Monticchiello, in scena il dramma
alla ricerca di un nuova storia

“Il teatro porta alla vita e la vita porta al teatro”, diceva il grande Eduardo De Filippo. Lo sanno bene che è così gli attori del Teatro povero di Monticchiello. Donne e uomini che nel corso della loro lunga esperienza hanno messo la vita al centro del palcoscenico e il palcoscenico al centro della vita.

I cittadini che diventano attori

Un’avventura straordinaria che ormai dura da più di cinquanta anni e che costituisce un unicum nel panorama del teatro popolare: i cittadini che si trasformano in attori, gli attori che tornano cittadini. Un gioco di specchi tra finzione e realtà, tra essere e apparire alla fine del quale la vita e la sua rappresentazione sono uniti dal filo rosso dell’essere comunità. Un piccolo noi, invece che tanti io.
Anche lo spettacolo di quest’anno segue questa filosofia, restando fedele allo spirito di un teatro che nasce nel vivo delle contraddizioni e delle storie che si “aggomicciolano drento” giorno dopo giorno. E che porta in piazza le gioie, i dolori e le passioni di una comunità che vive sulla propria pelle i contrasti della modernità.

La prima prova di una nuova regia

Ma quest’anno c’è qualcosa in più. Ed è qualcosa che attraversa il paese della Val d’Orcia, interroga gli abitanti e gli attori: ce la faremo a passare di là, a raggiungere l’altra sponda del fiume che scorre, senza cadere giù? Senza farci del male, resistendo ai venti avversi e restando noi stessi? Noi, cittadini attori sul grande teatro della vita?

Non sono domande facili. Ma sono le domande che caratterizzano “Stato transitorio”, l’autodramma portato in scena – ed è la novità di questa fase di passaggio – per la regia di Giampiero Giglioni e Manfredo Rutelli. Quest’anno, infatti, il regista storico del Teatro povero, il visionario Andrea Cresti, ha fatto un passo indietro dopo quasi quarant’anni di direzione. E il cambio di regia ha creato un po’ di disorientamento nella comunità che si è ritrovata come spogliata di alcune certezze del passato. Ma, come in tutti i passaggi, il vento del cambiamento alla fine spinge ad osare, a tentare nuove strade, a reinventarsi. Mette alla prova la maturità degli attori. E il primo esame sul palcoscenico è superato: con passione e con professionalità. La vita in fondo continua, cambiare è nella sua natura.

Un autodramma più autodramma del solito

Proprio perché la storia del cambio ha segnato la vita della comunità, quello di quest’anno si può dire che sia più autodramma del solito. Lo “Stato transitorio” è infatti la rappresentazione di un travaglio.

Non a caso lo spettacolo comincia con un palco incompleto e gli attori che si agitano cercando di finire i lavori in tempo per la prima. Con l’ansia di non farcela, di restare nudi davanti alla propria impotenza, a tratti divisi anche dalla necessità di continuare. Serve ancora a qualcosa questo teatro?

“Io ci credo davvero che il teatro sia una cosa importante, bella”, irrompe Albo. “È che è un’eredità difficile, delicata. Ma un’eredità che va lasciata – gli fa eco Rosanna – perchè riguarda tutti noi”. E aggiunge: “Non è il legno del palcoscenico che è invecchiato, siamo noi responsabili, non altro…Tra noi e il futuro è tutto appannato, pieno di nebbia. Ecco l’inciampo, eccolo qui”.

Come risolvere l’inciampo

L’inciampo si supera se si riesce a resistere. A difendere lo spirito pubblico di una comunità che è viva solo se unita, che è unita solo se mantiene i suoi servizi sociali e la sua vocazione all’accoglienza. Per fare tutto questo c’è bisogno dei giovani. Perché quando si invecchia si diventa fragili e viene meno la forza di continuare e sono i giovani che possono ridarti l’energia necessaria.

Gli altri in fondo che ne sanno delle tue fatiche, della tua passione, della tua dedizione a un’idea? Non lo sa, per esempio, la giornalista che arriva e con aria insolente “provoca” gli attori. Lei non crede a nulla di quello che le raccontano. Pensa che siano pagati bene, oppure che lo facciano per far contento qualcuno che conta e che poi potrà ricambiare con qualche favore. Non ci crede che il motore sia la passione e la partecipazione.

Pensa addirittura di doversi occupare di una sagra, lei che invece di solito segue la moda, e non di un teatro, della ricerca della verità dentro la vita.

Riappaiono le storie del passato a rafforzare il senso di una missione: i poderi, le lotte per l’eredità, la guerra, la fuga verso Montepulciano sotto i bombardamenti dei bambini portati in salvo dalla domestica della marchesa Iris Origo. Tutte storie vissute e raccontate, lì su quel palco in piazza, nel corso della lunga vita del teatro.

Alla ricerca di un futuro possibile

Ma il futuro? Dov’è il futuro? Il futuro ci sarà se anche i ragazzi saliranno su quel palco a giocare con la vita e i sogni e continueranno nell’opera di raccontarsi. Ma dove sono i giovani? Sono a Roma a manifestare contro i cambiamenti climatici, dice qualcuno. A inseguire altri problemi, altre emergenze.

Ma poi irrompono sulla scena con la loro energia. E si mettono al lavoro e finiscono di montare il palco. Sono loro il simbolo di una storia che continua. Di una storia che, nonostante tutto, rimane viva.

Il finale non è altro che l’inizio: “Signore, signori, benvenuti al Teatro povero di Monticchiello”, dice Arturo rivolto al pubblico. Lo spettacolo finisce, ma al tempo stesso comincia. Finisce lo stato transitorio, una nuova storia nasce…

* Teatro povero di Monticchiello, “Stato transitorio”: fino al 14 agosto tutte le sere (tranne il 29 e il 30 luglio) alle ore 21,30 in piazza della Commenda.