produce, che rinviano all’eternità senza effettivamente produrla. E quindi si spezza l’incantesimo messo in piedi dalla poesia: no, non esiste una nuova metafisica, essa viene solo “rappresentata”, ma non “realizzata” dai nuovi dispositivi. Alla fine, resta solo la paura del tu che deve andare alla ricerca di un segno, del “sì”, che possa affermare l’eternità, come se un’esclamazione bastasse a renderla reale.

La tragicità dell’uomo contemporaneo risiede nella possibilità di osservare i propri più ancestrali desideri nella tecnologia: nel caso in questione, l’uomo si vede eterno nel fotogramma. Eppure, l’individuo è “tagliato fuori” dalla tecnologia: l’individuo non è lo strumento, quindi può solo contemplare la proiezione di sé prodotta dal dispositivo. L’uomo osserva la sua immagine vivere il suo desiderio: il soggetto resta mancante, ma si illude di poter essere quell’immagine. La performance del dispositivo è diabolica: esso agisce rapendo la capacità d’azione dell’individuo. Il soggetto deve morire per essere immortalato: bisogna diventare cadaveri che osservano per poter immaginare la propria eternità.