Mattarella il silente
diventa externator

Dovrebbe farcela ad essere sfornato l’imprevedibile governo Cinque Stelle e Lega. Ma anche no. Manca poco. I lavori sono in corso mentre il presidente della Repubblica aspetta di conoscere il risultato finale di un confronto che, su richiesta dei protagonisti, è andato oltre il tempo previsto.

Non si sa ancora se a governare il Paese sarà un esecutivo politico, uscito sì dalle urne anche se le carte in tavola sono state cambiate dai protagonisti, o quello “neutrale” prospettato dal Capo dello Stato al termine del terzo giro di consultazioni che inevitabilmente, data la prevista mancanza di fiducia del Parlamento, condurrebbe a rapide elezioni, al massimo entro la fine dell’anno. Probabilmente in estate.

Si vedrà. Intanto questi giorni difficili stanno segnando un cambiamento nella percezione dell’uomo che dal Colle garantisce il rispetto delle leggi e delle regole, dei civili rapporti e dei diritti nel solco indicato dalla Costituzione, “la casa comune”, “la cassetta degli attrezzi”. Nei poco più di tre anni della sua presidenza Sergio Mattarella è stato rigoroso e preciso com’è nel suo stile. Ha contribuito per quelle che sono le sue prerogative alla dialettica politica e al confronto. Con indicazioni, inviti pacati alla coerenza e alla collaborazione, al rispetto degli avversari. Un lavoro continuo ma in situazioni diversa da quella attuale. In cui bisogna fare i conti con i risultati di una legge elettorale che non ha dato vincitori e non ha consentito di scrivere con chiarezza “la pagina bianca” che ogni chiamata alle urne invita a comporre.

Il presidente finora silenzioso ma attento,  in ogni occasione pubblica non ha mancato di fare riferimento a quanto stava accadendo, al tentativo in corso da parte delle forze politico, mettendo paletti chiari. Ricordando obblighi e impegni derivanti dai ruoli e dagli obblighi. Non esternazioni veementi di antica memoria, che l’uomo non le ha nel Dna. Ma il tono pacato non ne ha attutito le conseguenze.

Parlando a Fiesole alla Conferenza sullo stato dell’Unione ha bocciato qualunque idea di sovranismo pur affascinante. “Pensare di farcela da soli è pura illusione o, peggio, inganno consapevole delle opinioni pubbliche. L’irrilevanza delle politiche di ciascun singolo Paese europeo, fuori dal quadro di riferimento continentale, emergerebbe immediatamente”. La risposta ad ogni problema in ogni realtà “non può essere che l’Europa”. Messaggio chiaro a quanti a Roma, intorno a un tavolo, stavano cercando di stendere un programma da portare al Quirinale da esporgli. Le eccitazioni sovraniste meglio lasciarle da parte. Le simpatie personali meglio lasciarle fuori.

Richiamo alla situazione anche nel discorso per commemorare le vittime della mafia e del terrorismo. Una precisazione a quanti non avevano compreso o strumentalizzato il senso di quel “neutrale” con cui aveva definito il governo che avrebbe potuto nominare. Ci sono momenti di emergenza in cui bisogna richiamarsi ai valori costituzionali, bisogna dedicarsi ad impegni comuni “non divisivi delle posizioni politiche ma riferiti a interessi fondamentali del Paese, in questo senso neutrali”. E ai giocatori di Milan e Juventus, ricevuti al Quirinale prima della finale di Coppa Italia aveva ribadito il suo ruolo di arbitro che ”per condurre bene un incontro deve avere un buon aiuto nel senso della correttezza, della mancanza di simulazione, dell’impegno leale”. C’è da immaginare che una nuova stagione si è aperta.

Su queste parole, e anche su quelle che nel corso di questi giorni Mattarella non avrà mancato di dire nei diversi contatti e colloqui, sarà bene che riflettano le forze politiche cui il voto ha dato il compito di governare. In modo da non trovare intoppi quando e se il programma sarà sottoscritto da Lega e Cinque Stelle. Sul tavolo sono stati messi tutti gli argomenti della campagna elettorale anche se non concordanti. Bisognerà fare una cernita e trovare una sintesi. E vedere quanto la disponibilità benevola di Berlusconi peserà sulle scelte. Di Maio ha sempre parlato della necessità di intervenire sul conflitto d’interessi. Ci sarà nel programma. C’è anche il problema dei nomi da attribuire alle diverse caselle a cominciare da quella del presidente del Consiglio. Accantonata l’ipotesi infantile e priva di assunzione di responsabilità una staffetta tra Salvini e Di Maio (chi per primo? E il secondo che garanzia avrebbe avuto della stessa durata di governo?) bisogna trovare il premier o la presidente, anche se a guardare il tavolo per il programma con una sola donna c’è poco da sperare, per poi individuare i titolari dei dicasteri di peso: Economia, Esteri, Interni, Giustizia. Deciso un nome per il premier, nessuno dei due leader quindi una persona terza che potrebbe anche non essere stato eletto, a scendere gli altri nella consapevolezza che la lista deve passare al vaglio del presidente della Repubblica come detta l’articolo 92 della Costituzione che attribuisce al Capo dello Stato “la nomina del presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri”.

C’è ottimismo tra i politici responsabili. “Piena sintonia sul metodo per scrivere il contratto di governo” hanno fatto sapere Di Maio e Salvini. Nel documento ci saranno certamente revisione della Fornero, reddito di cittadinanza, flat tax e intervento sull’immigrazione. Ma anche la politica estera a partire dall’atteggiamento verso l’Europa e sull’euro.

Saranno fissati oltre i temi anche i tempi di attuazione. Altrimenti Mattarella la ricetta ce l’ha pronta.