Meglio il voto
che i giochini
responsabili

Se il governo sopravviverà alla questione del “buco di una montagna”, come la chiama Salvini, altre fibrillazioni seguiranno per la durata della legislatura. Soprattutto dopo le europee, con un M5S che rischia di precipitare più in basso del 20 per cento, i grillini dovranno inventare ogni giorno una provocazione per reagire all’affronto della decadenza. Per il governo sarà dura resistere, con un alleato in forte ascesa e l’altro in celere declino, ma la condanna alla coesistenza poco pacifica per un certo tempo è senza alternative.

Se l’attuale bicolore non assumerà i contorni di una coalizione elettorale, ciò non dipenderà dalla opposta natura dei due partiti. Sul piano della cultura politica, tra il Fatto di Travaglio e la Verità di Belpietro, cioè tra i fogli governativi più autorevoli, la convergenza tematica è anzi alquanto trasparente, tangibile pare poi l’affinità di linguaggio, di stile. Chi interpreta il M5S come uno stimolo di carattere progressivo contro l’élite del potere (si è espresso così persino Bersani in Tv), non coglie la natura reale del populismo grillino e quindi non comprende che il bicolore non è un incidente, ma il frutto di una normale condivisione di schemi, visioni.

La trasformazione della coalizione di governo in alleanza elettorale non è di sicuro ostacolata da presunte discriminanti programmatiche. Quali sarebbero? Il governo, a giudicare ascoltando solo i fatti e non le illusioni sul segreto animo degli attori, si è mosso all’unisono sui migranti, sul sequestro della Diciotti, sull’aggressione agli istituti tecnici e indipendenti, sull’Europa. Bonafede è stato l’aiuto regista di Salvini nelle riprese con sottofondo musicale della preda tornata dal sud America.
Ad impedire che la sintonia di palazzo si trasformi anche in cartello elettorale è un semplice dato numerico, che sconsiglia l’adozione per le urne del formato di una coalizione tra partner di pari consistenza. Se uno dei due alleati di governo, come la Lega, ha la possibilità di ottenere lo stesso risultato (la conquista del potere) avvalendosi di un partner più ridotto nelle dimensioni quantitative, è evidente che la mossa logica più plausibile è quella che prevede l’intesa di Salvini con le truppe piegate all’ordine e ridotte di Meloni e Berlusconi.

Un patto elettorale tra Grillo e Salvini potrebbe essere preso in considerazione solo se il M5S, considerato che neppure la carta sua più potente, il reddito di cittadinanza, è in grado di assicurare una ripresa significativa del sostegno popolare, accetta di agire con la logica di una forza di media grandezza, che quindi partecipa al gioco del potere con il 15 per cento dei voti.

Manifestazione per la vie di Torino 8 dicembre 2018 foto Umberto Verdat

Un M5S assai dimagrito, e costretto alla prassi delle alleanze, non guarderà a sinistra, ma, con maggiore probabilità, sarà indotto a dare continuità all’esperienza di governo con Salvini. Colpisce in tal senso l’errore prospettico nella leadership a sinistra del Pd, che immagina un gioco di sponda con Grillo e quindi respinge un giusto richiamo strategico di Zingaretti per il quale, in caso di crisi dell’esecutivo gialloverde, l’opposizione chiede il voto e non partecipa a giochini chiamati “responsabilità”.

Che un non-partito possa avere un’anima diversa, addirittura opposta, rispetto al corpo visibile che una forza politica sempre esibisce nella condotta legislativa, è un assunto metafisico, irenico e ai limiti dell’ingenuità. La sola ostilità tra le due forze di governo è apparsa sulla tav, che però non sembra propriamente una discriminante dirimente nell’asse destra-sinistra. Il M5S, che è il non-partito egemone nel sud, timido è parso persino sulla tematica scottante dell’autonomia differenziata reclamata dalle regioni del nord.

I commentatori ragionano sulla politica sulla base di impressioni e di sogni soggettivi. Non ascoltano i dati analitici. Il governo gialloverde è stato possibile perché, per la sua natura costitutiva, il M5S è strutturato già come una formazione gialloverde. Il non partito è la composizione di due sensibilità estreme: il 25 per cento della sua base è di destra e il 25 per cento si dichiara con un passato di sinistra. L’equivoco originario si può sciogliere solo con l’esplosione della contraddizione nel campo della battaglia politica. Dentro i cinque stelle, il “capitano” non è affatto percepito come un nemico e anzi con convinzione se ne appoggiano i proclami e si nega l’autorizzazione a procedere con forza. Molti elettori in fuga dal M5S scelgono Salvini perché lo percepiscono come il compimento del grillismo.

La sinistra non dovrebbe sottovalutare la capacità di sopravvivenza e persino di ripresa dell’avversario (sebbene la tendenza al declino sia cosa visibile, non è ancora realmente misurabile l’eclisse del M5S). E quindi, come prima preoccupazione, dovrebbe trascurare il richiamo della foresta che la sospinge verso giochetti d’altri tempi. Il ruolo di incalzante e credibile opposizione, deve indurla alla paziente costruzione di una sintesi politica e culturale per offrire una direzione alle mobilitazioni di massa che proliferano in disobbedienza alle scelte etiche, istituzionali e sociali del governo.