Mata Hari: la fama e il fascino
furono la sua condanna

Si sa poco della fucilazione di Mata Hari: i dodici soldati del plotone erano vincolati al silenzio e soltanto uno, una sessantina d’anni dopo avrebbe raccontato qualcosa, con la memoria dei vecchi. Si sa che era calma, che disse qualche parola ai soldati, chiese il conforto di un prete cattolico e rifiutò di essere legata al palo. E si sa che per gli uomini del plotone, tutti giovanissimi, non fu facile: degli 11 colpi sparati (un fucile come si usava era caricato a salve) uno solo fu mortale. Due colpirono la donna di striscio, tutti gli altri andarono a vuoto. Dopo l’esecuzione il corpo venne deposto in una fossa comune. Nessuno degli uomini ricchi e potenti che avevano amato la danzatrice più famosa del mondo, che l’avevano venerata e inseguita per l’Europa, ebbe la pietà di occuparsi della sepoltura. All’Istituto di Medicina Legale conservarono, come un oggetto da studiare, la testa finché non scomparve misteriosamente negli anni ’50.


Così finì la storia di Mata Hari. Quando era cominciata? Forse nel ’91, quando Margarethe aveva 15 anni e frequentava una scuola per maestre d’asilo a Leyda, dove uno zio l’aveva portata dopo il divorzio dei genitori. Il preside dell’istituto perse la testa per lei, per la sua straordinaria ed esotica bellezza – la pelle ambrata, gli occhi scurissimi – così diversa dai canoni estetici delle donne olandesi. Forse fu allora che la ragazza intuì che quella bellezza avrebbe segnato il suo destino. Dopo lo scandalo, Margarethe resta prigioniera della provincia olandese ma con la testa piena del mondo di fuori. Finché a 19 anni trova il modo di andarsene. Risponde a un annuncio matrimoniale di un ufficiale britannico arruolato nel servizio coloniale olandese, Rudolph Mac Load, e nel giro di poche settimane lo sposa. Anche se lui ha vent’anni più di lei ed è malato di diabete, il matrimonio è il passaporto per il vasto mondo. Nasce un bambino, Norman John, e la famigliola si trasferisce in un villaggio dell’isola di Giava. Ma l’avventura in colonia non è quella che Margarethe aveva sognato. Il marito è violento, la maltratta. La vita sociale è limitata ai militari della guarnigione e ai funzionari coloniali, sempre le stesse persone, gli stessi discorsi. Fino a una sera quando, durante una cena, un ufficiale racconta delle danze induiste nei templi dell’isola. Margarethe è curiosa, chiede di essere accompagnata a una cerimonia. Qui, nascosta, assiste alla danza di Shiva, durante la quale la sacerdotessa si offre al dio della Trimurti sposo della dea Kalì. È una fulminazione.
Nel maggio del ’98 nasce una bambina, Jeanne Louise, e poche settimane dopo Norman John muore, forse avvelenato per vendetta da una governante. Margarethe si ammala di tifo e quando si riprende il matrimonio è definitivamente a pezzi. I due tornano con la bambina ad Amsterdam e lei chiede il divorzio. Per la sua vita lei vuole un nuovo inizio. Sogna Parigi, la grande città, l’arte. Parte nella primavera del 1903, ma il primo soggiorno è un disastro. La bambina le viene tolta a causa, dicono i giudici, della sua “vita dissoluta”. E in effetti Margarethe vive di espedienti, fa la modella per i pittori, forse si prostituisce, non ha di che vivere e torna sconfitta ad Amsterdam. Ma non si arrende. Sa che la sua bellezza esotica è un’arma formidabile e decide di usarla. A marzo dell’anno successivo è di nuovo a Parigi e stavolta è tutta un’altra storia. Diviene l’amante del barone Henri de Marguérie e prende alloggio al Grand Hotel. Non vuole fare la mantenuta, però. Si sente un’artista e insiste perché l’amico la presenti all’impresario di circo Molier. Una sera, a casa di Molier, si esibisce in una interpretazione tutta sua della danza di Shiva che ha visto nel tempio a Giava. Nell’offrirsi al dio la danzatrice si spoglia di tutti i suoi veli e l’interpretazione viene accolta con grande entusiasmo. Le voci sulla serata si diffondono. Qualche settimana dopo Margarethe, con il nome d’arte di Lady Mac Load si esibisce in una serata in casa di una cantante russa. I giornali parlano dello spettacolo e di questa danzatrice misteriosa e bellissima “venuta dall’oriente”. Qualche giorno dopo arriva l’invito di Emile Guimet, il grande orientalista, che chiede a Lady Mac Load di mostrare nel suo museo “per la prima volta in occidente” la danza di Shiva. Per l’occasione Guimet suggerisce all’artista un nome più esotico: sarà Mata Hari, l’Occhio dell’Alba.
L’esibizione, il 13 marzo del 1905, segna l’inizio di una carriera fulminante. Nei mesi successivi Mata Hari diventa l’etoile delle Folies Bergères e del Moulin Rouge aperto da poco, ma continua ad esibirsi anche nelle feste private dei nobili e dei magnati dell’industria e della finanza, dove tutti la corteggiano, in molti casi con successo. Ha una storia con un rampollo dei Rotschild, poi con il ricco ufficiale prussiano Hans Kiepert, che le organizzerà spettacoli in tutta Europa, poi con il banchiere Felix Rousseau che le mette a disposizione il suo castello di Tours. Le tournées diventano sempre più frequenti e più lunghe. Ovunque la danzatrice viene accolta come l’interprete di un’arte esotica e sensuale, ispirata dall’esoterismo orientaleggiante un po’ kitsch che andava di moda all’epoca (anche per merito suo). L’attrazione principale delle prestazioni di Mata Hari è la sua nudità, molto audace per i tempi. Ma lei sa danzare davvero e viene invitata da impresari lirici di tutto rispetto. Nel dicembre 1911 interpreta una parte della “Gerusalemme liberata” di Gluck alla Scala di Milano e nel ’13 porta a Roma, Napoli e Palermo un repertorio di danze spagnole.
Nell’estate del ’14 è a Berlino, dove vorrebbe mettere in scena un balletto sceneggiato da lei stessa, “La Chimère”. Non se ne farà niente. I tedeschi invadono il Belgio e Mata Hari riesce a partire per Amsterdam grazie all’amante, un industriale olandese. Durante il viaggio la nave viene intercettata dalla marina britannica e lei viene arrestata come spia: l’hanno scambiata per Gertrude Benedix, un’agente tedesca ricercata. Verrà rilasciata con tante scuse, ma ai responsabili dei servizi francesi resta la sensazione che il sospetto, in qualche modo, fosse fondato. Dopo un breve soggiorno in una Parigi svuotata dalla guerra, Margarethe si trasferisce all’Aja, dove si lega al console tedesco Alfred von Kremer. Sarà questa liaison il pezzo forte dell’accusa nel processo. L’artista ha accettato le profferte, che von Kremer certamente ha avanzato, di fare il doppio gioco a favore di Berlino? Lei nega: ha ricevuto, è vero, 20 mila franchi dal console, ma era una specie di risarcimento per i fastidi che i tedeschi le avevano creato. L’inchiostro simpatico lo aveva preso, ma poi lo aveva gettato in mare. Dell’incarico a Contrexeville aveva subito riferito a Ladoux e questi sapeva tutto degli approcci di von Kremer. Perché non era intervenuto allora?
Niente da fare: i giudici militari non le credono e arriva la condanna. Mata Hari è una spia e ha tradito la Francia, il paese che l’ha accolta e resa famosa. Sui giornali escono commenti favorevoli alla condanna e poi alla fucilazione. Il popolo è contento e i ricchi, i nobili, i potenti che l’hanno avuta tacciono o raccontano di essere stati ingannati. La leggenda di Occhio dell’Alba è diventata una brutta storia, la sua popolarità una maledizione, la sua bellezza una condanna. Gli amministratori di Leeuwarden, dove Margarethe nacque nel 1876, ancor oggi chiedono alla giustizia militare francese una revisione del processo che renda l’onore alla figlia più famosa della città. Non l’avranno.

2/fine. La prima parte è qui