Migrare per curiosità
e per conoscere

Il viaggio dell’uomo? “In principio fu la curiosità. Grazie al desiderio di capire e di conoscere, che ha spinto l’uomo a mettersi in cammino in cerca di nuovi orizzonti per esplorare il pianeta, e a scrutare il cielo, immaginando l’universo che oggi, dopo millenni di cammino evolutivo, esploriamo.” Viene presentato così un interessante DVD in edicola nel mese di ottobre con l’ottimo mensile National Geographic, sbagliato! Dunque avremmo cominciato a migrare spinti dalla curiosità? Chi studia le migrazioni, quelle delle varie specie e quelle dei mammiferi, quelle dei primati e quelle delle specie umane prima di Homo sapiens non ha mai parlato di curiosità, ma certo la curiosità non è una dinamica esclusiva del nostro cervello. Abbiamo cercato di mostrare in “Libertà di migrare” (Einaudi, 2016) come le spinte decisive a migrare siano state il clima e i conflitti negli ecosistemi (sempre più i conflitti interni alla nostra stessa specie). All’interno del complesso variegato fenomeno migratorio umano non si può escludere anche una qualche ragione intenzionale di curiosità fin da decine di migliaia di anni fa, tuttavia solo i cambiamenti climatici spiegano secondo varie discipline-paleo i cammini evolutivi più impervi e lontani dalla terra africana verso ecosistemi diversi di tutti gli altri continenti.

Vita è movimento e spostamento, involontari e volontari, attivi e passivi. Quella particolare forma di movimento e spostamento, quella particolare combinazione di volontarietà/involontarietà, attività/passività che è il trasferimento in un altro habitat, in un altro ecosistema, viene descritta dal fenomeno migratorio, indotto primariamente da esigenze di riproduzione e sopravvivenza. Riguarda tutti gli ambienti: gli ecosistemi (il contesto di fattori biotici e abiotici) che si lasciano, quelli che si incontrano e attraversano (talora molto molto lentamente e pericolosamente), quelli di nuovo approdo. L’evoluzione delle specie e le loro eventuali migrazioni sono state sempre accompagnate e sollecitate dai cambiamenti climatici e dai contesti biodiversi. Le migrazioni sono causa ed effetto di tanti climi, biodiversità, casi, disordini. Da sempre. Per tutto il pianeta. Individui e popolazioni di una specie si muovono, qualche specie diventa proprio “migratoria” e quasi tutte le specie sono interessate da un fenomeno migratorio, sia collettivo (diffusione ed estensione dell’areale, fuga, rincorsa di specie animali migratorie, peregrinazioni stagionali o cicliche, per gli umani sapienti nomadismo) che individuale o di pochi (erranza, errore, trasferimento accidentale, abbandono o cacciata rispetto all’habitat del gruppo, vagabondaggio, esplorazione, curiosità, tutti con un significato specifico per gli umani sapienti).

Vero è che manca una teoria critica del migrare, una storia delle migrazioni in una prospettiva evoluzionistica, decisiva in particolare per le ondate e i flussi di Homo sapiens. Chissà perché, la danno tutti per scontata: scienziati delle più diverse discipline usano il termine “migrazione” per noi, per gli ominidi, per altre specie e non si domandano mai se parlano della stessa cosa di cui parlano altri, delle stesse che accadono oggi. Le migrazioni umane sono sempre una combinazione di costrizione e libertà, dalla notte dei tempi. E, tuttavia, in ogni epoca, per ogni gruppo popolo Stato, si determina un nesso storicamente determinato fra desideri-intenzioni-capacità e tecniche-tecnologie-ingegni, fra il diritto di restare (contro ogni migrazione forzata) e la libertà (e capacità) di migrare.

Prendiamo un saggio bello e recente di un genetista notevole divulgatore scientifico, Adam Rutherford, “Breve storia di chiunque sia mai vissuto” (Bollati Boringhieri, 2017). L’autore cita di continuo il ruolo delle migrazioni, tanto che in un paio di occasioni segnala che il termine qualche volta potrebbe essere pure “fuorviante”, solo che non spiega come o perché e lo usa spesso in modo impreciso. Rutherford sottolinea nel titolo di un capitolo che saremmo una specie “nomade” (oltre che “lussuriosa”) ma il termine è decisamente inesatto (per quanto diffuso fra gli scienziati): essere nomadi è un modo sofisticato e complicato di avere più ecosistemi di residenza (quasi sempre gli stessi per un gruppo umano), ciò avviene propriamente solo a partire dal Neolitico, prima eravamo più erranti che nomadi, ci siamo persi e dispersi per il pianeta. Poi ci definisce anche lui con la “curiosità” di una “specie di esploratori” ma, come detto, il fatto non è decisivo se si va a ere precedenti l’ultima glaciazione. Sottolinea correttamente alcune dinamiche delle Out of Africa (ne ha parlato Pietro Greco in questa rubrica) e allude più volte a una possibile pressione selettiva del migrare, in particolare proprio a partire dal Neolitico, ma non chiarisce mai schemi e principi, quella “teoria delle migrazioni” di cui pure parlò Darwin (giustamente definito “il più grande scienziato in assoluto”). I siti ci dicono molto su dove ci siamo trovati e ormai riusciamo a datare i reperti di quella presenza, ma le antiche migrazioni sono altro, riguardano l’intero (millenario) tempo del cambio di (più) ecosistemi (e climi): i siti con i reperti purtroppo non dicono molto (nemmeno il Dna) su da quanto eravamo lì e per quanto ci siamo restati, sul percorso (anche di adattamento evolutivo) che abbiamo fatto dalla prima partenza alle soste durante il viaggio, dai transiti all’arrivo in quello specifico sito, sulle ragioni della fine della residenza nel sito e dell’inizio della migrazione successiva (certa, visto che vi sono reperti e tracce successive “altrove”).