In Niger per avere voce in Europa

Si chiamerà “Deserto rosso”, come il film di Michelangelo Antonioni. Nessuna colta citazione, solo esigenze di copione: ogni missione che si rispetti ha un titolo evocativo, a volte solo per dare smalto a interessi più terragni. Annunciato alla vigilia di Natale, sembra che l’invio di militari italiani in Niger abbia un carattere d’urgenza per affidare la decisione ad un parlamento che si avvia all’uscita di scena. Il via libera è arrivato ieri come previsto (favorevoli Pd, Fi e FdI, Lega astenuta, contrari 5 Stelle e LeU), ma restano gli interrogativi intorno a questa nuova missione.

Intanto, come chiarisce la ministra della Difesa Pinotti, sarà un intervento “no combat”. Non stiamo mandando militari a combattere – a rigore non l’abbiamo mai fatto, le nostre sono sempre, almeno ufficialmente, missioni di pace. Agiamo su precisa “richiesta del Niger”, in difficoltà nel gestire confini che si perdono nel deserto e sono attraversati dai peggiori traffici. Per cominciare saranno 120 uomini, a regime si arriverà a 470. Ovviamente corredati dal supporto necessario: si parla di 130 mezzi di terra e due aerei. I costi saranno relativamente ridotti, visto che è prevista la contemporanea riduzione dei contingenti in Afghanistan (da 900 a 700 unità) e il dimezzamento dei circa 1400 militari attualmente in Iraq.
La missione si inquadra nella più ampia operazione euro-africana decisa al vertice di Celle Saint Claud, per la quale è stato previsto un finanziamento di 423 milioni di euro, al momento non ancora raccolti. La Ue si è impegnata a stanziare 50 milioni, altrettanto faranno i Paesi africani coinvolti (Mali, Burkina Faso, Mauritania, Ciad e Niger) e gli Usa, 8 la Francia, 100 i sauditi e 30 gli Emirati arabi uniti che vogliono così contrastare i jihadisti del Sahel sostenuti dal Qatar. Ma per ora il piatto piange.

I militari italiani avranno il compito (Pinotti dixit) di addestrare le forze nigerine e saranno dislocati in parte nella base francese di Madama, a un centinaio di km dal confine libico, lungo le rotte dei trafficanti di uomini che spesso sono gestite da gruppi jihadisti. Il resto del contingente starà all’aeroporto della capitale Niamey, dove ci sono già le basi francesi, tedesca e statunitense.
Si parla di un addestramento di tipo superiore, visto che le forze nigerine hanno già una buona formazione. Compito che sarebbe più semplice e sicuro svolgere a Niamey che non nell’avamposto Madama, che si trova in una zona costellata di mine e raggiungibile di fatto solo in aereo – circostanza che moltiplica le spese. La dislocazione a Madama ha più senso se invece all’Italia spetta anche un compito di pattugliamento/sorveglianza della zona di confine. In questo caso però anche gli addestratissimi uomini della Folgore potrebbero poco su una frontiera di centinaia di chilometri (354 solo sul lato libico, 956 con la vicina Algeria). In ogni caso restano da capire le regole di ingaggio per i militari italiani che si troverebbero ad operare comunque in un Paese segnato dalla presenza di Boko Haram e gruppi qaedisti, con tutti i rischi connessi e la prevedibile circostanza di essere considerati un obiettivo da colpire. Precedenti nella regione non ne mancano.

Fin qui la parte logistico-operativa, ed è il meno. La missione di fatto è una versione europea allargata dell’operazione francese Barkhane che da quattro anni combatte i jihadisti nel Sahel. Data l’esperienza recente e la conoscenza della regione che le deriva dal passato coloniale, la Francia – che ha grandi interessi economici in Niger in particolare legati all’estrazione di uranio (il Niger è il quinto produttore mondiale) – manterrà la leadership della missione, ripartendone gli oneri sugli altri partecipanti (anche Spagna, Belgio e Germania, in ambito Ue). L’Italia rischia di trovarsi in un ruolo gregario in una missione dai contorni non del tutto chiari e la cui finalità prioritaria -la lotta al traffico di esseri umani – difficilmente potrà centrare l’obiettivo: le rotte cambiano, nel deserto come nel mare. E un’azione puramente repressiva non potrà fermare la spinta di chi cerca un’opportunità per vivere meglio. O semplicemente per vivere.

Se la missione in Niger ha le stesse finalità di contenimento di accordi fatti dalla Ue con la Turchia, prima, e dall’Italia con le instabili autorità libiche poi, l’obiettivo dunque di spostare un po’ più in là i confini, allargando il recinto di sicurezza intorno all’Europa, è facile prevedere lo stesso ordine di problemi riscontrati finora: la svendita dei diritti umani in cambio di una barriera prezzolata che freni le ondate migratorie, la gestione di eventi epocali con l’orizzonte limitato dell’ordine pubblico. Qualcosa di molto diverso anche dall’abusato “aiutiamoli a casa loro”, che vorrebbe dire ad essere onesti investimenti, lavoro, cooperazione internazionale. Le autorità nigerine non hanno fama di efficienza e incorruttibilità, le forze militari sono state spesso accusate di complicità con i trafficanti di esseri umani, la commistione tra istituzioni e questo tipo di attività illegali è nota. La stampa critica è minacciata. Ma è con questa realtà che bisognerà fare i conti.

Se invece la partita si gioca su altri tavoli, se la partecipazione italiana alla missione africana è il prezzo da pagare per avere voce in capitolo al tavolo europeo della politica di difesa e sicurezza oggi dominato da Francia e Germania – come scrive Jean Pierre Darnis su Affari Internazionali – e fare cosa gradita a Parigi dopo una stagione fredda, bisogna chiamare le cose con il loro nome. Una ritrovata cooperazione con i big europei potrebbe anche essere una scelta strategica. Ma non facciamo finta di credere che 120 o anche 470 militari italiani fermeranno la tratta.