Mattarella a scuola
tra bimbi cinesi
Gesto contro il razzismo

Bastano gesti piccoli, a volte, per cambiare segno. Il presidente Mattarella ne ha fatto uno. E’ andato nella scuola Daniele Manin, elementare e media, ai bordi dell’Esquilino (guarda il video). Un quartiere di Roma che, si sa, è frequentato per quasi il 50% da bambini e ragazzi di origine straniera, molti i cinesi. La visita era informale, ma le maestre hanno fatto in tempo ad avvisare i ragazzi che hanno cantato l’inno nazionale, e hanno anche fatto un disegno con le impronte colorate delle loro mani, dono per l’ospite.

Mattarella scuola ManinLa paura e l’ignoranza

Un piccolo gesto: sono vicino a voi, anche se in questi giorni siete oggetto di discriminazione, ha silenziosamente detto il Presidente della Repubblica. La paura non è mai una buona consigliera.

La paura del contagio da coronavirus ha fatto emergere intolleranza e xenofobia, insulti e dileggi. Un writer ha scritto su un muro: “c’è in giro una grave epidemia di ignoranza”, ed è così. Oggi ci si scaglia contro i cinesi, ieri per altri motivi verso i rom, e domani chissà. C’è sempre, per chi si sente emarginato o dannneggiato socialmente, un diverso con cui prendersela, con cui esercitare il miserabile potere di rivincita sociale.
Ma, è questo il problema. Il virus non guarda in faccia nessuno, può infettare tutti. La crisi e il peggioramento delle condizioni di vita colpiscono larghe fasce di popolazione. Invece di allontanare e emarginare i cinesi, laviamoci le mani e sosteniamo la ricerca di stato, che ogni anno subisce più tagli. Invece di abolire i diritti per qualcuno che spesso sta peggio di noi, sarebbe meglio chiedere con forza più diritti per tutti.

I romani di domani

Ma non è l’unica riflessione che suscita il gesto di Mattarella. Da oltre quarant’anni luogo di approdo per l’immigrazione cinese e non solo, l’Esquilino ha scuole che da allora lavorano nell’intercultura. Invece di ghettizzare, aprono le braccia a culture lontane e ricchissime, che diventano naturalmente quelle di tutti. Di sapere non ce n’è mai abbastanza.
In quelle scuole sono andate le mie figlie, da bambine. L’asso in matematica era cinese, il migliore in inglese era egiziano, in geografia imbattibile era un’eritrea. Oggi il 45% degli alunni sono della seconda e terza generazione, 332 studenti di cui 224 nati in Italia. Cosa si aspetta, invece di imporre loro un gravoso e lungo percorso a ostacoli, a dare risposte alla domanda di cittadinanza che viene da quei ragazzi, da quegli uomini? Dai romani di domani?