Miracolo alla Melegatti
è tornato il Pandoro

“Siamo di nuovo al lavoro”.  Nell’epoca di internet dove, se non su Facebook e sugli altri social, potevano condividere la riapertura della loro fabbrica? I lavoratori della Melegatti ce l’hanno fatta in tempo per questo Natale a rimettere in produzione burro, uova, farina e lievito per veder crescere un milione e mezzo di pandoro e panettoni. Se non fosse andata così alla loro azienda – una settantina di lavoratori fissi e un paio di centinaia stagionali, molte donne alla catena di montaggio, meno negli uffici-  avrebbero dovuto dire addio per sempre. Ed affrontare un periodo oscuro fatto di cassa integrazione finché dura e poi il buio della disoccupazione, nella spasmodica ricerca di un altro lavoro che in tempi di crisi è operazione difficile.

Ma quelli della Melegatti, veneti tosti, la battaglia da ottobre l’hanno fatta per riaprire, non per leccarsi le ferite. E hanno difeso con continuità ed amore il  più importante degli ingredienti che servono per impastare pandori, l’invenzione della casa che risale alla fine dell’800 (e che in due esemplari c’è anche nel decoro della facciata del palazzo di famiglia in città, panettoni e altri dolci): il lievito madre, accudito ogni giorno con l’aggiunta degli elementi necessari per non farlo morire. Acqua, farina, i segreti di un’arte. Se non fosse stato salvato la produzione non avrebbe potuto riprendere se non dopo settimane. E l’Epifania le feste se le sarebbe già portate via.

Ora i macchinari  dello stabilimento di San Giovanni Lupatoto, cittadina a 9 chilometri da Verona, località in cui producono anche Giovanni Rana e il gruppo Vincenzi, hanno ricominciato a marciare.  Quello di San Martino Buon Albergo, fabbrica destinata ad una diversificazione della produzione non solo legata alle festività ma a regime tutto l’anno, fermo da febbraio, è ancora bloccato. La concorrenza è spietata. La grande distribuzione fa il prezzo e se vuoi vendere ti devi adeguare.  Per affrontare una situazione di questo genere c’è bisogno di una dirigenza esperta e non conflittuale. Le due famiglie che si combattono al vertice, Ronca e Turco, hanno preferito lo scontro tra loro piuttosto che la ricerca di una soluzione per salvare stabilimenti e maestranze.  Vecchi attriti tra famiglie. “Litigavano i nonni, poi hanno litigato i padri e ora la contrapposizione continua” ha detto in più occasioni Emanuela Perazzoli, presidente e amministratrice delegata della Melegatti, arrivata in quel posto alla morte del marito Salvatore Rona. Lei sa fare l’avvocato e rivendicare che ”abbiamo superato due guerre senza sospendere la lavorazione”, ma non le è bastato per non arrivare sull’orlo del fallimento.

Questa volta, dopo più di centoventi anni, le beghe e le incomprensioni hanno fatto rischiare di brutto centinaia di famiglie che ora trascorreranno un Natale migliore grazie ad una procedura autorizzata dal Tribunale che in tempi rapidi ha compiuto le operazioni legali necessarie. Sono in arrivo anche nuovi fondi, i primi 6 milioni sono stati concordati con il fondo d’investimento maltese Abalone. “Se le cose andranno bene ne dovrebbero arrivare altri dieci per la produzione di Pasqua” dice Paola Salvi, segretaria della Flai-Cgil che la vicenda Melegatti l’ha seguita in questi anni. “E di mezzo c’è anche San Valentino che è un’altra “dolce” occasione. Poi bisognerà che ne arrivino altri per mandare in produzione costante le macchine per i prodotti da forno non stagionali, l’investimento in grado di garantire un futuro più stabile. Purtroppo non tutti nascono imprenditori” (…) “dobbiamo andare avanti a step, un traguardo dopo l’altro”. Le questioni economiche sono molto complicate. Ci sono da gestire 28 milioni di euro di debiti. Ci sarà da trovare un accordo con i creditori privilegiati. E saranno tagli.

“La fortuna lo sai con Melegatti è più dolce che mai” diceva Franca Valeri in uno spot di metà anni ’80. Bastava una cartolina per vincere auto di lusso. Poi ci sono state Milena Vukotic, Bud Spencer, Angela Finocchiaro e Valerio Scanu. Fino all’incidente, già segnale di crisi dirigenziale, di quello spot subito ritirato che diceva “ama il prossimo tuo come te stesso…basta che sia figo e dell’altro sesso”. Ora, i soldi non ci sono, la pubblicità se la stanno facendo sui social i dipendenti, “Arriviamo, aspettateci” hanno scritto ovunque per combattere in prima linea la battaglia con le dure leggi del commercio. Di questi tempi  tutti i negozi e supermercati hanno già riempito gli scaffali di panettoni e pandori. Un po’ di posto ancora c’è? Lo si sta trovando con la solidarietà di commercianti e acquirenti. E se no si può sempre comprare direttamente in fabbrica. Un milione e mezzo di pezzi da smerciare sono tanti. Però questa può diventare la storia simbolica del Natale di un altro anno difficile. Da queste parti di più. “Speriamo trovino un posticino, sono sicuro che le vendite li ripagheranno” ha detto Luca Quagini, il nuovo direttore dello stabilimento vicino a Verona, che un po’ si è commosso quando ha visto il primo pandoro sfornato. E non solo lui. Anche chi lo aveva lavorato. A farlo c’era gente senza stipendio da agosto che si è rimboccata le maniche sperando di riuscire a raddrizzare una situazione che sembrava drammatica fino a pochi giorni fa. “Con grande responsabilità le maestranze hanno accettato subito di riprendere il lavoro. Abbiamo però chiesto che venga autorizzato il versamento della retribuzione di novembre e dicembre” ha detto Salvi. Per il resto bisognerà lavorare ad un accordo.

La storia dei lavoratori della Melegatti è arrivata sul palco di “Liberi e uguali” attraverso il racconto di Laura Tarantino, impiegata per ventiquattro anni nell’azienda e che, poco prima che la fabbrica riaprisse i battenti, per le alchimie pensionistiche del nostro Paese, è riuscita ad agguantare la prospettiva di una vita più tranquilla. Neopensionata, una figlia già grande che fa la veterinaria, Laura racconta con la stessa tensione di prima quella cura nei mesi per non far morire il lievito madre, i pasticcieri per primi e poi tutti gli altri. Acqua, farina, speranza…

Il cuore è ancora in fabbrica. La preoccupazione per il futuro la condivide ancora tutta con gli altri che sono ancora al lavoro. L’uscita di domenica non segna ancora un nuovo impegno ma impegnarsi le piace. “Sono arrivata tardi alla politica. Avevo 40 anni quando ho cominciato a sostenere il progetto dell’Ulivo, poi il Pd. Quando è arrivato Berlusconi anche se non ero più giovanissima ho capito che bisognava schierarsi. Lottare. Ora sto a guardare. Per un po’.  Poi deciderò cosa fare. Ho cercato di portare a “Liberi e uguali” la mia esperienza di lavoratrice e di donna”. Le donne, a proposito. “E già, la foto del gruppo dirigente è tutta al maschile. D’altra parte nascendo la nuova formazione da partiti tutti guidati da uomini cosa potevamo aspettarci. Nascevano così e se ci mettevano una donna sarebbe potuta sembrare anche una forzatura. Ma ora bisogna recuperare. Ed io sono convinta che non ci saranno problemi per quelle che vorranno emergere”. Ottimismo eccessivo? Forse no, per chi ha contribuito a riavviare altre macchine. Staremo a vedere.