Maria e le altre, quegli anni difficili
sotto il tallone del regime fascista

Queste memorie vedono la luce trentacinque anni dopo la loro stesura. Maria Baroncini, infatti, aveva finito di scriverle agli inizi del 1982. L’aveva sollecitata Enrico Berlinguer dopo aver appreso come il fascismo le avesse rubato gli anni più importanti della vita, costringendola al confino per oltre un decennio, lontana dagli affetti e dalla sua bambina, Vinca, quando questa aveva appena cinque anni.

In quel periodo si stava chiudendo una stagione editoriale assai ricca di diari e memorie. Sollecitata dall’avvio della Storia del Partito comunista italiano di Paolo Spriano – che uscì, per Einaudi, tra il 1967 e il 1975 – e dalla imponente crescita del Pci alle elezioni del 1975-76, che suscitò molto interesse in Italia e all’estero, quella stagione vide la pubblicazione di numerose testimonianze sugli anni della persecuzione fascista e della resistenza, scritte da comunisti di “ogni ordine e grado. (…)

Nata nel 1903, prima di sei figli, da una famiglia di umili condizioni – padre e madre braccianti – in quella Imola che sin dall’Ottocento aveva visto crescere e rafforzarsi le prime organizzazioni di operai e braccianti, Maria si iscrisse al partito socialista sull’onda dell’entusiasmo delle elezioni del 1919. Nel giro di pochi mesi quella che sembrava la vigilia di una rivoluzione socialista si tramutò in una notte di sangue e terrore. Anche a Imola, sino ad allora una delle roccaforti del socialismo, si scatenarono le violenze fasciste. Già nel maggio 1921 si registrarono le prime spedizioni squadriste alla Casa del popolo, che lasciarono sul terreno molti feriti, alcuni gravissimi. Nei mesi successivi le campagne furono funestate da aggressioni a militanti isolati, nei piccoli borghi quotidianamente si registravano incendi e devastazioni di sedi socialiste e comuniste, di sindacati, cooperative, circoli operai, enti di consumo, ovvero tutto il reticolo di strutture costruite in decenni di lotte e di sacrifici dei lavoratori. (…)

Maria e il padre Umberto nel 1920 avevano aderito alla frazione comunista. A Imola, d’altra parte, i comunisti erano risultati maggioritari al congresso locale; e anche per questo alla fine di novembre 1920 la cittadina fu scelta per la riunione costitutiva nazionale della frazione in vista del Congresso di Livorno, e qui e si formò un comitato organizzativo composto da Amadeo Bordiga e Bruno Fortichiari, che curava anche la stampa de “Il Comunista”. Maria vi lavorò come segretaria e aderì quindi subito al neonato Partito comunista d’Italia. Divenuta responsabile delle donne comuniste di Imola, partecipò al primo convegno nazionale delle donne comuniste svoltosi a Roma nel marzo 1921. Fu in quella occasione che Maria conobbe Giuseppe Berti, allora segretario nazionale della Federazione giovanile comunista. Quando questi le dichiarò il suo amore Maria decise di condividere la vita irta di pericoli di un “rivoluzionario di professione” e di raggiungerlo, agli inizi del 1923, a Milano.

Non erano ancora in vigore le leggi eccezionali, ma proprio in quei mesi era in corso la “grande battuta anticomunista”, come ebbe a definirla Umberto Terracini, che aveva portato in carcere i massimi dirigenti del partito, a partire dal segretario Bordiga. I due giovani a marzo inviarono ai genitori una foto che li ritraeva, un po’ mesti, in un parco cittadino – non sappiamo in quale occasione – ma la polizia sequestrò la foto e la accluse al fascicolo per l’identificazione: il 14 maggio Berti, Luigi Longo e Antonio Cassitta, tutti dirigenti della Federazione giovanile comunista, vennero arrestati e processati con Bordiga e gli altri. Il processo si concluse in ottobre con l’assoluzione di tutti gli imputati. Il codice penale Zanardelli non poteva essere forzato oltre certi limiti e questo convinse Mussolini della necessità, appena le condizioni glielo avrebbero consentito, di approvare nuove leggi e di istituire una magistratura giudicante ad hoc: il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (novembre 1926).

Poco dopo la scarcerazione, alla fine del 1923, i due giovani riuscirono a espatriare illegalmente in Francia e a raggiungere da lì l’Unione Sovietica, dove rimasero sino alla metà del 1926. Rientrarono in Italia, ma con l’approvazione delle leggi eccezionali anche Berti, come gli altri dirigenti comunisti, fu arrestato e condannato a tre anni di confino, da scontare a Ustica. Maria, in attesa di un figlio, tornò a Imola, dove il 4 marzo 1927 nacque Vinca. Poco più di un mese dopo Maria e la bambina raggiunsero Giuseppe, e sino alla fine del 1929 ne condivisero la pena. (…)

Scontati i tre anni, la famiglia rientrò a Imola da dove poco dopo riuscì a espatriare illegalmente, motivo per il quale anche Maria finì iscritta nella Rubrica di frontiera e nel Bollettino delle ricerche. Peregrinarono per l’Europa (Parigi, Bruxelles, di nuovo Parigi), abitando in povere camere ammobiliate. Nonostante vivessero sotto false identità e rischiassero l’espulsione, Giuseppe e Maria ripresero l’attività politica. Il partito comunista aveva aderito disciplinatamente alle tesi formulate al X Plenum dell’Internazionale comunista (luglio 1929) sulla crisi del capitalismo e sull’imminente caduta del fascismo, impegnando tutte le proprie forze a preparare in patria un’insurrezione operaia. Quella che verrà definita «la svolta» si tradusse nell’invio di corrieri con direttive e materiale a stampa e nel trasferimento in Italia di quadri e dirigenti, molti dei quali arrestati poco dopo il loro arrivo. Tra questi Camilla Ravera, rientrata nel maggio 1930 e arrestata a luglio, e Pietro Secchia, tornato alla fine del 1930 e finito in carcere nell’aprile 1931. Anche a Maria il partito chiese di rientrare clandestinamente in Italia e lei, nonostante i rischi, decise di accettare. Dopo un paio di missioni andate a buon fine, il 15 luglio 1932 entrò dalla frontiera di Domodossola con un falso passaporto svizzero intestato a Lucia Meroni, ma fu fermata, perquisita e trovata in possesso di numeri dell’“Unità”, e di altri giornali, opuscoli a stampa, tre carte d’identità intestate a nomi diversi e denaro. Nelle stesse ore la sorella Nella, che tentava di entrare da Ventimiglia, ebbe la stessa sorte. Maria non aveva ancora trent’anni, Nella ne avrebbe compiuti venticinque la settimana successiva. Riebbero la libertà solo alla caduta del fascismo, nell’agosto 1943.

Su queste militanti di umili origini il regime si accanì particolarmente, palesandosi per quel che era: il regno del puro arbitrio. Non condannate da un tribunale, ma assegnate al confino per cinque anni da una commissione amministrativa composta dal Prefetto, dal Questore, dal Comandante dell’Arma dei Carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Furono inviate sull’isola di Ponza e poi a Ventotene. Trascorsi i cinque anni – periodo massimo stabilito dalla legge – entrambe se ne videro comminare altri cinque per non aver dato segni di ravvedimento. Alla fine del 1942, passati dieci anni, furono considerate “libere”, ma trattenute come internate. Undici lunghi anni strappate agli affetti più cari, costrette a uno scarso vitto e a uno scomodo alloggio, violate nella propria intimità in ogni momento, senza poter scrivere una lettera che non fosse attentamente esaminata da occhi estranei, senza poter leggere un libro che non fosse preventivamente autorizzato, senza poter fare una passeggiata fuori dalla stretta area delimitata dall’autorità, obbligate ogni giorno a presentarsi agli appelli. Alle vessazioni quotidiane e ordinarie si aggiungevano le punizioni per le infrazioni, anche se involontarie, ai regolamenti; e allora toccava loro la cella nel carcere di Ponza, o a Poggioreale a Napoli, oppure, ancora, il trasferimento in zone di confino ancor più disagiate, come Dorgali nel nuorese. (…)

Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, Maria, come gli altri confinati comunisti, dovette attendere il 19 agosto per poter lasciare l’isola di Ventotene, dov’erano stati concentrati la maggior parte degli antifascisti. Riacquistata la libertà, continuò ad essere “l’orgogliosa sostenitrice” dell’idea comunista (la definizione è del direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida) e a impegnarsi nella Resistenza romana e poi nella vita democratica dell’Italia libera, accanto al nuovo compagno, Mauro Scoccimarro.

Maria aveva completato le sue memorie e si apprestava a pubblicarle, quando morì tragicamente nel giugno 1982 nel corso di una rapina.

 

Il testo che pubblichiamo è tratto dall’introduzione al libro di Maria Baroncini “Memorie degli anni difficili” (Lithos Editrice) che verrà presentato giovedì 28 marzo alle ore 17 presso la Biblioteca di Storia moderna e contemporanea – Palazzo Mattei Di Giove  in via Michelangelo Caetani 32. Saranno presenti, oltre alla curatrice Maria Luisa Righi, Linda Giuva, Nina Quarenghi, Andrea Ricciardi. Coordina Patrizia Rusciani.