Milioni sporchi,
crack bancari: il costo della strage di Bologna

E’ sempre dalle tasche di Gelli che esce un’altra pista investigativa sulla strage di Bologna, molto significativa ancorché sconosciuta – vedremo perché – fino ad anni molto recenti. Si tratta di un documento contabile battuto a macchina su carta quadrettata, la rendicontazione dei movimenti di quasi quattordici milioni di dollari (parliamo di miliardi di lire). I destinatari sono “Dif. Mi”, “Dif Roma”, “Tedeschi artic.”, “Zafferano”. I denari provengono anche in questo caso dalle falle che Licio Gelli e Umberto Ortolani sono riusciti ad aprire nelle casse dell’Ambrosiano.

Licio GelliIl tradimento dei baffi

E’ il settembre 1982, Gelli, camuffato con un paio di baffoni, bussa alla porta dell’Unione banche svizzere, sede di Ginevra. Vuole ritirare i soldi che da un momento all’altro la magistratura, impegnata nelle indagini sulla bancarotta Ambrosiano, potrebbe sequestrare. I baffi non funzionano, Gelli viene riconosciuto e fermato. Il documento, catalogato dalla Guardia di finanza col numero 27, gli viene trovato addosso, accuratamente piegato e nascosto. Reca un numero di conto Ubs, “525779” e un’intestazione: “Bologna”. Le indagini che la Procura generale di Bologna ha avocato cercano di dare un volto a chi quei soldi si è messo in tasca tra il settembre 1980 e il febbraio 1981.

Quella che sembra emergere dai due documenti, quello scritto a mano e quello battuto a macchina, è una mappa dei servizi segreti italiani, ufficiali o clandestini che siano. “Zafferano”, ad esempio, sembra rimandare a Federico Umberto D’Amato, piduista (e gourmet sulle colonne del settimanale l’Espresso, nonché capo dell’Ufficio Affari Riservati, un tempo l’intelligence del Viminale. “Pollaio Aloia”, evoca Giuseppe Aloja, ex capo di Stato Maggiore Difesa, promotore insieme all’Istituto Pollio (nome storpiato in “Pollaio”) del famoso convegno all’hotel romano Parco dei principi in cui nel 1965, secondo sentenze e storiografia consolidata, furono gettate le basi della strategia della tensione. Il convegno, teniamolo a mente, fu finanziato coi soldi dell’Ufficio Rei del Sifar, il Servizio informazioni Forze Armate, da cui dipendeva l’organizzazione clandestina Gladio. “Tedeschi artic”, richiama invece Mario Tedeschi, missino e direttore della rivista il Borghese, strettissimo collaboratore di D’Amato.

Dunque tra il luglio 1980 e il febbraio 1981, subito prima della strage e subito dopo il più grave dei depistaggi (la valigia con esplosivo piazzata su un treno, 13 gennaio 1981), passano di mano circa 20 milioni di dollari, apparentemente diretti ai piani alti e bassi dell’eversione. Queste informazioni, tuttavia, benché contenute in un documento chiamato “Bologna”, non vengono mai trasmesse ai giudici titolari dell’inchiesta sulla strage. Interrogato dai giudici del crack Ambrosiano, Gelli sostiene di non ricordare a chi e cosa si riferisca l’appunto. E la parola “Bologna”? Semplicemente non compare nell’intestazione del documento su cui viene sentito, probabilmente esibito dallo stesso (poco) venerabile maestro della P2. Qualcuno l’ha tolta e ora, come scrive Roberto Scardova (L’oro di Gelli, Castelvecchi 2020) gli inquirenti bolognesi cercano tra l’altro di capire come mai dello stesso documento sequestrato a Ginevra ne esistessero tre copie diverse una dall’altra.

Le bizzarrie di una primula

E’ la sera del 2 agosto 1980, viene perquisito l’albergo Mucciatella, sulle colline reggiane, di proprietà di Aldo Bellini. La Polizia cerca in quelle ore esponenti dell’estrema destra, in quel momento solo in linea teorica responsabili dell’esplosione che alle 10,25 aveva devastato la stazione. Uno di questi è Paolo Bellini, notato da un testimone alla stazione.

Alla Mucciatella, gli agenti non trovano solo il giovane neofascista di Avanguardia nazionale ma anche – particolare senza dubbio sconcertante – Ugo Sisti, capo della Procura di Bologna, che immediatamente finisce sotto inchiesta per favoreggiamento personale (verrà assolto per mancanza dell’elemento soggettivo del reato). Sisti non viene punito dal Csm, anche perché viene inspiegabilmente “promosso” alla direzione del Dipartimento ministeriale dell’amministrazione penitenziaria. Tutto quello che succede nelle carceri in quegli anni ricade sotto la sua supervisione. E di cose ne accadono parecchie.

Agenti segreti come Giuseppe Belmonte, già incontrato in questo racconto, e Adalberto Titta, uomo del cosiddetto Noto Servizio ( o Anello) entrano ed escono dal carcere di Ascoli Piceno per trattare con Raffaele Cutolo la liberazione di Ciro Cirillo, assessore partenopeo con targa Dc rapito dalle Br nella primavera dell’81. Due detenuti di estrema destra in odore di pentimento, Ermanno Buzzi e Carmine Palladino, vengono trasferiti nel carcere di Novara e Pierluigi Concutelli, capo militare di Ordine nuovo, detenuto per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, ne approfitta per eliminarli.

Seguendo le tracce di Bellini – sul quale dovremo ritornare – ci troviamo nello stesso contesto che incornicia i movimenti di Gilberto Cavallini, come Bellini terrorista nero, ma in teoria appartenente a diversa parrocchia eversiva. Bellini proviene da Avanguardia nazionale, di cui sono già noti i legami con i Servizi, in particolare con l’Ufficio Affari Riservati (Uarr) diretto da Federico Umberto D’Amato. Cavallini, pur protetto da Ordine nuovo durante la latitanza, appartiene all’ala cosiddetta spontaneista, che si presumerebbe in linea di collisione critica con una formazione costituita da “vecchi arnesi” di un passato pieno di ombre.

Invece Gilberto Cavallini, detto Gigi, è in contatto con una struttura riservata della Sip, l’azienda telefonica dell’epoca, frequentata proprio da Adalberto Titta (per saperne di più, leggi qui la prima parte  dell’inchiesta). Il nome di Titta riemerge negli anni Novanta, quando, quasi per caso, viene ritrovato da uno studioso, Aldo Giannuli, e da un bravo ispettore della Digos, Michele Cacioppo, un cumulo di documenti abbandonati in un deposito del Viminale, sulla via Appia.
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