Referendum in Cile,
la “gente della terra” reclama giustizia

Il Cile è un paese lunghissimo, copre la distanza che c’è tra Lampedusa e l’isola degli orsi in Norvegia. Osservando la sua capitale, ci si illude di conoscerlo tutto. Ma dai deserti del nord fino ai ghiacciai della Patagonia esistono culture diverse e antiche.  Oggi a Plaza Dignidad si parla della popolazione originaria più grande: i mapuche. E del perché la sua bandiera è un simbolo del nuovo Cile.

“A scuola studiamo tutta la storia dell’Impero Romano, i mapuche vengono citati solo a proposito della colonizzazione spagnola” mi racconta Felipe, un cileno che a giudicare dal colore della pelle e dal taglio degli occhi non ha molto sangue di Cesare Augusto nelle vene. Dei mapuche fino a poco tempo fa si parlava al passato, “i mapuche erano, facevano…”. Verso la fine degli anni ’90, col ritorno della democrazia, la causa dei popoli originari ha ripreso vigore e nella prossima Assemblea costituente dovrebbero esserci quote per i nove popoli originari (il 13% dei 18 milioni di cileni), tra questi gli aymara dei deserti del nord, i rapa nui dell’isola omonima (non si chiama Isola di Pasqua, anche perché la pasqua non esiste nella loro cultura) e il più grande: il popolo mapuche. La loro storia è un tassello indispensabile per capire il Cile e il momento costituente in atto.

La gente della terra

Da Santiago dobbiamo spostarci 600 km a sud, attraversare il fiume Bio Bio, la frontiera naturale tra il Cile della corona spagnola e Wallmapu, la terra mapuche. Per intraprendere questo viaggio ci serve un piccolo vocabolario di mapudungun (letteralmente, parlare della terra), la lingua dei mapuche:
Mapuche, mapu (terra) e che (gente) gente della terra. Gli spagnoli li chiamavano araucanos, parola che viene da auca, dalla lingua quechua ribelle, poiché gli inca furono sconfitti nel XV secolo dai mapuche.
Newen: energia dell’universo, la forza che da vita alle cose.
Wenufoye: bandiera mapuche
Winka: parola dispregiativa per indicare gli spagnoli, oggi indica i cileni.
Wenchu: uomo, da wen (cielo) e chu (contrarre), si può interpretare come “l’uomo è un cielo contratto in un corpo”. Nella cosmologia mapuche, Dio ha creato l’uomo prendendo uno spirito già esistente e lanciandolo sulla terra. Non è una filosofia materialista, l’uomo è uno spirito incarnato.
Domo: donna. Si può interpretare come “lei per la quale siamo di più”, poiché dà luce, ma ha anche un significato spirituale poiché eleva, risveglia l’uomo.
Possiamo partire. Abbiamo una guida d’eccezione che ci accompagna: Jessica Cayupi, avvocata e portavoce della Rete delle donne mapuche.

Il tempo circolare e l’abominio della proprietà privata

La questione mapuche risale ai tempi della colonizzazione, un conflitto secolare basato su due visioni del mondo ortogonali: quella europea legata all’idea di progresso, a una concezione del tempo lineare e fondata sulla proprietà privata. Quella mapuche pensa il tempo in maniera circolare e non conosce l’idea di progredire. I mapuche vivono in comunità, vedono come un abominio la proprietà privata della terra. Il mapu è la terra, vi sono terre sacre ed è lì che vivono gli antenati. È dunque, inconcepibile che qualcuno recinti i boschi, mettendoci un cartello proprietà privata, e li separi dai loro predecessori e dalle terre ancestrali.

I mapuche hanno resistito prima agli inca, poi ai colonizzatori spagnoli, i quali non potendoli sconfiggere, ci firmarono un trattato di pace (1641).  Per questo alcuni mapuche dicono che si stava meglio ai tempi della colonia, poiché da metà ‘800 si sono trovati a combattere contro le truppe del nuovo Cile indipendente. E contro i coloni, emigrati europei ai quali era stato promesso un sogno di prosperità, un pezzo di terra e si trovarono invece in mezzo a un conflitto che non conoscevano.

Le ferite aperte sono profonde: sottomissione, razzismo, conversioni forzate, culture cancellate. E oggi, nel processo costituente in atto nel Paese, i mapuche vedono un’opportunità. Spiega Jessica Cayupi: “Partecipiamo al processo, vogliamo una nuova Costituzione che riconosca le varie nazionalità presenti in Cile” come è successo in Brasile e Bolivia di recente, mentre il Cile vige ancora la Costituzione adottata durante la dittatura militare. “E chiediamo diritti collettivi come popolo: libertà di insegnamento della nostra lingua, di cultura, autodeterminazione. E terre. Non vogliamo essere indipendenti, è un risarcimento per tutto ciò che ci è stato tolto in passato. La nuova Costituzione scritta con la partecipazione diretta dei popoli originari è il primo passo”.

Resistenza mapuche

Jessica è una warriachi, una mapuche nata in città. “Sono nata a Santiago in una famiglia mapuche. I miei non mi hanno insegnato il mapudungun, perché non volevano trasmettermi lo stigma di essere indigena. Ho vissuto il razzismo e sono cresciuta con il mito della discendenza europea. Un cognome spagnolo è più prestigioso di uno mapuche. Ma ci si dimentica che gli spagnoli qui arrivavano spesso come uomini soli. Non si sono riprodotti tra loro, hanno trovato le donne indigene, molte sono state violentate. E i battesimi forzati hanno cancellato i nostri nomi. Ci hanno imposto lo spagnolo e il cattolicesimo, cancellando la nostra lingua e la nostra cosmovisione. La nostra cultura è per certi versi superiore a quella europea, che mette l’uomo al centro del mondo. Per noi si deve vivere in armonia con tutte le forme di vita, umane e non. Tutto ha uno spirito. Da bambina litigavo con i miei coetanei quando spezzavano il ramo di un albero per gioco. Per me è un abominio.  È superiore alla nostra, la cultura dell’accumulazione e dell’individualismo che ha prodotto il disastro ambientale in atto?” mi chiede e non so risponderle.

“I maya e gli aztechi hanno lasciato templi e piramidi, gli inca il Cuzco. Perché dovremmo essere orgogliosi della cultura mapuche?” si chiede il filosofo Gastón Soublette: “Sono gli unici che non si sono arresi agli spagnoli. A questa resistenza è dedicato un poema epico in lingua spagnola. Ma cosa hanno difeso per tre secoli? La loro cultura materiale era povera, la ceramica banale. L’opera magna dei mapuche è immateriale: è una cultura di libertà, di dignità umana. I mapuche sono come il popolo di Israele: non ha lasciato tracce materiali rilevanti, ma ha dato il monoteismo al mondo”. Forse anche per questo la bandiera mapuche, la wenufoye, è diventata uno dei simboli della grande grande protesta sociale di fine 2019, l’innesco del momento costituente in atto.

 

Wallmapu nella divisione amministrativa odierna corrisponde all’Araucania, è la regione più povera del paese dove insistono industrie estrattive, spesso straniere, che hanno un comportamento predatorio, distribuiscono poca ricchezza e lasciano siccità e inquinamento. In Wallmapu il clima è di violenza latente, zone militarizzate, fondi agricoli protetti dai carabinieri, camion bruciati, blocchi stradali. Ogni tanto la violenza esplode e qualcuno muore. È successo a una coppia di anziani proprietari terrieri, discendenti di europei, bruciati vivi in casa. Ed è successo a diversi mapuche, colpiti alle spalle dalle pallottole dai carabinieri, i quali hanno poi messo in piedi goffi tentativi di depistaggio. Nei disegni dei bambini dell’Araucania, insieme al prato alla casa e al cielo, ci sono gli elicotteri e le camionette dei militari. I figli degli opposti fronti crescono dentro un contesto di violenza. Come si può fare la pace chiedo a Jessica: “Serve giustizia innanzitutto. Il processo costituente è il primo passo, non l’ultimo. La nostra lotta durerà ancora”.

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