La piazza di Monticchiello,
il teatro povero e l’ospitalità

Se la piazza diventa un teatro, la vita tesse le sue trame in pubblico. Ed è una medicina contro oscurità dei fini dell’epoca. Il bene comune si prende il suo spazio e l’identità forte di un luogo, di un borgo, di un paese o di una valle, rende più chiare e coraggiose le posizioni. Più una comunità è consapevole, meno è raggirabile. Meno è ottusa e razzista.
Per questo l’esperienza di Monticchiello va legata a quella dei Tamburi migranti che proprio sull’acciottolato del piccolo borgo hanno fatto ballare la piazza. Senza distinzioni. Solo musica, donne e uomini.
Afferma sapientemente l’antropologo Piero Clemente: una componente centrale della resistenza di Monticchiello è stata la creazione degli autodrammi e del Teatro Povero, negli anni Sessanta del Novecento. Una ‘patrimonializzazione’ – si potrebbe dire – del loro disagio, dell’incertezza del futuro, investiti nel teatro come luogo di confluenza di saperi immateriali, memorie, competenze, gestualità. Qui, in una cornice di Toscana classica, di turismo termale e colto, tanti bambini hanno avuto la chance di diventare attori, tanti anziani hanno raccontato storie che sono diventate spettacoli, molti di loro sono ricordati come protagonisti di questo loro teatro, fondatori perché creatori di uno stile, di un modo di stare nella scena legato a un carattere, un tratto della vita precedente. Da loro si impara e di loro si parla, e spesso sono gli stessi protagonisti delle battaglie per non abolire la posta, per avere trasporti, essendo pensionati sono attori ma anche rappresentanti di una comunità che lotta per non scomparire, per non perdere servizi, per restare in rete con il mondo nuovo, per non far andare via i figli.

In questi tratti si pone l’esperienza dell’ospitalità di cinque gambiani: Lamin, Ibrahim, Momodù, un secondo Lamin e Fabakary. Gianpiero Giglioni, presidente della commissione cultura del Teatro Povero, in un intervento pubblico ha detto: recentemente abbiamo deciso di occuparci più intensamente anche di quest’altra ‘minoranza fragile’, con la quale avvertiamo una sintonia: quella dei migranti, dei richiedenti asilo…
Minoranza fragile, ed è perfetta come definizione. Perché solo chi ha coraggio può occuparsi di chi è fragile. Chi vive in una gabbia, forte di vaghe conoscenze rimasticate sui social, mostra il ghigno peggiore, pensa che solo i recinti possano definire sicurezza e decoro, alleviare l’angoscia del tempo.

Della comprensione reciproca che abbatte i muri.
I cinque ragazzi vivono in due strutture messe a disposizione dal Teatro Povero, nella foresteria e in un altro appartamento vicino al Granaio. La cosa più importante era coinvolgere tutto il paese – dice Fabio Rossi, tra i responsabili del progetto -. Come cooperativa abbiamo scelto di prenderci il rischio di questa decisione, non tutti i soci erano d’accordo, nel paese abbiamo avuto anche critiche pesanti. Ma alla fine è stata una crescita collettiva. I cinque ragazzi non sono stati ospitati e basta, sono entrati in relazione con la comunità. Prima è nato un gruppo spontaneo di cittadini per dare una mano, poi come cooperativa abbiamo costituito una commissione specifica: docenti per l’apprendimento, un medico, uno psicologo e tante persone di Monticchiello che si sono occupate e si occupano di questioni pratiche e burocratiche. Loro non sono ospiti, fanno parte del paese, hanno rapporti con tutti. Chiamano mamma e aiutano una signora disabile che parla inglese, giocano a calcio con la squadra locale.

Anche chi era ostile si è ricreduto. L’arrivo di questi ragazzi ha cambiato la vita a ognuno di noi – aggiunge Rossi -, ha cambiato il nostro punto di vista, abbattendo recinti ideologici, sconfiggendo ostilità, ma anche pietismi. Li abbiamo ascoltati, abbiamo anche capito il perché di certi loro risentimenti. È stata necessaria una comprensione reciproca.
Per esempio sono andati a vendemmiare nei poderi. E gli abitanti a turno li hanno accompagnati e sono andati a riprenderli. Guadagnano qualcosa, si impegnano. Uno di loro appena uscirà dal programma comincerà a lavorare in un ristorante. È bravo in cucina, dice Fabio. Per gli altri si vedrà. C’era un progetto per farli tornare in Gambia con dei soldi (guadagnati da loro) e con un progetto di lavoro nei loro territori, ma tutto è andato in fumo. Per la guerra civile che si è riaccesa, per la situazione di invivibilità nel loro paese.
Non sono saliti sul palcoscenico, quello no, non se la sentivano. Ma c’è tanto lavoro da fare e serve tutto a teatro… A salire in scena è stato invece Athanase Tuyikeze, trentenne del Burundi, laureato in agronomia che vive a Montepulciano. La sua storia mi aveva colpito – dice Andrea Cresti – l’ha raccontata in pubblico nella sua lingua e poi in italiano. Athanase lavora per sviluppare nel suo paese di origine i concetti appresi durante i suoi studi e nelle esperienze vissute qui in Toscana: quindi ha fondato una cooperativa di mutuo soccorso per coltivare orti, allevare animali. La cooperativa si chiama Dufatanemunda, l’unione fa la forza.

La sorprendente disponibilità dei contadini.
Andrea Cresti è dal 1981 il regista-artista del Teatro Povero. La sua abitazione a Monticchiello è accanto allo studio da pittore. Un gatto fa la guardia alle opere, sdraiato su un dipinto. In cima ai due piani di scale, la casa è un prolungamento dello studio-galleria. Opere d’arte ovunque. Per sederci e conversare è necessario uno slalom tra cavalletti e quadri. Ottimo, un buon modo per entrare nel tema dell’arte come luogo di incontro-scontro, di dissenso ed etica del discorso.
Ospitalità, solidarietà, umanità. Il discorso si srotola intorno a questi temi, per capire. Per avere più elementi per comprendere il perché questi territori abbiano un approccio sereno a quello che per il resto del Paese è un dramma.
Io credo che dipenda anche da un retaggio storico – dice Cresti -, questo era un paese che campava di mezzadria, anche il piccolo artigianato viveva grazie alla mezzadria e la particolarità che io ho sempre riscontrato nella normalità della vita dei poderi è che i contadini erano molto aperti. Ho notato negli anni una sorprendente disponibilità verso la persona che veniva da fuori. Disponibili, aperti ma contemporaneamente guardinghi. Non si fidavano, ma non alzavano muri verso lo straniero o il diverso.
Il regista-pittore racconta meravigliose storie di uomini che vivevano andando di podere in podere a leggere l’Unità ai contadini. Militanti? No, quella era la loro vita. Leggevano in cambio di ospitalità. C’era quello che aveva trovato nel campo una pentola d’oro e andava in giro e si faceva interrogare dai ragazzini su tutte le capitali d’Europa… poi quando lui rispondeva pagnotta si capiva che aveva fame. E lo sfamavano. C’era un altro che girava con tutti i barattoli vuoti legati ai piedi. C’era un signore che era scappato dopo un bombardamento da un carcere, lui era un omicida. Viveva qui intorno nelle campagne e ha vissuto così per tanto tempo. Lui aveva consegnato ad alcune famiglie di contadini i suoi risparmi perché li potessero dare ai figli in caso di morte o di arresto. C’era una sorte di fiducia, tra uno che era anche ricercato e i contadini.
Conclude con una frase bellissima: …tutte persone che non portavano nulla se non la differenza dal mondo che era considerato normale.

Forse la chiave è proprio in questo evitare facili giudizi. Conoscendo la fatica e la fame, generazioni e generazioni hanno accolto il viandante e aiutato chi era in difficoltà. Tra vicini si sono dati una mano nei lavori dei campi. Strappando la terra alle pietre, costruendo con quelle pietre le case. Nelle discussioni accese, lo dimostrano anche i temi del Teatro Povero, ma in un rapporto forte che ancora oggi tiene insieme questi luoghi. Lo straniero che percorre la Val d’Orcia, che arriva per restarci, perché in fuga dalla guerra o dalla fame, trova un luogo non contaminato dalla bruttezza dei comportamenti. Per ora, si spera che sia così a lungo.

Già, si spera che non dilaghi la modernizzazione di rapina, la svendita di un patrimonio di bellezza e identità a un turismo facile e non consapevole, a un sistema di mercificazione della cultura del territorio. Si spera che non venga ridotto a location o luogo di investimenti. E che si possano continuare a raccontare queste storie di umanità, di cura e attenzione.
E per sperare che così sia, occorre continuare ad agire sui territori, a coltivare cultura, per rendere più forti sensibilità e identità, per meglio proteggersi quindi dalle ventate mediatiche che instillano xenofobia e ignoranza. Monticchiello e la Valdorcia, senza paura, ci indicano questa via del coraggio per il futuro.

[FINE]