Mondiali, la disfatta dell’Italia
simbolo del calcio che sprofonda

Dopo la serataccia di San Siro, girano molte parole nei nuovi Bar Sport che sono i siti e i social, sui giornali che hanno impegnato molto spazio delle prime pagine per un fatto di sport. Parole ma anche immagini: le lacrime di Buffon, gli azzurri distesi sul prato abbattuti e avviliti, gli addii dei senatori. Del resto, l’Italia fuori dal mondiale di calcio fa notizia. Una brutta notizia. Inevitabile, visto come sono andate le cose. Giusto così. Allora, noi usiamo tre immagini poco sfruttate e altre considerazioni.

a) De Rossi che dice a qualche collaboratore di Ventura che lo invita a scaldarsi per entrare in campo: <Io? Metti Insigne, dobbiamo vincere…>.

E’ raro vedere un calciatore rifiutarsi di entrare in campo. Di solito accade il contrario. Chi esce, si arrabbia. Qui invece, un calciatore dice al suo allenatore: guarda, stai sbagliando, non devo entrare io, forse serve un attaccante per tentare di fare un gol. Non è una questione di disciplina. Piuttosto, l’atteggiamento di De Rossi sottolinea il caos in cui è precipitato tutto il club Italia. Era già successo che i calciatori si riunissero a porte chiuse negli spogliatoi, su decisione di quelli più anziani, per fare una sorta di Gran Consiglio della nazionale, un segnale a Ventura, un allenatore debole e incapace per questi livelli, uno che si è incartato prima e dopo la Spagna. Ma Ventura non è il solo colpevole di questo fallimento calcistico. Conte però, al posto di questo ct, avrebbe preso i giocatori ad uno ad uno e li avrebbe appesi al muro, giusto per ristabilire le gerarchie.

b) il pubblico che fischia l’inno svedese.

Questa è un’altra immagine (un sonoro, più che altro) sgradevole della serata milanese. Il fair play non c’azzecca. E’ un fatto culturale. Da noi si continua a fare così. Non c’è una crescita. Almeno nel calcio. Perché nel rugby, per dire, quando suonano la Marsigliese oppure God Save the Queen, ci si alza in piedi e si applaude. Molti spettatori li cantano prima di canticchiare Mameli. Anche Jorginho cantava a squarciagola “l’Italia s’è desta” e veniva un po’ da ridere, francamente, lui, ragazzo di Imbituba, cresciuto a Verona. Ma almeno quando il pubblico del Meazza fischiava le note svedesi i calciatori azzurri hanno dato il meglio di se stessi: si sono messi ad applaudire.

Noi continuiamo invece a essere quelli che insultano gli allenatori che non mettono in campo, lì sul praticello di periferia o sul sintetico tutto lucidato del circolo Canottieri, il figlio o il nipote. Noi impediamo di giocare ai bambini nei cortili ormai pieni di macchine. Ma i cortili non ci sono più e gli oratori nemmeno. Come le sedi dei partiti. Via, cancellati. Depennati anche i talenti. Scomparsi nell’appiattimento delle scuole calcio. Troppi stranieri, certo. Però poi ti accorgi che i club che hanno i migliori giovani, nati a Vicenza o a Messina, li tengono là a bagnomaria: meglio vincere subito con l’usato sicuro. Gli stranieri ce li hanno anche Spagna, Germania, per non parlare dell’Inghilterra. E se sono nati lì, magari con la pelle scura, e se hanno talento, fantasia e voglia di fare li buttano nella mischia. Guardate la Germania, campione del mondo.

Noi, no. Fischiamo l’inno degli altri e ci sentiamo tanto patrioti.

Poi basta che il Fattore C. non ti dia una mano ed ecco che invochiamo la sfortuna, l’arbitro e qualche congiunzione degli astri. Lo facciamo settimanalmente con le nostre squadre del cuore. Ma lì il tifo deve essere viscerale, allo stadio non si prende il the delle cinque. E bisogna aggrapparsi a qualcosa nell’ingenuità passionale tifoidea. Poi ci si deve fermare e non varcare certi limiti. Invece, da noi scoppiano bombe carte che si lanciano sui tifosi avversari e sui bus delle squadre “contro”, si cantano cori razzisti, si lasciano le immaginette di Anna Frank nel modo che sappiamo, si insultano e si minacciano i giocatori della squadra per cui facciamo il tifo perché non dimostrano “attaccamento alla maglia”. Insomma, il repertorio che conosciamo. Non sono queste cose che non ci fanno andare in Russia, una giostra dove gireranno qualcosa come 790 milioni di euro ( e noi, nulla). Il calcio è una industria impazzita per i nuovi padroni del mondo. E’ il business, bellezza. Ok, ma non si può cancellare ogni cosa e giustificare moderne nefandezze perché il mondo è cambiato e non serve stringersi al passato.

D’altra parte, questo è un anno nero per gli sport di squadra azzurri. Non ce ne va bene una. Le lacrime di Buffon ma anche di quelli del basket, del volley e della pallanuoto. Una pioggia di lacrime, un fallimento dietro l’altro. Subito fuori da campionati mondiali ed europei. Qualcosa non funziona più. Il Coni ha sopportato, sostenuto dalla politica, più o meno tutta, da destra a sinistra, personaggi come Tavecchio, quello che ha cominciato il proprio mandato con Opti Pobà che prima mangiava le banane e compie questo “capolavoro”, riuscito solo 60 anni fa: non mandare l’Italia ai mondiali.

c) il saluto romano in campo.

Il fascistello che, dopo aver segnato un gol a Marzabotto, festeggia facendo il saluto romano e, alzandosi la maglia, mostra una t-shirt con l’aquila nera sulla bandiera italiana, simbolo della Repubblica di Salò, non poteva comparire alle cronache che lunedì 13 novembre 2017. Il giorno del tutti a casa. Sembra, quel gesto di apologia, l’espressione di un ambiente e di una società che continuano a tollerare e a giustificare le cose peggiori. Via via sempre più in basso. Gli stadi come certe piazze, come su certi autobus dove una ragazzina viene insultata perché “diversa”, come in certe periferie dove i giornalisti vengono presi a capocciate. Quel braccio teso è l’immagine plastica del calcio italiano che sprofonda. Più di tante altre scattate a San Siro. E arrivati a questo punto, il mancato viaggio da Putin, sembra essere davvero il male minore.