Milioni in fuga
dal clima impazzito

I dati del 2017 confermano che il maggior numero di migranti forzati nel mondo sono i rifugiati climatici. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC)  al 2008 al 2016 vi erano stati oltre 227 milioni di donne e uomini costretti alla fuga da “disastri” nel proprio paese, non da guerre (internazionali e civili) o persecuzioni (statali), una media di oltre 25 ogni anno, quasi tutti (l’86%, circa 200 milioni) per eventi connessi ai cambiamenti climatici, il resto a causa di disastri geofisici (terremoti ed eruzioni, per capirsi).

Secondo Oxfam, confederazione internazionale di Ong, solo nei primi nove mesi del 2017 oltre 15 milioni di individui del pianeta (14 milioni dei quali in paesi a basso reddito) sono stati costretti a fuggire da uno dei principali effetti dei cambiamenti climatici, i tanti diversi diffusi eventi meteorologici estremi più intensi. Sono numeri in crescita e la tendenza non è destinata a diminuire; forse un singolo mese o addirittura un anno potrà andare meglio, comunque nel corso dei prossimi decenni, circa tre decine di milioni di persone ogni anno non avranno diritto di restare a casa propria, alcuni morranno, altri si sposteranno in località limitrofe, alcuni poi forse in altre regioni, nazioni, continenti, se riusciranno a sopravvivere all’esodo forzato.

Sono cifre triple o quadruple rispetto ai nuovi “rifugiati” (Refugees) per persecuzioni o conflitti che richiedono o ottengono ogni anno il relativo triste “status” (sulla base della Convenzione di Ginevra). Chi ha tentato previsioni globali di lungo periodo indica cifre enormi. A novembre scorso, il rapporto Lancet Countdown ha azzardato “un miliardo di rifugiati climatici entro il 2050”, ripreso spesso anche in Italia, fra l’altro in occasione del G7 Salute a Milano e della COP23 Clima a Bonn. Mancano 22 anni, se resta la media dei 25 milioni di delocalizzati da disastri (di cui 20 climatici) il mezzo miliardo è già scontato. Inoltre nella media mancano le conseguenze di disastri più piccoli o di ondate di calore o di malattie infettive e sono sottostimati i disastri meno repentini. Siccità, desertificazione, innalzamento del mare, alcuni inquinamenti sono processi lentissimi e irreversibili allo stato attuale, quegli ecosistemi vivono già ora un’agonia, chi vi abita non può che mettere in programma di andarsene e cerca di diventarne capace. Perlopiù, quelle donne e quegli uomini non hanno alcuna libertà di migrare e sono certi che sarà violato il loro diritto di restare.

Una ricerca americana pubblicata su Science ha messo in relazione prima i cambiamenti delle condizioni meteorologiche e il numero di domande d’asilo tra il 2000 e il 2014 (più i primi, più le seconde), poi flussi migratori e scenari dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), giungendo alla conclusione che si moltiplicheranno sempre più i rifugiati climatici. Questo ingente numero di profughi (passati, presenti, futuri) non hanno alcun riconoscimento giuridico. C’è chi sta sperimentando forme di protezione sussidiaria, la Nuova Zelanda ipotizza concretamente un “visto umanitario”, lo stesso nuovo presidente degli Usa (che hanno molti profughi climatici interni) è stato costretto a tornare indietro rispetto all’ipotesi di rimpatrio forzato di immigrati arrivati a causa di disastri “naturali”. Forse occorre una scelta più universale e radicale: si prendano i 5 successivi Report dell’IPCC, si vedano le aree vulnerabili a rischio dei vari effetti dei cambiamenti climatici, si accelerino misure di mitigazione delle emissioni, si amplino i piani nazionali di adattamento a piani di prevenzione e gestione degli inevitabili flussi migratori forzati, emigrazioni forzate e immigrazioni gestite. Un punto dell’Accordo di Parigi ne parlava; è proprio ora di darvi seguito. L’articolo 10 comma 3 della nostra Costituzione prevede una legge (attesa da quasi 70 anni) che potrebbe concedere asilo ai rifugiati climatici: un’idea per il nuovo Parlamento, da marzo in avanti!