Marcia per il clima: obiettivo sostenibilità, stop a grandi opere inutili

Le 3 grandi piramidi di Giza, Cheope, Chefren e Micerino, magnificenze dell’età dei faraoni, furono costruite nell’arco di 10/20 anni. Il Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico, richiese 12 anni di lavoro. Questo per dire che, le grandi opere del passato sono state erette, grazie al sangue e al sudore degli schiavi, in un tempo relativamente breve rispetto alle velleità del nostro tempo e dei nostri governanti. E se, per quelle opere antiche non contava il fattore tempo poiché non avevano funzioni di pubblica utilità ma solo finalità di mostrare ai posteri la magnificenza e la grandezza di un periodo storico, oggi, le grandi infrastrutture dovrebbero rispondere soprattutto alle esigenze di mobilità di milioni di cittadini e di merci che viaggiano in lungo e in largo nello stivale e oltre. Ma i tempi lunghissimi di realizzazione ne cambiano profondamente le finalità di utilità pubblica facendole nascere già vecchie e inadeguate! Questo al netto delle condizioni di devastazione ambientale in cui vengono pensate, del danno per la salute e la vita delle comunità che producono una volta realizzate e delle commistioni e del legame patologico, certificato dalle inchieste giudiziarie continue, tra politica e malavita, tra regole e malaffare.

E’ dagli anni dell’ascesa di Berlusconi a Palazzo Chigi (18 anni) che sentiamo parlare di Legge Obiettivo e di stagione di grandi opere pubbliche. Una sterminata lista di infrastrutture che anziché dare priorità alla mobilità e al trasporto pendolare e nelle città, ha privilegiato investimenti ad alta intensità di cemento, asfalto e consumo di suolo. Sono l’Alta Velocità, come il terzo valico Milano-Genova, l’ AV di Firenze, l’AV Brescia-Verona, o le grandi autostrade come la Orte-Mestre, la Pedemontana Veneta e quella Lombarda, la Cispadana. Ma anche le linee metropolitane come la linea C di Roma, e la M4 ed M5 a Milano. Progetti preliminari o definitivi (419) che dal 2001 al 2014 hanno già divorato 153 miliardi (dati CIPE). E poi la Torino- Lione (già costata 1 miliardo di euro), il Ponte sullo Stretto (già costato 960 milioni), il Mose (già costato 5,15 miliardi). Ad oggi nessuna di queste opere infrastrutturali è arrivata a compimento a causa della scarsità di risorse pubbliche, dell’assenza di serie valutazioni costi/benefici e di valutazioni ambientali strategiche.

Unico criterio di scelta che rimane in piedi è la pressione lobbistica per far avanzare e finanziare un’opera anziché un’altra. E poiché buona parte delle opere sono realizzate in concessione senza gara, va da sé che il Mose, o le grandi Autostrade private e pubbliche e l’Alta Velocità ferroviaria rimangono ingabbiate in un sistema bloccato dalle semplificazioni procedurali, dalle Strutture Tecniche di Missione e le decisioni del Cipe, dall’esclusione degli Enti Locali, dai General Contractor che diventano soggetti privati impossibili da vigilare e dalle Valutazioni di Impatto Ambientale addomesticate. A queste storture vanno aggiunti i Codici Appalti che hanno adottato dal 2006 un doppio regime tra opere ordinarie e opere strategiche e che subiscono continue modifiche normative che rendono impossibile comprendere cosa e come applicare le procedure, rendendo la vita più facile solo a chi vuole aggirare le regole per i propri interessi privati.

C’è stato un momento in cui la stessa Autorità Anticorruzione per bocca di Cantone, ha definito la Legge Obiettivo “criminogena”. In nettissima continuità con il sistema distorsivo del passato, anche il Decreto Sblocca Italia del 2014 ha prorogato la scadenza delle concessioni autostradali allungandogli la vita, nonostante il fatto che importanti proroghe fossero state a suo tempo già assicurate alle Concessionarie, continuando a evitare quindi le gare. Con tanto di aiuti fiscali retroattivi ed ampie garanzie pubbliche verso i privati! E, pure peggio, è stato quando si è iniziato a dare la possibilità di realizzare lotti funzionali e poi ancora “lotti costruttivi” tradendo quindi completamente la logica dei tempi certi e dei costi certi.

Politiche disastrose in cui sono andate avanti opere pubbliche inutili in cui la fa da padrone la commistione fra irresponsabilità politica, strapotere di funzionari pubblici inamovibili, appetiti di imprenditori senza scrupoli, “deregulation” che ha fortemente ridotto le garanzie sulla trasparenza amministrativa e la mancanza di politiche dei trasporti, che hanno impedito un processo decisionale pubblico e scelte razionali nell’interesse collettivo. Tutto questo a scapito di opere utili basate su serie analisi tecniche costi/benefici e sulla discussione aperta e democratica su cosa fosse davvero necessario per realizzare trasporti e infrastrutture efficienti.

In questo quadro già gravemente compromesso è piombata, negli ultimi anni, la crisi ambientale e climatica, conseguenza nefasta di un modello di consumo e crescita incontrollati, di uno sfruttamento estremo delle risorse naturali che il pianeta mette a disposizione, con la conseguente crescita di quantità di emissioni, scorie e rifiuti dotati di effetti tossici sull’ambiente nel suo insieme, sugli esseri umani, sugli animali e sulle piante. E le grandi opere diventano così inutili anche per l’incongruenza rispetto alle nuove necessità di mobilità sostenibile di persone e merci. In un assetto idrogeologico profondamente mutato a causa della violenza con cui i cambiamenti climatici stanno facendo sentire la loro presenza.

Voltare pagina. Ma chi? Dove? Quando? Tanti governi si sono succeduti da quel 2001. Fino ad arrivare agli annunci degli ultimi 5 Stelle che si sono riempiti la bocca e hanno riempito il paniere di voti, con promesse di cambiamenti e rivoluzioni per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, l’Ilva di Taranto è passata agli indiani, che continuano a disattendere il Piano ambientale e ad inquinare il territorio circostante, forti di un’immunità penale che li rende intoccabili; la Tav un giorno si fa e l’altro si stoppa, e così via in un crescendo di indecisioni che coinvolgono le concessioni a trivellare le coste, lo smaltimento dei rifiuti attraverso gli impianti di termocombustione, ed altre centinaia di opere di dubbia utilità.

Contro tutto questo si mobilitano il 23 marzo a Roma i Comitati promotori della Marcia per il Clima e contro le grandi opere inutili. “Mentre ancora si tergiversa sull’analisi costi benefici del TAV in Val di Susa, il governo ha fatto una imbarazzante retromarcia su tutte le altre grandi opere devastanti sul territorio nazionale: il TAV terzo Valico, il TAP e la rete SNAM, le Grandi Navi a Venezia, il MOSE, l’ILVA a Taranto, il MUOS in Sicilia, la Pedemontana Veneta, oltre al tira e molla sul petrolio e le trivellazioni, con rischio di esiti catastrofici nello Ionio, in Adriatico, in Basilicata ed in Sicilia – come ammettono i promotori della Marcia”. Tutte grandi opere inutili tolgono fiato e risorse alle reali necessità di questo tempo ormai prossimo alla scadenza: dare priorità alla lotta al cambiamento climatico, abbandonare progetti faraonici per favorire opere pubbliche di mobilità sostenibile per le persone e per le merci, convogliare più soldi verso la messa in sicurezza idrogeologica e sismica dei territori, le bonifiche, la riconversione energetica. La strada è lunga ma va individuato con urgenza il sentiero più agevole.