Memo per razzisti: la grande sanatoria
l’ha fatta la Lega alleata di Berlusconi

Pochi forse sanno o comunque ricordano che la più grande sanatoria di immigrazioni irregolari in Italia è stata condotta dai partiti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni con il benestare di Silvio Berlusconi, sulla base di una normativa da loro voluta e ancora in vigore. Dalla metà degli anni ottanta circa 630 mila degli oltre un milione e 800 mila immigrati in Italia non autorizzati sono stati messi in regola dal centrodestra nel 2002-2003, dal secondo governo Berlusconi (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega, Udc), in carica fin dall’inizio della quattordicesima legislatura. Nessun provvedimento di sanatoria aveva mai prima riguardato un numero così alto di donne e uomini, nessuno più dopo. E poi, però, dopo una vita di lavoro e di contributi all’economia italiana da un decennio si sta facendo a tutti loro pietire la cittadinanza per i figli!

Nell’ultimo quarto di secolo in Italia, nei momenti in cui il mercato del lavoro “tirava”, governi di maggioranze politiche diverse (e talora opposte) hanno approvato ben sette sanatorie e innumerevoli provvedimenti minori per mettere in regola gli immigrati non autorizzati: quattro sanatorie tra il 1986 e il 1998 (790 mila persone complessivamente messe in regola), una (soprattutto per le badanti con la legge Bossi-Fini) nel 2002 (630 mila), una nel 2009 (300 mila), una nel 2012 (120 mila). La forma era praticamente sempre la stessa e significativa: una deroga al datore di lavoro a formalizzare l’impiego di immigrati già arrivati irregolarmente (perlopiù con visti turistici) e già assunti informalmente perché “servivano”. Il mercato di fatto riusciva a eludere le (sbagliate) norme di diritto e le conseguenti (sempre prudenti) quote d’ingresso autorizzate per lavoro, stagionale o a tempo indeterminato. Le sanatorie servivano ai datori di lavoro per mettersi in regola e ai lavoratori per emergere dall’illegalità (pur dovendo entrare nel precario periodo dei ricongiungimenti familiari e della cittadinanza, assurdamente incerto e lungo). Lo Stato aveva in cambio più residenti regolari e natalità, più imposte fiscali e contributi previdenziali, tanto che spesso statistici e demografi confermano appunto come l’immigrazione serve a tutti gli italiani. Le sanatorie prendevano atto che emigrazioni e immigrazioni sono geneticamente un fenomeno asimettrico e irregolare.

La legge italiana vigente “in materia di immigrazione e di asilo” è ancora oggi la cosiddetta Bossi-Fini, non un’altra, legge del 30 luglio 2002, numero 189. Come è noto, in sintesi le principali novità della legge furono l’istituzione dei centri di identificazione per la detenzione dei richiedenti, l’introduzione delle espulsioni con accompagnamento alla frontiera, la necessità di un permesso di soggiorno legato a un lavoro effettivo, l’inasprimento delle pene per i trafficanti di esseri umani, l’uso delle navi della Marina Militare per contrastare il traffico di “clandestini”. A parte la positiva sanatoria per colf, assistenti (badanti) ad anziani, malati e diversamente abili, lavoratori con contratto di lavoro di almeno un anno, questa normativa è stata un completo fallimento alla prova dei fatti. E, ciò nonostante, il recente decreto-sicurezza del nuovo Governo Conte-Salvini-Di Maio riprende la stessa logica, addirittura facendo più danni alla vita delle persone.

Non tratto qui gli aspetti di costituzionalità o incostituzionalità e gli aspetti giuridici; sia la legge del 2002 che la legge del 2018 nascono da immotivato timore di un’inesistente invasione, investono solo sulla paura, amplificano il circolo vizioso della xenofobia, né possono peraltro contribuire a risolvere l’incipiente drammatica crisi economica degli “italiani”. Segnalo tre aspetti cruciali nel giudizio istituzionale e politico: la mancata coscienza del carattere antico ed evolutivo, strutturale e duraturo dei flussi emigratori e immigratori; il fallimento pratico di misure che inneggiano alla sicurezza e destinate a complicare la sicurezza nel nostro paese; la permanenza del vuoto costituzionale rispetto alla riserva di legge prevista dall’articolo 10 della Costituzione sul diritto d’asilo.

Il fatto è che i governi di centrosinistra successivi al secondo Berlusconi non hanno eliminato quella pessima legge, né approvato le nuove indispensabili regole sull’acquisizione della cittadinanza. C’è storicamente da parte dei progressisti una paura della paura degli italiani, che ne alimenta altra invece di indirizzarla, risultando di fatto subalterni prima a Bossi-Fini ora a Salvini. Lo abbiamo visto anche nella gestione del Ministero degli Interni: contesto chi considera Minniti di destra, lo insulta o fa di tutta un’erba un fascio. Tuttavia, il pensiero politico sui flussi migratori non è stato autonomo e colto, lo vediamo anche oggi nelle sciocche polemiche di Calenda contro Boldrini.

In ogni Stato c’è una storia della legislazione sull’immigrazione e l’emigrazione, talora più facile talora meno, e una dinamica materiale dei migranti regolari e irregolari, spesso non coincidente con la motivazione teorica delle norme. Stati Uniti e Italia, a esempio, hanno conosciuto nell’Ottocento e nel Novecento fasi giuridiche in cui era facilissimo arrivare dall’estero o spostarsi internamente, e fasi di chiusura dei propri confini istituzionali; fasi economico-culturali in cui vi era quasi una spinta ad andarsene a lavorare o vivere altrove, e fasi di chiusura nei propri confini sociali. I dati quantitativi hanno certo risentito di scelte di fase, anche se le scelte erano conseguenza successiva di dinamiche materiali in corso e producevano effetti successivi non coincidenti con le attese della dialettica politica. Gli interessi in campo nel fenomeno migratorio sono più di quel che si riesce a monitorare: il mercato capitalistico del lavoro, della produzione e del consumo, ha aspetti globali, i diritti dei lavoratori sono diseguali e le logiche del profitto proprietario tendono a mettere in competizione donne e uomini, giovani e vecchi, residenti e stranieri, regolari e irregolari.

Con l’avvio e l’inasprimento della crisi economica, nell’ultimo decennio sono arrivati la fase e gli anni del sostanziale azzeramento sia della domanda di manodopera che delle quote d’ingresso. Mentre l’Italia ha chiuso ancor più e ideologicamente le frontiere, la Germania ha però introdotto un permesso di soggiorno di sei mesi specifico per ricerca lavoro. Negli ultimi anni il decreto-flussi italiano riguarda ormai quasi solo pochi lavoratori stagionali nei settori agricolo e turistico. Sarebbe bene tenerne conto quando si parla degli sbarchi via mare: fino a tre anni fa (prima degli hotspots dell’Unione Europea) solo una minoranza degli sbarcati chiedeva asilo in Italia. Chi è riuscito ad arrivare e non esercita il diritto d’asilo può essere messo alla prova (e al lavoro regolare) della civile convivenza in Italia o in altri paesi europei, anche secondo la sua propensione e competenza, facilitando un migliore incontro fra domanda e offerta di lavoro e una maggiore corrispondenza fra la formazione e la qualifica regolari. Invece, nel 2018 i discutibili accordi con il Niger e la Libia (quella adesso in drammatica guerra civile), l’illegale considerazione della Libia come “porto sicuro” (dove averne pure riarmato la Guardia Costiera ufficiale), il sostegno oggettivo ai criminali africani ed europei che gestiscono privatamente per proprio profitto le rotte, la campagna di discredito nei confronti delle Ong impegnate nei salvataggi hanno ridotto le traversate.

Il problema sono le rotte sicure e i porti aperti, facilitare i movimenti di rifugiati a profughi e persone di buona volontà, contrastare criminali, scafisti, gente armata ed eventuali terroristi, ancor più ora dalla Libia in guerra. Bloccare le rotte dei migranti (visto che non ci sono traversate di linea e abbastanza corridoi umanitari) significa negare il diritto d’asilo a persone che ne avrebbero titolo e libertà di movimento ad altre che sarebbero regolarmente utili alla nostra società. Ora non è il momento di sanatorie, come ovvio. La questione è un pensiero lungimirante sul fenomeno migratorio, sul diritto (violato) di restare nel paese dove si è nati e cresciuti, sulla libertà di migrare che potrebbe arricchire la nostra comunità nazionale e, quindi, sulla necessità di riporre al centro anche la legge sulla cittadinanza. Davvero non si può più rinviare l’approvazione di una nuova legge per l’accesso doveroso alla cittadinanza italiana (quello che impropriamente viene definito lo “ius soli”)! Del resto, tutti noi siamo meticci e quasi tutti noi siamo persone di origine immigrata, tante o poche generazioni che siano. Buone festività pasquali: migrate in pace!