Meno Iva? Ecco
perché il taglio
convince poco

Abbassare l’Iva, in modo consistente e per un periodo limitato, per rilanciare la crescita? La proposta del presidente del Consiglio Conte – che non ha incontrato finora sufficiente sostegno nemmeno nella sua maggioranza di Governo – prende spunto da un’analoga misura temporanea varata da Angela Merkel. Nel secondo semestre 2020 la Germania ridurrà infatti l’Iva dal 19 al 16% (e l’aliquota ridotta dal 7 al 5%) per incentivare la domanda interna: un provvedimento che, da solo, costerà 20 miliardi. La proposta di Conte mira non solo a rilanciare la ripresa, ma anche a sostenere i settori maggiormente colpiti dalla crisi del Coronavirus (ristorazione, turismo, trasporti, auto). Con quali probabilità di successo in Italia? L’esperienza degli ultimi anni induce allo scetticismo.

Le cosiddette clausole di salvaguardia, che sono state cancellate con l’ultima legge di Bilancio, in teoria avrebbero dovuto stimolare i consumi visto che scontavano un livello dei prezzi più elevato in futuro a causa degli aumenti dell’Iva che sarebbero scattati per far rispettare gli obiettivi di Finanza pubblica. La dinamica deludente dei consumi italiani prova che questo non è avvenuto: con ogni probabilità anche perchè le stesse clausole non sono state percepite come credibili dai consumatori, vanificandone gli effetti espansivi.

Un secondo motivo di scetticismo riguarda l’esperienza estera. Un esempio di taglio temporaneo dell’Iva lo abbiamo avuto ad esempio in Giappone con un impatto che è stato inizialmente notevole ma che è stato seguito dallo scorso ottobre – quando le aliquote sono riaumentate – da un nuovo crollo dei consumi.

Rapidità e limiti

Questi caveat non possono comunque farci escludere che, a determinate condizioni, una manovra di taglio temporaneo dell’Iva possa avere successo. L’azione del Governo dovrebbe però essere rapida e davvero limitata nel tempo. Rapida perchè un effetto-preannuncio deprimerebbe temporaneamente i consumi, visto che una parte dei consumatori attenderebbe l’effettiva entrata a regime di tale misura prima di effettuare gli acquisti programmati. Limitata nel tempo perchè, inevitabilmente, un taglio di aliquote percepito dai consumatori come quasi permanente ridurrebbe la credibilità e l’impatto di tale misura con acquisti rimandati nel tempo.

All’ipotesi di un taglio temporaneo dell’Iva in Italia non sono ovviamente estranei gli equilibri di finanza pubblica. Nella difficile strada per stabilizzare e poi far calare il suo rapporto debito/Pil – che ora invece sta tornando a crescere – l’Italia ha infatti bisogno che il denominatore di tale rapporto torni ad aumentare, sia per la dinamica della crescita economica, sia attraverso un “effetto pneumatico” di aumento dei prezzi. Negli ultimi mesi, invece, i prezzi sono stati in deflazione. Una riduzione dell’Iva, in altri termini, avrebbe successo in tale chiave di stabilizzazione del rapporto debito/Pil solo se l’apporto alla crescita economica di tale misura fosse superiore rispetto alla riduzione del livello dei prezzi che essa provoca automaticamente.

Priorità

Negli equilibri di finanza pubblica vanno anche considerate le priorità per rilanciare la crescita: con un deficit italiano già al 6% e in crescita e risorse scarse da destinare al rilancio dell’economica molti economisti ritengono, fondatamente, che una nuova stagione di investimenti pubblici abbia la priorità rispetto a misure fiscali temporanee.

Oltre ai diversi elementi tecnici che suggeriscono cautela nell’ipotizzare un taglio temporaneo dell’Iva c’è una reazione che per la sua autorevolezza, più di altre, contribuisce a spegnere gli entusiasmi: “Serve una visione ampia, e non imposta per imposta”, ha dichiarato lunedì il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ribadendo la necessità di “una riforma complessiva” e sottolineando che a causa di evasione fiscale, illegalità e criminalità, “il carico fiscale è molto pesante per chi le tasse le paga”.