Mi sono perso Quauhnahuac

Benedissi dunque la condizione del cane e del rospo. Sì, con gioia avrei accettato d’essere cane o cavallo, poi che sapevo che essi non hanno un’anima che – come, forse, la mia – possa precipitare nell’abisso perenne dell’Inferno e del Peccato. Sì, e prevedendo, presentendo questo abisso, ad aumentare ancora il mio affanno era l’impossibilità di trovare quella liberazione, cui tutta l’anima mia aspirava.

(John Bunyan, “Grazia abbondante per il Re dei Peccatori”)

Due catene di montagna tagliano la repubblica approssimativamente da nord a sud, formando tra loro tutta una serie di vallate e di altopiani. Sovrastando una di queste valli, che è dominata da due vulcani, sorge a duemila metri sul livello del mare, la città di Quauhnahuac. Si situa a sud del Tropico del Cancro, esattamente sul diciannovesimo parallelo, alla stessa latitudine circa delle Isole Revillagigedo, a ovest nel Pacifico, o, molto più a ovest, dell’estrema punta meridionale di Hawaii – o anche alla stessa latitudine del porto di Tzucox, a est, sulla costa atlantica dello Yucatàn presso il confine dell’Honduras britannico, o molto più a est, della città di Juggernaut, in India, sul Golfo del Bengala.

Le mura della città, costruita su un colle, sono alate, le vie e i vicoli tortuosi e accidentati, serpeggianti le strade. Una stupenda autostrada di tipo americano scende da nord, ma per smarrirsi poi nell’intrico delle viuzze e riemergere infine sotto specie di un sentiero da capre. Quauhnahuac possiede diciotto chiese e cinquantasette cantinas*. Vanta inoltre un campo da golf, non meno di quattrocento piscine tra pubbliche e private, ricolme dell’acqua che senza posa si rovescia dall’alto delle montagne, e molti splendidi alberghi.

L’Hotel Casino de la Selva sorge su di un poggio appena più elevato ai margini della città. Maestoso e solenne, effonde una cert’aria di desolato splendore. Ché non è più un casino da gioco. Non ci si può nemmeno giocare ai dadi le consumazioni al bar. Nessuno sembra abbia più voglia di bagnarsi nella magnifica piscina olimpica, e i trampolini si protendono tristi e deserti.

Verso il tramonto del Giorno dei Morti dell’anno 1939, due uomini in abiti eleganti di flanella bianca sedevano sulla terrazza principale del Casino, bevendo anìs. Avevano giocato prima a tennis, poi a biliardo. Il dottor Arturo Dìaz Vigil spinse la bottiglia di anìs del Mono verso M. Jacques Laruelle, che si sporgeva ora in avanti con aria intenta. M.Laruelle si mescé un altro anìs. Beveva anice perché gli ricordava l’absinthe. Un intenso rossore gli si era diffuso sul volto e la sua mano tremò leggermente intorno alla bottiglia, dalla cui etichetta un florido belzebù brandiva una forca verso di lui.

Appena più a destra, sotto di loro, sotto il colossale crepuscolo rosso, dal riflesso che si dissanguava nelle deserte piscine sparse per ogni dove come altrettanti miraggi, si stendevano la pace e la dolcezza della città. Accese una sigaretta. Lontanissimi alla sua sinistra, a nord-est, oltre la valle e le terrazze pedemontane della Sierra Madre Oriental, i due vulcani, il Popocatépetl e l’Ixtacihuatl, torreggiavano nitidi e meravigliosi nel tramonto.Più vicino, a una quindicina di chilometri, a un livello inferiore della valle principale, s’intravedeva il villaggio di Tomalìn, annidato al di là della giungla, dalla quale sorgeva un sottile pennacchio azzurrastro di fumo proibito dalla legge: qualcuno stava bruciando della legna per farne carbonella. Davanti a Laruelle, dall’altra parte dell’autostrada americana, si stendevano campi e macchie attraverso cui serpeggiava un fiume, insieme con la strada di Alcapancingo.

M. Laruelle s’accorse che la sigaretta era spenta e si versò un altro anìs. “Con permiso.” Il dottor Vigil trasse fuori un accendino fiammeggiante dalle sue tasche, con tanta rapidità che si sarebbe detto vi si trovasse già bell’e acceso, o che egli avesse tratto una fiamma dal suo corpo, gesto e accensione essendo parte d’un solo movimento; e porse la fiamma a M. Laruelle. “Siete mai andato nella chiesa dei poveri derelitti locali?” Domandò improvvisamente. “Dove si trova la Vergine per quelli che non hanno nessuno al mondo?”

Laruelle scosse il capo.

Avvoltoi sonnacchiosi, altissimi sopra di loro, dispiegarono la loro formazione sul filo del vento.

“Bueno. Ci rivediamo allora sul tardi questa sera. E ricordatevi, non sono ancora convinto che domani abbiate deciso di partire.”

“Hasta la vista.”

“Hasta la vista.”

Solo, ritto presso l’autostrada che aveva percorso in macchina, quattro anni prima, fino all’ultimo miglio, in quel lungo, inverosimile, meraviglioso viaggio da Los Angeles, Laruelle trovava anche lui difficile credere di essere davvero in procinto di partire. E l’idea dell’indomani era quasi intollerabile. S’era fermato, incerto sulla via da prendere per tornare a casa a piedi, quando il piccolo autobus gremito Tomalìn-Zòcalo lo sorpassò sobbalzando giù per l’erta verso la barranca** prima di riprendere a salire entro Quauhnahuac; andare in quella stessa direzione gli era odioso, ora. Attraversò la strada, avviandosi verso la stazione. Sebbene non dovesse partire col treno, il senso del distacco, e della sua imminenza, tornò ad opprimerlo, mentre, infantilmente evitando gli scambi, sceglieva la sua via sui binari a scartamento ridotto. La luce del sole al tramonto rimbalzava dai serbatoi di petrolio sulla scarpata erbosa al di là. La stazione era profondamente addormentata. I binari erano sgombri, i segnali alzati. C’era ben poco per cui si potesse credere che un treno fosse mai arrivato in quella stazione o ne fosse addirittura mai partito.

Quauhnahuac.

La strada che Laruelle aveva preso attraversava campi semicoltivati, che viottoli erbosi, calpestati dai coltivatori di cactus tornando dal lavoro, limitavano. Era stata a lungo la sua passeggiata preferita, ma l’aveva abbandonata fin da prima che cominciassero le piogge. Le foglie di cactus attiravano frescura; verdi alberi trafitti dalla luce del sole calante avrebbero potuto essere salici piangenti squassati dalle folate intermittenti del vento che s’era levato; una pozza di luce giallastra apparve in lontananza ai piedi di dolci groppe montuose simili a grosse pagnotte. ma c’era qualcosa di efferato ora nella sera. Cupi nuvoloni si precipitavano a sud. Il sole rovesciava sui campi una colata di vetro fuso. I vulcani avevano assunto un aspetto terrificante nello scomposto tramonto. Laruelle camminava spedito, con le sue buone e robuste scarpette da tennis e agitando la racchetta. Un senso di paura s’era nuovamente impossessato di lui, il senso di essere, dopo tutti quegli anni e perfino l’ultimo suo giorno di permanenza qui, rimasto un estraneo.

(Mi sono perso  Quauhnahuac )

* Osterie

** Burrone, canyon.