Montanelli razzista
Lerner vacilla
Travaglio si supera

Non è l’aspetto monumentale quello che più interessa della vasta discussione in corso sul destino della statua di Montanelli. E neppure la vicenda “privata” del grande giornalista conservatore è l’angolo in sé più degno di considerazione. Quello che più merita attenzione è la giustificazione che i suoi epigoni, e anche i suoi timidi censori, hanno portato a sostegno della approvazione o stigmatizzazione dei piaceri carnali inseguiti in terra d’Africa.

Gad Lerner, approdato al Fatto, il più autorevole giornale governativo che come si vede ha un impianto culturale di destra e che però esprime diverse declinazioni in campo politico, respingendo il modello di scrittura di Montanelli si mostra più comprensivo per ciò che concerne gli “amori” ricercati in età imperiale. L’argomento di Lerner è che in fondo si trattava di “consuetudini odiose ma considerate normali all’epoca”. C’è un “ma” di troppo che esce dalla sua penna e che potrebbe risultare pericoloso.

Lo storicismo relativistico di Lerner, entro certi limiti, ha una sua plausibilità ma in assoluto, applicato su questioni eticamente sensibili di soli 80 anni fa, è molto scivoloso. Se il metro di un giudizio etico-politico è il tempo, e quindi ciò che indicano le credenze maggioritarie, allora tutto diventa possibile. Forse in età non remote l’antisemitismo affondava su più o meno larghi pregiudizi popolari e ciò però non cancella l’assoluta riprovazione che le pratiche di persecuzione (sempre) meritano. Con lo stesso metro di Lerner (che è quello conservatore della corrente antilluminista che va da Burke a Berlin) in certe isole i diritti civili non sono esigibili perché in contrasto con gli usi e le convinzioni radicate. Oggi in svariati territori l’opinione riguardo i migranti non è di sicuro benevola e però questo brodo di odio contro i diversi non dovrebbe funzionare da amnistia per gli atti ostili che in molte periferie sono sorti in spregio alla presenza dei rifugiati.

Ai limiti del grottesco

Ma, sul giornale di governo più influente, altre penne si sono cimentate sulla questione dell’ambito di validità dei diritti. Il protagonista delle campagne contro le cene eleganti di Arcore e del mercimonio del corpo delle donne, scrive oggi cose ai limiti del grottesco in difesa delle eiaculazioni tropicali del suo mentore. Secondo Travaglio la compravendita di un corpo di fanciulla non ha niente di riprovevole perché rientra nelle consuetudini del tempo e quindi è santificata dal bel suol d’amor. Dai cascami della scuola storica del diritto, cioè dalle corde della cultura reazionaria della vecchia Europa non a caso stigmatizzata da Hegel e da Marx, Travaglio ricava la pattumiera teorica per esaltare il valore fondativo della cattiva consuetudine. E presenta l’acquisto,da parte dell’ufficiale italico, del corpo di una dodicenne come un “matrimonio provvisorio, formalizzato con tanto di contratto pubblico”.

Con parole e categorie giuridiche messe a casaccio, il giornalista che guida le danze contro l’orco salviniano, ritiene che tra l’ufficiale di un esercito occupante e una bambina sia intervenuto un regolare contratto e che quindi esistano le condizioni psicologico-affettive-sentimentali che autorizzano ad adoperare la locuzione di “matrimonio provvisorio”. Nessuna violenza, nessun illecito, ma un normale contratto a tempo (nel quale il padrone del corpo femminile può alienarne la disponibilità ad un ascaro che in segno di riconoscimento dà il nome del venditore alla prole). Alla luce di questa categoria giuridica, Travaglio esalta la successiva autorizzazione di Indro a concedere, in qualità di proprietario pro-tempore, l’uso del corpo della fanciulla acquistata a uno dei suoi “trebulukbasci”. La libera circolazione delle minorenni mediata dal denaro è una pratica che il tempo giustifica e assolve quanto a liceità e anche liberalità.

Ogni ombra di violenza va scacciata perché, secondo Travaglio, malgrado l’età in fiore si trattava comunque, alla luce degli usi tropicali, di “una donna da marito” e per giunta infibulata. Niente violenza, niente pedofilia ma un lecito contratto siglato in ragione di usanze da venerare che impediscono di estrapolare una nozione unitaria di persona, di genere umano. Secondo Travaglio non esiste quindi in radice la categoria dei diritti umani, ma si rintracciano solo delle consuetudini localiche sono valori non discutibili. E quindi basta andare in paesi lontani, dove ancora oggi certe usanze si conservano, per ricevere l’assoluzione del sacerdote che inveiva da ogni pulpito contro la violazione del corpo della nipote di Mubarack.

Luoghi comuni ultrareazionari

Insuperabile diventa la penna antropologico-relativista di Travaglio quando cerca di allontanare ogni ombra di razzismo nella “unione di Indro e Destà”. Secondo il tradizionalista Travaglio,il razzismo in senso proprio è semplicemente il voler imporre stili e valori ad altri popoli. E quindi il battaglione di occupazione, con le sue pulsioni di sesso che andavano pure soddisfatte, non imponeva valori ma, acquistando bambine a un modico prezzo, riconosceva i “simboli di integrazione” e dunque mostrava il rispetto dovuto alla bella tradizione. Razzista sarebbe stato l’ufficiale coloniale in preda a istinto sensuale se avesse rispettato la dignità della bambina “da marito” e lasciato cadere l’offerta di ricavarne piacere carnale dietro una consegna di denaro.

La ciliegina che Travaglio depone sulla torta di luoghi comuni più reazionari si assapora quando sostiene che “un razzista con una donna africana non ci prende nemmeno un caffè figuriamoci sposarla”. Quindi, chi invece sul corpo di una fanciulla africana spruzza volontà di possesso è un autentico gentiluomo da ingaggiare magari nelle campagne mondiali contro il razzismo. A conclusione delle sue riflessioni da incubo sul “madamato” Travaglio così sentenzia in merito al lascito coloniale di Montanelli: “Se Gad ora scrive su un giornale senza padroni,un po’ lo deve anche a lui”. Povero Lerner, per scrivere su un giornale senza padrone, deve accollarsi e condividere (c’è quel “ma” di troppo che è disarmante al riguardo) tutto il peso del catalogo delle vedute più reazionarie,le cui ricadute politiche novecentesche sono al centro dell’opera di Zeev Sternhell “Contro l’illuminismo”.