Tronti: “rivoluzionario conservatore”
estraneo alle esperienze minoritarie

Più volte ha parlato in questa conversazione della irriconoscibilità delle forze di sinistra. In una intervista di qualche anno fa ad Antonio Gnoli, mi pare nel 2015, lei ha sostenuto che le sue riflessioni e le sue analisi “non sono quelle di un riformista democratico, ma quelle di un rivoluzionario conservatore”. Oggi mi sembra che lei abbia anche qualche esitazione a definirsi ‘di sinistra’. È così?

Tengo molto a quella autodefinizione, che ho ripetuto in altri contesti e poi soprattutto ho realizzato nella ricerca teorica e tentato di applicare, con più difficoltà, nella pratica politica. Non riformista democratico ma rivoluzionario conservatore. Forse è tutto detto lì. Amo molto l’aforisma: io che non mi esprimerei attraverso twitter nemmeno sotto tortura. È quella brevità concettosa che riassume un lungo travaglio di pensiero. Arriva alla fine e chiude un cammino. Molto difficile da comprendere. A proposito di quella frase ho proprio sperimentato questa difficoltà. Si ascolta, o si legge, magari si sorride e si passa oltre, come di fronte a una battuta brillante. Mentre bisognerebbe fermarsi a riflettere per qualche ora. (…) È vero, trovo difficoltà a dirmi genericamente ‘di sinistra’. Cerco di non definirmi così, perché mi sembrerebbe banale, perché sento che la parola non dice tutto quello che attualmente sono politicamente. Penso che sinistra sia qualcosa di cui oggi c’è necessità forse più che in passato, per quel che ha significato, per quel che può ancora significare. Ma io sono, come lei ha capito, un teorico della forza e non posso non vedere la debolezza della parola. Però devo aggiungere che, metodologicamente, sono contrario ad abbandonare una definizione vecchia prima di trovarne una nuova che la sostituisca. La necessità di rinominarci c’è. Bandirei un concorso pubblico per trovare un nome, comprensibile e attrattivo, a quelli che vogliono rovesciare lo stato presente delle cose con l’arma del realismo politico. Un civile sovversivismo realista. Perché questo è al fondo il progetto.

Come la mette con chi vorrebbe mandare in soffitta tale vocabolo teorizzando il superamento nella società contemporanea della contrapposizione ‘classica’ destra-sinistra?

Non ho nulla a che fare con costoro. È il qualunquismo di oggi, più ridicolo e purtroppo più pericoloso di quello di ieri. Bisognerebbe combatterlo con molta più decisone di quanto non si faccia. Ho argomentato qualche anno fa in un saggio che La sinistra è l’oltre. Ecco, la sinistra dovrebbe coltivare qualcosa che va al di là del presente, ricostruire una narrazione, ma io preferisco dire visione, di quel che può esistere dopo la forma sociale e politica del mondo che abbiamo. A quel movimento si erano dati nomi più forti, socialismo, comunismo. Nomi più efficaci perché dicevano immediatamente anche all’uomo più semplice che si andava verso qualcosa al di là dell’orizzonte visibile, percepibile. La parola sinistra invece è stata aggettivata tantissimo. Questo capita alle parole deboli. La differenza tra socialismo e comunismo è che il primo a un certo punto sentì il bisogno di aggiungere democratico, o di aggiungere liberale. Il comunismo non lo fece mai. Non so se sia stato un bene o un male. (…) Sinistra non ha la stessa immediata capacità di evocazione dei nomi sopra citati, serve magari a criticare il presente ma non contiene il futuro. È rimasta in campo, ma non è riuscita a creare quella grande appartenenza umana, antropologica, che le vecchie parole suggerivano. Forse sinistra riflette proprio questo passaggio dalla prospettiva all’autodifesa, dall’attacco alla trincea, dalla guerra di movimento alla guerra di posizione avrebbe detto qualcuno. Non amo parlare di me, ma nel mio caso è stato quasi un fatto naturale, da giovanissimo, diventare comunista. Perché quella è stata la mia parola, subito (…)

Fino alla fine, fino al crollo. Lei ha scritto: fu uno strabismo, credevamo fosse il rosso dell’alba, era quello del tramonto…

È una frase che ho utilizzato per l’esperienza operaista. Ma si può generalizzare alla storia dell’ultimo movimento operaio, di matrice comunista. Ci aspettavamo sempre il meglio. Poi arrivano le verifiche, quelle che Bobbio chiamava le repliche della storia. Sbattere contro i fatti senza l’airbag può far male. Ma prima del crollo avevo già declinato la weberiana categoria del disincanto. Quando sono caduti nome e forma del partito, ricordo bene che in quel travaglio mi sono affidato a una scelta: rimarrò un intellettuale comunista in qualunque partito mi troverò a militare. Così ho fatto. Resto in quest’area, quella della sinistra, appunto, con la mia identità, come mostra tutto questo nostro discorso. Mi fermo: per dare conto del fatto che è con un amaro sorriso che dico queste cose in questo modo. Capisco bene, sono consapevole, di parlare una sorta di lingua morta. È come esprimersi in latino al tempo dell’inglese. Lotta di classe: che roba è? Democrazia formale e sostanziale: ancora? Comunismo, poi! Si è fatto in modo che vengano i brividi al solo nominarlo. (…)

D’accordo. Allora, tra le cose che contano, c’è la domanda d’obbligo, a questo punto. Per il Pd e per la sinistra, quale futuro?

Separiamo. Pd e sinistra non sono la stessa cosa e non so nemmeno se hanno un destino comune. Si è già sentita questa frase: il Pd, partito mai nato. Mai nato come partito. Nell’atto di fondazione non c’era proprio questa opzione. O diciamo meglio: non c’era l’intenzione di un partito a tradizione europea. C’era il progetto di un cambio di tradizione. Non solo il nome, ma l’identità, ricalcavano il modello americano. Partito a vocazione maggioritaria, passaggio dal bipolarismo al bipartitismo, primarie. E partito-coalizione come sono i partiti americani. E, come questi, partito elettorale. L’idea era di prendere la coalizione di centrosinistra che aveva anche ben governato nell’alternanza con Forza Italia e farne partito, superando così, o credendo di superare, le contraddizioni interne che le esperienze di governo avevano messo in luce. Un’idea di tutto rispetto. Aveva almeno il merito di un ragionamento strategico che tra l’altro portava a ridisegnare il quadro istituzionale del nostro sistema politico. È chiaro che sullo sfondo non poteva che comparire la transizione da una repubblica parlamentare a un repubblica presidenziale, o semi. C’era solo un problema: che Repubblica italiana non era Stati Uniti d’America. L’Italia è Europa. E il caso italiano è un’anomalia sì, ma europea. Il limite dei teorici e pratici dell’innovazione, l’ho già detto, è di non fare mai i conti con la tradizione: che, se trascurata, si vendica e presenta il conto alla prima occasione. A un certo punto si è detto: l’amalgama non è riuscito. Ma non se ne sono tratte le conseguenze. Quando una conseguenza se ne è tratta è stata quella sbagliata: una inutile piccola scissione non spiegata, non compresa. Non voglio entrare nel racconto e nel giudizio sulle dinamiche interne al Pd: non le ho vissute e qui voglio parlare solo di ciò che ho vissuto. Dico solo brevemente questo: Renzi ha potuto facilmente impadronirsi di un partito che non c’era. Ha occupato una casa vuota. E ne ha fatto casa sua. Se c’era un partito, il primo giorno che fu pronunciata la parola rottamazione, avrebbe invitato chi la pronunciava, sindaco o meno di una importante città, ad accomodarsi all’uscita. Ma era un vecchio vizio, dall’ultimo Pds, e poi soprattutto Ds e Pd, che il segretario di turno di tutto si occupasse fuorché dell’organizzazione del partito. Con in mente solo e sempre governo. Ma non c’è governo che duri senza un partito che funzioni. (…)

Devo dire che alla luce delle sue riflessioni, professore, il sottotitolo che abbiamo scelto ‘Per una critica della sinistra’ mi sembra perfino indulgente…

Provo a spiegare. (…) Mi vengono in mente – mi scuso per queste incursioni, ma sono proprio le mie – le parole del poeta, Hölderlin: “Noi siamo un segno…, che nulla indica”. Ecco, sinistra è un po’ così. Immediatamente non si capisce più che cosa sia. E la percezione immediata a livello di popolo si sa quanto profondamente conti. Sinistra è diventata una posizione pratica da pensiero debole. Ed è strano perché la parola opposta, destra, significa ancora, non ha affatto perso di senso, tanto meno di forza. Può cambiare di nome, lì, la sigla politica di riferimento però rimane il senso del posizionamento in termini di valori, di obiettivi, di soluzioni. Lo stiamo vedendo proprio oggi qui da noi, in quest’ultima edizione dell’anomalia Italia. Quindi, io direi: non è vero che destra e sinistra non esistono più. Esiste una visibile e comprensibile destra che dà nuova forma alla sua vecchia veste, nazionalismo, integralismo, razzismo, isolazionismo e anche populismo. Non esiste, così esplicito, l’analogo di una sinistra che abbia dato nuovo segno ai suoi antichi valori. Perché? Ma perché, invece che innovarli, adattarli ai tempi come è giusto sempre fare, quegli antichi valori li ha ripudiati o accantonati. Diciamo: rottamati. La vera rottamazione riuscita è quella. Questa mi sembra sia la situazione. E come uscirne: questo è il problema. Per capire, e per agire, è necessario però tornare al punto di origine: che è, a mio parere, l’ubriacatura del ‘nuovo che avanza’. Adesso vedo che è un coro ad ammettere che quella Nuova Era, annunciata negli anni Ottanta, realizzata negli anni Novanta e primi Duemila, si è risolta in un fallimento. Quel nuovo capitalismo, post-industriale, post-fordista, post-welfare, post-guerra fredda, post-moderno, post-tutto, che avrebbe risolto non solo le sue storiche contraddizioni interne ma anche quelle del suo altrettanto storico nemico interno, il mondo del lavoro ormai beneficiario delle magnifiche sorti e progressive, eccolo lì, incappato in un’altra crisi del ’29 che ha costretto tutti al risveglio dal sonno dogmatico. Ma, scusate, che ci voleva a saperlo prima? (…)

Tanto più urgente diventa il riappropriarsi ognuno della sua propria tradizione, ripeto, innovando forme di organizzazione, di espressione, di comunicazione, di presenza e di immagine nel sociale e nel politico. È questo il primo passo per uscire dallo stato presente e inoltrarsi nel futuro. Posso sbagliare, ma l’operazione mi sembra più fattibile qui in Italia che immediatamente in Europa. Proprio perché qui si parte da esperienze comuni, di governo e anche di partito. Popolarismo e socialismo, insieme, in modo esplicito e non in modo appena accennato come nel Pd, possono cambiare da subito l’asse programmatico indispensabile per rifare popolo, raccordando e riequilibrando una cultura dei diritti con un’azione sui bisogni. E soprattutto recuperando quello che si è perduto: una politica e direi un’etica, sì una morale sociale umana del lavoro e della persona che lavora. Il lavoro non è in sé un valore alternativo. Lo diventa quando si fa consapevolmente campo di conflitto. Cioè quando rivendica per sé dignità, fierezza, decenza, vita buona, autonomo e non più subalterno ruolo sociale generale e per ottenere questo esprime capacità di lotta e forza di organizzazione. Quello che più ha fatto impallidire il colore politico della sinistra è l’aver messo in campo, sì alcune contraddizioni ma non quelle di sistema, quelle piuttosto di fase: e tutte sullo stesso piano, ora l’una ora l’altra, a seconda del momento. E invece c’è una contraddizione centrale, di fondo, a cui tutte le altre devono in qualche modo sempre riferirsi: ed è la centralità del conflitto di lavoro. Se popolo non si connette a lavoro non è popolo. Non è concetto-realtà di popolo sociale e politico. Proprio dalle immani trasformazioni odierne subite dal mondo del lavoro va ricostruito popolo. (…) Con questo popolo solo un’aggregazione intorno a un partito socialpopolare potrebbe legittimamente conferirsi una vocazione maggioritaria. E magari misurarsi alla pari, in un nuovo bipolarismo, con un’aggregazione intorno a un partito nazional-populista. (…)

Ma quelle due culture, quelle componenti popolari tradizionali, socialismo politico e cattolicesimo democratico, non sono ormai entità minoritarie nel paese reale, per poter assumere questa funzione maggioritaria?

È un’obiezione e non certo marginale. Va assunta prima che la facciano altri. Ma ribatto: è esattamente così? O non è vero piuttosto che esse sono state occultate, silenziate e da parte loro sono attualmente semplicemente disorientate tanto da dare consenso a offerte, politiche o, peggio, antipolitiche, improbabili e dannose per sé e per tutti. E questo però solo per mancanza di altre offerte credibili, riconoscibili e affidabili. E se si tentasse invece di farle nuovamente vedere, se ci si impegnasse di nuovo a riscoprirle nelle loro forme di esistenza senz’altro mutate ridando loro la parola? Se, insisto, si facesse di quella prospettiva un’offerta politica realisticamente possibile? La domanda di socialismo ritorna oggi perfino là dove Sombart già dal 1906 si chiedeva in un libro Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo?. Nell’Inghilterra della Terza via blairiana il Labour si affida a un leader antagonista. In Spagna una formazione di matrice operaista come Podemos è arrivata al governo. In Portogallo un governo di sinistra funziona molto bene. In Italia, aspettando che si risvegli magari per un bacio del principe la bella addormentata del Pd, sappiamo che c’è un giro di militanza in attesa di essere richiamata in campo, vediamo che molto del tradizionale associazionismo e volontariato cattolico fa nel frattempo lavoro di supplenza solidale. (…)

Quali scelte pratiche, dunque?

Le scelte pratiche sono state tutte conseguenti a questi princìpi. Ad esempio: la mia appartenenza nel campo della sinistra politica sempre alla forza di maggioranza. Non si troverà mai il mio nome in esperienze minoritarie, di gruppo, tipo gruppi extraparlamentari o gruppo del Manifesto, oppure minoritarie di partito, tipo Psiup, Pdup, Rifondazione comunista, Sel, da ultimo Leu e forse ne dimentico qualcuno. Contro la malattia minoritaria mi sono vaccinato da bambino nel passaggio operaista: così poi ho potuto restarne immune per la vita. Nel 1977, in piena bagarre dei cosiddetti movimenti, a un saggio sulla prima rivoluzione inglese, quella del 1640, posi come esergo questa citazione di Cromwell: “Se non riusciamo a spostare l’esercito sulle nostre posizioni, dobbiamo spostarci noi sulle sue”. Ecco, importante è l’esercito, la forza che puoi manovrare nella guerra. La politica come testimonianza nutrita dalla fede di essere nel giusto bene che alla fine prevarrà sull’ingiusto male, la lascio ai professionisti dei buoni propositi. (…)

 

 

 

Il testo che pubblichiamo è tratto dal libro

Mario Tronti con Andrea Bianchi

Il popolo perduto. Per una critica della sinistra

Nutrimenti Editore