Monsanto, il caso
dei falsi papers

Il metodo è semplice: il ghostwriter scrive l’articolo, il professore lo firma. Per il disturbo che comporta mettere il proprio nome in calce al testo, il professore prende un lauto compenso: 15.000, 18.000, euro più euro meno. L’autore del testo, essendo “fantasma” invece non appare, ma è meglio così, perché ha già un lavoro: è un impiegato dell’azienda che produce la sostanza di cui si parla (bene) nell’articolo. Altro che conflitto di interessi, qui si tratta di una vera e propria frode scientifica.

Sembra che andasse così alla Monsanto, la multinazionale di biotecnologie agrarie che negli ultimi anni è al centro di una grande polemica relativa a un suo prodotto di punta, il diserbante Roundup, a base di glifosato. Sembra, in base alla lettura dei Monsanto papers, documenti interni all’azienda che la giustizia degli Stati Uniti ha cominciato a rendere pubblici all’inizio del 2017 nell’ambito di procedimenti giudiziari. Negli Usa, infatti, il gigante dell’agrochimica è oggetto di circa tremila e cinquecento denunce da parte di malati o di parenti di persone morte per un raro tumore del sangue che si pensa possa essere legato all’esposizione alla sostanza chimica. Il quotidiano francese Le Monde ha messo a lavorare alcuni giornalisti sulle carte e ne è nata un’inchiesta che continua a produrre risultati (http://www.lemonde.fr/acces-restreint/planete/article/2017/10/04/c4f9af55d1a6abebfb544a1e8e543669_5195771_3244.html).

Già a luglio scorso si era scoperto che nei due anni successivi all’annuncio delle conclusioni dello studio sugli effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi condotto dalla Iarc, International Agency for Research on Cancer, la Monsanto aveva tentato di screditare e zittire con tutti i mezzi, incluse le intimidazioni, gli studiosi dell’agenzia dell’Oms che individua e cataloga le sostanze cancerogene. Il rapporto, uscito a marzo del 2015, aveva infatti messo sotto accusa il glifosato, considerandolo genotossico, ovvero in grado di danneggiare il DNA, cancerogeno per gli animali e “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani. Una valutazione che contrastava con quella di altre agenzie, come ad esempio l’EFSA, European Food Safety Authority.

Ora, spulciando le e mail in entrata ed uscita dagli uffici della Monsanto, emerge un nuovo aspetto decisamente poco etico: quello, appunto del ghostwriting. Gli esperti arruolati dalla multinazionale firmavano articoli non scritti da loro, ma da impiegati della Monsanto. Si trattava di paper scientifici pubblicati su riviste specializzate, ma anche di articoli destinati a un pubblico più ampio e comunque più vicino al mondo della finanza, come ad esempio quelli pubblicati dalla rivista americana Forbes.

La questione, del resto, era stata già sollevata ad agosto scorso dal New York Times (https://www.nytimes.com/2017/08/01/business/monsantos-sway-over-research-is-seen-in-disclosed-emails.html). La testata raccontava come Henry I. Miller , biologo e accademico americano, aveva chiesto alla Monsanto di fornirgli la bozza di un articolo per contrastare il rapporto dello IARC. La bozza era stata poi pubblicata senza modifiche sulla rivista Forbes a nome Miller. Uno scambio di mail conferma l’accordo. L’inchiesta francese aggiunge altri esempi ed altri nomi. Tra gli esperti coinvolti ci sono inglesi, tedeschi, americani, dando l’impressione che si trattasse di un vero e proprio sistema. Tra l’altro mentre alcuni scienziati prendevano compensi per il singolo articolo pubblicato, altri percepivano un compenso annuale, attraverso dei “master contracts”.

La posta in gioco è grossa, del resto. Il Roundup è un prodotto di punta della Monsanto. Il composto chimico in realtà fu scoperto nel 1950 dal chimico Henry Martin, che lavorava per la svizzera Cilag, ma fu la Monsanto a metterlo sul mercato negli anni Settanta. Negli stessi anni venne approvato per la prima volta il suo uso in agricoltura e negli anni a seguire ha ricevuto approvazione in 130 paesi del mondo. La sua caratteristica principale è di essere non selettivo, ovvero è in grado di uccidere una grande varietà di piante. Questa peculiarità, unita al fatto di essere meno tossico per la vita animale rispetto agli altri erbicidi dell’epoca, ne ha fatto un prodotto a grande diffusione. Il suo uso ha poi conosciuto un ulteriore impulso quando sono state create colture transgeniche in cui era stata indotta la resistenza al glifosato: gli agricoltori potevano liberarsi delle piante infestanti semplicemente irrorando di glifosato le loro colture glifosato-resistenti.

Da circa 15 anni il brevetto Monsanto è scaduto e il glifosato può essere prodotto e venduto liberamente. La Monsanto, oltre a vendere il diserbante però vende anche le colture OGM resistenti ad esso. Il glifosato è il diserbante più utilizzato al mondo. In Italia, secondo le ultime stime dell’ISPRA, è “fra i principali responsabili del superamento dei limiti di qualità ambientale”.