Mill e il ruolo
solo riproduttivo
delle donne

Centocinquanta anni fa, nel 1869, John Stuart Mill dava alle stampe “La soggezione delle donne” (The Subjection of Women). Il testo era pronto per la pubblicazione già nel 1861. Ma il suo autore era consapevole che gli argomenti proposti nel libro erano così radicali per la società del tempo che se non accompagnati da una propaganda politica adeguata sarebbero caduti in un terreno arido, con l’effetto di compromettere invece che aiutare la causa femminile.

Tra il 1861 e il 1869 importanti eventi internazionali accaddero che incisero sull’opinione publica: la nascita di movimenti emancipazionisti in diversi paesi, la petizione firmata da 1.446 donne inglesi per il diritto di voto, e infine la proposta di legge sul suffragio femminile che Mill stesso presentò alla Camera dei Comuni nel 1867, appena eletto deputato.

Perchè quel libro era tanto radicale? Perchè poneva un legame stretto tra diritti e cultura morale, e puntava il dito sulla condizione della donna nel luogo più importante ma anche più ingannevole – quello della famiglia e degli affetti. Nel nome del bene della famiglia, si legge nel volume di Mill, si è giustificato per secoli il ruolo esclusivamente riproduttivo della donna, come se la funzione di madre e di moglie fosse naturale, e non invece frutto di convenzioni sociali e della relazione di potere tra i sessi.

L’esito, scriveva Mill (in questo ispirato dalla moglie Harriet Taylor) è la produzione via affetti di una vera e propria servitù domestica, che l’aureola di santità rende quasi intoccabile. L’esito è anche la contraddizione stridente di società che sono fomate da cittadini eguali per legge ma che hanno famiglie che producono dominatori e dominate. Secondo Mill, l’esito era disastroso non solo per le donne ma per l’intera società, poichè il rito della legge (il matromonio come contratto tra eguali) nascondeva rapporti interpersonali che nel nome della sacralità del privato asserviva e umiliava. “Servitù domestica” con l’aura dell’amore coniugale, e che riproduceva ruoli interpersonali istigatori di dominio, esposti alla giustificazione della violenza domestica.

Quel che chiamiamo natura, scriveva Mill, è l’esito di convenzioni e di storia. Lo sapevano molto bene anche i padri della nostra Costituzione, che mettevano insieme (molti di loro consapevolmente) un ossimoro parlando di “famiglia” come di “società naturale”, quasi a voler confessare la diversità di opinioni che intorno a questo istituto sociale c’erano e ci sarebbero state – che gli esseri umani abbiano la propensione a unirsi per riprodursi non significa che le forme della loro unione e della stessa riproduzione siano e debbano restare immutabili nel tempo (del resto nemmeno i processi natuali lo sono).

Scriveva Mill che usiamo assegnare alla “natura” quel che è l’esito di un lungo processo sociale che ha sedimentato nei secoli abitudini, parole e idee. Ma la “naturalità” delle cose sociali è così poco naturale da registrare mutamenti e contestazioni, ridefinizioni e ribellioni. Il fatto è che tutte le relazioni umane sono soggette alla volontà e alla reponsabilità delle persone e in questo senso aperte alla ridefinzione e alla contestazione. E’ possibile che ci dimentichiamo del significato e del valore dei diritti civili — godendoli potremmo essere indotti a pensare che siano naturali. Ma basta davvero poco a svegliarci dell’inganno – basta un viaggio a Verona nel 2019, centociuquant’anni dopo la pubblicazione del libro di Mill.