Marion e le altre, addio
alle donne annegate

E’ una nenia dolce: non sembra nemmeno un canto funebre. La intonano con un filo di voce, negli occhi la paura di chi ha visto in faccia la morte e se l’è scampata chissà come. La legge del caso, null’altro, ha voluto che oggi possano essere qui, ai margini del Famedio del cimitero di Salerno, a guardare, smarrite e confuse, quelle 26 bare allineate, 13 per lato, di un emiciclo circondato dalle tombe dei salernitani illustri e chiuso da un arco retto da alte colonne doriche. Si avvicinano le mediatrici culturali, le insegnanti e le studentesse delle scuole superiori cittadine e loro si mettono in cerchio, quasi a proteggere il dolore da influenze esterne. Sono una decina arrivate dalla Nigeria e dal Gambia a ondate successive, sbarcate a Salerno e, dopo l’identificazione, smistate nei Cas (Centri di accoglienza straordinari) della provincia.


Invece Marion e Osaro, le prime a cui è stato possibile dare un nome, Ozuoma, Ugechi Fawour e Loveth, identificate grazie ai numeri di telefono che avevano addosso, e le altre ventuno ragazze, ridotte ad un burocratico codice alfanumerico stampato sulla bara, la notte tra il 3 e il 4 novembre sono rimaste per sempre sulla linea dell’orizzonte del Mediterraneo. Libere finalmente dalla crudeltà degli uomini, inchiodate al loro destino da una bestialità tanto più grande di loro. Sui corpi, rivela il medico legale che ha eseguito le autopsie, segni di frustate e ustioni. Torture da parte delle milizie libiche, che gestiscono i traffici di esseri umani dopo aver ridotto ad un ruolo di subalternità le vecchie mafie etniche.

Ma la morte delle 26 ragazze, tutte tra i 15 e i 20 anni, è avvenuta per annegamento.
Una rosa bianca e una rossa per ogni bara: su quella di Marion, incinta di cinque mesi, anche una azzurra. Il fratello di Osaro e il marito di Marion, sbarcati vivi dalla Cantarbia nell’alba tragica del 5, si aggirano tra la folla e sembrano due sacchi svuotati. Sfiorano il fitto plotone di politici e amministratori in fascia tricolore e funzionari della prefettura in testa il prefetto Salvatore Malfi che li abbraccia, subiscono l’assalto dei giornalisti che chiedono della Libia. Ma dell’inferno non parlano, l’orrore ha prosciugato le parole. E d’altronde la consegna del silenzio imposta dalla Procura – il capo, Corrado Lembo, è di faccia all’altare, tra il presidente del Tribunale cittadino e il capo della vicina Procura di Nocera – è ferrea. Perché da Salerno – l’indiscrezione trapela proprio dagli ambienti giudiziari – potrebbero venir fuori cose sconvolgenti sugli affari delle organizzazioni criminali impegnate nella tratta più turpe di qua e di là del mare della morte.


Fa freddo, sulla spianata di Brignano. Un vento gelido imperversa per tutta la durata della cerimonia, che doveva essere interreligiosa e invece è prevalentemente cattolica. L’Imam di Bellizzi-Battipaglia Essebeh Abderahim si limita ad una breve preghiera, il resto lo fa il vescovo di Salerno, Luigi Moretti: la parabola delle Beatitudini, il Pater, una brevissima omelia, la benedizione. La parte protocollare dura una ventina di minuti, in un silenzio rotto solo dal fischio della tramontana che fa inchinare i cipressi. Poi c’è spazio solo per il dolore. E la riflessione.
Con Salerno, in lutto cittadino con un minuto di raccoglimento nelle scuole ma poche – quasi nessuna, in verità – serrande abbassate, che si fa un po’ di conti e scopre che, in 3 anni e 22 sbarchi, nel suo porto sono arrivati poco meno di 20 mila migranti (19.216, per l’esattezza), tanti bambini senza accompagnatori, tutti richiedenti asilo, il 90% passato per i campi di concentramento libici.

Per ognuno di questi sbarchi c’è un fascicolo aperto dalla Procura salernitana. Una volta sbarcati sul molo di Ponente, vengono presi in consegna da una struttura mista, formata da volontari della Caritas e addetti della Prefettura, che li avvia al centro di prima identificazione nella zona industriale, dall’altra parte della città. Anselmo Botte, sindacalista della Cgil che si occupa di immigrazione da una trentina d’anni, e che a queste cose ha dedicato anche un paio di libri, boccia solo in parte l’organizzazione dell’accoglienza: “Il grosso resta a Salerno 24, massimo 48 ore, poi viene smistato ai Cas, una trentina in tutta la provincia, gestiti da privati sulla base di affidamenti da parte della Prefettura. Finora il sistema ha fondamentalmente retto, perché dei 20mila sbarcati a partire dall’Operazione Mare Nostrum qui ne sono rimasti tremila. E tuttavia le criticità ci sono, eccome”.
Botte sa di disordini avvenuti al Cas di Sicignano degli Alburni, dove i richiedenti asilo sono stati sistemati in container in disarmo, un tempo utilizzati per alloggiare gli operai impegnati nel rifacimento della Salerno – Reggio. Vetusti. Freddi. Molti con servizi igienici inutilizzabili da anni. Tra gli affidatari dei servizi di accoglienza, a cui vanno 32,5 euro al giorno per il vitto e alloggio di ogni migrante (al quale quindi restano 2,5 euro, utilizzati per le sigarette o la scheda telefonica) c’è una posizione di monopolio: un’impresa di Capaccio Paestum che ha fatto incetta di incarichi.

“Anche a Campagna ci sono state tensioni – prosegue il sindacalista. – Colpa dell’accentramento delle competenze in capo alla Prefettura con i sindaci, impossibilitati a intervenire, che non producono politiche di integrazione con le popolazioni locali. Dare loro più poteri significherebbe creare anche posti di lavoro, ma da due anni una nostra proposta di legge regionale giace in qualche cassetto della Regione, mai presa in considerazione”.