“Manifesto per la verità”. Giuliana Sgrena racconta la falsa informazione

Si intitola “Manifesto per la verità” il nuovo libro di Giuliana Sgrena che fa una diagnosi impietosa, quasi crudele, dei mali dell’informazione, soprattutto quando parla di donne, di guerre, di migranti. Ma chi c’è dietro alla “cattiva informazione”, perché? L’analisi si trasforma in appassionata ricerca, con i fatti e i dati che una giornalista che ama il suo mestiere sa portare. Anche andando a investigare nei tentativi di influenze russe sull’informazione politica di oggi. Pubblichiamo ampi stralci dell’ultimo.

La morte dell’informazione ai tempi dei social

fake news“Quando un giornalista si traveste da cadavere coperto di sangue di maiale per simulare il suo assassinio e poi ricompare in una conferenza stampa insieme agli 007 che hanno organizzato una simile messinscena possiamo tranquillamente dire che il giornalismo è finito. Questo fake di stato, diffuso non solo dai social network ma dalle televisioni pubbliche e private, doveva servire per catturare gli attentatori che avrebbero dovuto uccidere Arkadij Babčenko, soldato dell’esercito russo nelle due guerre in Cecenia e poi corrispondente di guerra.

Fuggito dalla Russia nel 2017 e riparato – dopo una sosta a Praga e poi in Israele – proprio in casa del nemico di Putin, a Kiev, era diventato un giornalista nel mirino di Mosca. Curava una trasmissione in onda sull’emittente ucraina Atr dall’ottobre di quello stesso anno. Se lo stratagemma della finta morte ha funzionato per gli agenti segreti ucraini, che hanno sventato il suo assassinio e catturato il killer (almeno secondo quanto riferito dal loro capo, Vasyl Hrytsak, che però non ha fornito prove), la vicenda di Babčenko sembra rispondere più alle logiche della guerra che alle regole dell’informazione.

La credibilità dei giornalisti

«È sempre estremamente pericoloso quando gli stati giocano con i fatti, e per di più sulle spalle dei giornalisti. Un nuovo passo nella guerra d’informazione» ha commentato in un tweet Christophe Deloire, segretario generale di Reporters Sans Frontières.

Chi potrà più credere a Babčenko e come risponderemo tutti noi giornalisti quando verremo accusati – come succede sempre più spesso soprattutto negli scenari di guerra – di essere delle spie? È la credibilità dell’informazione – che non ha verificato le notizie, ma del resto come poteva farlo in questo caso? – la vera vittima del caso Babčenko. A essere sconfitti sono anche quei giornalisti che ancora cercano di mantenere una loro indipendenza nella copertura dei conflitti, a partire da quello russo-ucraino. Ed è un insulto per tutti i professionisti dell’informazione che, in giro per il mondo, continuano a morire per fare il loro lavoro.

[…] Smentire una qualsiasi breaking news (ripresa dai media) significa destituire il giornalismo della sua credibilità, sarebbe come smentire uno scoop, anche se ora gli scoop non si fanno più perché il modo di fare informazione è cambiato: non si va più alla ricerca delle notizie che altri non hanno, la corsa è a chi pubblica prima la notizia e non si può perdere tempo con troppe verifiche.
Ma anche quando il tempo ci sarebbe ormai a prevalere è l’impatto mediatico, i like sulle notizie online, così una copertina a effetto val bene una mezza verità. Che però non è giustificabile, soprattutto quando si gioca sulla pelle delle persone.

Yanela strappata alla madre sul confine messicano

fake newsÈ quello che è successo con una copertina di Time. Era il periodo in cui il presidente statunitense Donald Trump aveva ordinato che i bambini immigrati fossero separati dai genitori e il loro numero era arrivato a 2300.

Il 2 luglio 2018 il settimanale ha pubblicato una copertina che raffigurava una bambina di due anni che strillava di fronte a un Trump monumentale, spaventoso. Tutto lasciava supporre che la piccola fosse uno dei tanti bambini separati dai genitori. E così aveva pensato anche il noto e premiato fotografo John Moore della Getty Images che aveva colto l’immagine straziante della bimba che piangeva mentre le guardie di frontiera perquisivano la madre. Un’immagine diventata subito virale.

Non era così. In prigione, ma insieme

Anche il padre della piccola, rimasto in Honduras con altri tre figli, credeva che la moglie fosse stata separata da Yanela, come riportava Time. Da un mese, da quando Sandra era partita nella speranza di un futuro migliore portando con sé l’ultimogenita, non aveva avuto più notizie di lei e in nessun modo era riuscito a contattarla. Finché non è stato informato dal ministero degli Esteri honduregno che la moglie e la figlia erano detenute, ma insieme, nel Centro di detenzione per immigrati di MacAllen, in Texas.

Però Moore si è riscattato: la sua foto, pubblicata su numerosi giornali, è stata utilizzata anche per raccogliere fondi (più di 18 milioni di dollari) destinati al ricongiungimento delle famiglie separate. E il padre di Yanela, che si è detto «orgoglioso» che sua figlia abbia rappresentato il dramma degli immigrati, ha chiesto a Trump di «mettersi una mano sul cuore».

La foto sconfigge le fake news?

[…]News e foto fake: purtroppo non è vero che «la fotografia sconfigge le fake news», come invece sostiene Oliviero Toscani. In effetti oggigiorno non è poi così difficile manipolare una fotografia: Photoshop non serve solo ad abbellire facce raggrinzite ma anche a fare piccoli o grandi ritocchi che permettono di appropriarsi di immagini scattate da altri; oppure, basta cambiare una didascalia per trarre in inganno l’osservatore. È successo e continua ad accadere.

Il caso più eclatante è quello del fotografo brasiliano Eduardo Martins, trentadue anni, biondo, bellissimo, surfista, scampato alla leucemia. Presente sul teatro di tutti i conflitti, vendeva le sue foto migliori per beneficenza, donando il ricavato ai bambini di Gaza, e cedeva le altre ad agenzie prestigiose come Getty o l’italiana NurPhoto. Queste immagini venivano poi pubblicate da testate im- portanti: Bbc, The Wall Street Journal, Le Monde, Al Jaseera ecc. Con i suoi 127 000 follower su Instagram, non era possibile parlare direttamente con lui, lo si poteva contattare solo attraverso i social.

Nessun inviato l’aveva mai incrociato nei luoghi dai quali inviava le foto. Finché, insospettita, una giornalista della Bbc, Natasha Ribeiro, ha cominciato a indagare sul fotografo, che fra l’altro era inviato delle Nazioni Unite, ma al Palazzo di Vetro nessuno lo conosceva. Poi si è scoperto che era tutto falso: Martins non è mai esistito, anche le foto del profilo erano state rubate, e quelle che vendeva erano di altri famosi fotografi, opportunamente ritoccate. Era troppo perfetto per essere vero. Tutto falso, ma i media internazionali più importanti ci erano cascati. Quindi non sono solo gli sprovveduti lettori a non riconoscere i fake, news o foto che siano, e questo rende la situazione ancora più inquietante.

“Post-truth” parola dell’anno 2016

Sono solo alcuni esempi, estremi ma importanti per l’impatto mediatico che hanno avuto. Tuttavia, nell’era della postverità non ci si può meravigliare che ci siano fake news o fake photos. «Post-truth» è stata dichiarata parola dell’anno 2016 dal dizionario Oxford seguita, nel 2017, da «fake news», secondo gli esperti del Collins. La definizione Oxford di «post-truth» recita: «Riferire o denotare circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica delle sollecitazioni delle emozioni o delle convinzioni personali».

Il diffondersi in modo esponenziale di fake news ha indotto la Bbc a installare, il 7 novembre 2017, la statua di George Orwell di fronte alla propria sede centrale di Londra, dopo che, nel 2012, l’allora direttore, Mark Thompson, aveva respinto la proposta perché «Orwell era troppo di sinistra». Orwell aveva lavorato alla Bbc come giornalista producendo programmi radiofonici durante la Seconda guerra mondiale. Evidentemente dovevano maturare i tempi prima che la frase dell’autore di 1984 incisa sul basamento della sua statua, «If liberty means anything at all it means the right to tell people what they do not want to hear» («Se libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole ascoltare»), diventasse di straordinaria attualità.

Meno parole, meno consapevolezza

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Con acuta preveggenza Orwell aveva fatto una descrizione esatta degli effetti di Twitter scrivendo: «Ogni anno sempre meno parole e il raggio di consapevolezza sempre minore».

Ma il maggior impulso al rilancio di 1984, che in soli quattro giorni negli Stati Uniti ha aumentato le vendite del 9500 per cento arrivando in testa alla classifica dei bestseller, si deve alla consigliera di Trump, Kellyanne Conway. Conway, per difendere le false affermazioni del portavoce del presidente, Sean Spicer, che aveva detto che la folla presente all’insediamento di Trump era senza precedenti, in un’intervista alla Nbc aveva definito la bufala «fatti alternativi». Era il 22 gennaio 2017, data che segnava l’inizio di una presidenza statunitense caratterizzata dalle fake news al potere. […]

La verità rincorre le bufale

Non si tratta solo, come in passato, di notizie false, rilanciate anche dai giornali, trasmesse per giustificare una guerra o celebrare avvenimenti in realtà meno gloriosi di quanto fossero stati descritti, ma di fake news che si diffondono così rapidamente grazie a Internet e ai social network che eventuali precisazioni o fact-check non riusciranno mai a smentirle. Situazione che con grande perspicacia Jonathan Swift aveva anticipato tre secoli fa, quando disse: «Le falsità volano, e la verità segue zoppicando, così che quando le raggiunge è ormai troppo tardi».

Infatti, recentemente alcuni ricercatori del Mit (Massachusetts Institute of Technology) hanno dimostrato che la verità impiega sei volte tanto rispetto alle fake news per raggiungere lo stesso numero di persone e non ottiene mai la stessa diffusione che hanno le bufale attraverso i social media.

[…]La diffusione delle fake news ha segnato non solo l’impoverimento della politica ma anche la sfiducia nelle istituzioni. Per non parlare del giornalismo, settore nel quale ormai più dei fatti contano le opinioni, tanto nessuno si preoccupa di verificare la realtà.

La diffusione della postverità

C’è chi lo chiama postverità o postrealtà e chi nega l’originalità del fenomeno citando le bufale del passato, dal falso testamento usato da Ottaviano per screditare il suo rivale Marco Antonio alla rilettura di papa Francesco dell’episodio biblico del serpente, che «si rese artefice della prima fake news che portò alle tragiche conseguenze del peccato».
La differenza tra gli esempi del passato e quelli di oggi è la capacità di diffusione che le fake news hanno raggiunto attraverso Internet e i social network, oltre al fatto che la tecnologia ha dato a ciascuno di noi la possibilità di diffondere in tempo reale notizie (vere o false) e immagini (condannandoci al contempo, come lettori, all’impossibilità di discernere il vero dal falso). Una possibilità che avrebbe potuto rappresentare un’emancipazione soprattutto per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, ma che al contrario, siccome la maggior parte dell’informazione presente sul Web è inaffidabile, costituisce una minaccia alla democrazia.

Rinunciando a cercare contenuti che ci inducano a riflettere e tendendo a privilegiare informazioni che confermino le nostre opinioni, ci rinchiudiamo in una bolla mediatica (echo chamber) creata dagli algoritmi – che selezionano e ordinano i commenti e le notizie in ragione di quello che noi già crediamo o sosteniamo – che restringe i nostri orizzonti invece di aprirli, ci fa accettare le teorie del complotto invece delle analisi razionali, elimina qualsiasi forma di dialogo, anche perché di fronte a noi non ci sono persone ma solo uno strumento con cui cerchiamo la conferma dei nostri pregiudizi. E se per caso ci imbattiamo in qualcuno che non la pensa come noi si scatena l’odio. Così si alimentano il nazionalismo e il razzismo, oltre a favorire la disinformazione e la propaganda, soprattutto in vista delle elezioni.

I “gilet jaune” contro i giornalisti “collabo”

Non sono solo i governanti che attaccano la stampa (Trump, il Movimento 5 Stelle, Orbán, Erdogan), ma anche movimenti di protesta come i gilets jaunes in Francia, che hanno accusato i giornalisti di collaborazionismo («collabo», riesumazione di un termine che sembrava scomparso dopo la Seconda guerra mondiale) aggredendoli durante le manifestazioni.

Una situazione che Oltralpe ha provocato dibattiti infuocati tra chi si opponeva ai gilets jaunes e chi li difendeva sostenendo che le accuse rivolte loro li avevano costretti a usare il Web per diffondere informazioni che non passavano attraverso i media tradizionali. Evidentemente anche la stampa viene considerata da questo movimento (e non solo) come un’istituzione, che merita pertanto di essere demolita insieme alle altre appendici dello stato.

È quello che succedeva in Italia prima che il Movimento 5 Stelle andasse al governo. Anche questo movimento è cresciuto sul Web, salvo poi occupare tutti i mezzi di informazione una volta salito al potere, dando luogo fra l’altro a una lottizzazione (che pure c’è sempre stata) senza precedenti della televisione pubblica.

Dalla Russia centomila profili anti-immigrazione

[…]Russia Today e l’agenzia di stampa Sputnik, finanziate da Mosca, sono state accusate da Emmanuel Macron di aver diffuso false notizie durante la campagna elettorale per la sua elezione. Per questo motivo il presidente si è ado- perato per far passare una legge «contro la manipolazione dell’informazione» durante il periodo elettorale. Una legge è stata effettivamente approvata il 20 novembre 2018, ma è stata immediatamente bollata come tentativo di limitare la libertà d’espressione o come provvedimento inutile.

Uno studio di Alto Data Analytics pubblicato dal quotidiano spagnolo El País sostiene che la guerra informatica lanciata dalla Russia per influenzare l’esito delle elezioni nei paesi occidentali attraverso messaggi sui social, in particolare Twitter, abbia fatto leva sui temi più sensibili come l’immigrazione. Secondo lo studio, da febbraio a luglio 2017 su Twitter sono stati pubblicati più di un milione di post creati da circa 100.000 profili.
E, sempre secondo lo studio, l’ingerenza russa avrebbe riguardato anche l’Italia, anche se nessuno da noi ha denunciato interferenze.

fake newsDel resto, le relazioni di Salvini e del Movimento 5 Stelle con Putin sono note: il 6 marzo 2017 Salvini scriveva su Facebook: «Storico accordo questa mattina a Mosca fra Lega e Russia unita di Putin, rappresentato dal responsabile Esteri, Sergei Zheleznyak». Questi i temi trattati: «Lotta all’immigrazione clandestina e pacificazione della Libia, lotta al terrorismo islamico e fine delle sanzioni contro la Russia». Il tema dell’immigrazione, anzi dell’anti-immigrazione, guarda caso, è uno dei più trattati da Sputniknews.com.

Un anno prima, nel marzo 2016, Alessandro Di Battista e Manlio Di Stefano avevano incontrato a Mosca Robert Schlegel, già deputato e uomo di Putin per il Web, con il quale avrebbero parlato, secondo il sito di Russia unita, di «format per una ulteriore collaborazione tra M5S e Russia unita, esperienza nelle campagne elettorali e agenda internazionale». Nel novembre 2017 Schlegel in un colloquio con la Stampa ha detto che l’interesse per i 5S è legato al fatto di essere il primo partito-Internet.

La tv italiana, senza contraddittorio

Se in Italia ci sono state interferenze nella campagna elettorale, si sarà trattato di interventi in qualche modo concordati con i partiti che hanno saputo trasformare i like in voti e poi formato il governo. E che continuano a governare attraverso i social, approfittando però anche delle televisioni.

La televisione dà visibilità e soprattutto ormai da tempo nei telegiornali le affermazioni dei politici non sono sottoposte ad alcun contraddittorio. Ci si limita a porgere un microfono e registrare la posizione: è così per tutti. Non solo i telegiornali, ma anche i vari talk show sono al servizio dei politici. È stato uno dei pionieri di queste trasmissioni, Michele Santoro, a denunciare la situazione, in un’intervista al Foglio, prima delle elezioni del 4 marzo 2018.
L’informazione televisiva è un disastro. Abbiamo circa quaranta trasmissioni che campano sugli ospiti. E non abbiamo ospiti interessanti. Fare trasmissioni che non abbiano l’aspetto di una tavola apparecchiata apposta per i politici è diventata una impresa impossibile. I compromessi da ingoiare per avere ospiti i leader che fanno più ascolto sono infiniti. Bisogna fornire in anticipo l’elenco delle domande, concordare l’orario di registrazione, la posizione in scaletta e fornire rassicurazioni sull’andamento della serata, che non deve contenere sorprese e imprevisti si è sfogato Santoro.

AJ+ e i petroldollari dell’emiro del Qatar

fake newsNon è solo Russia Today a reclutare giornalisti nei vari paesi dove si espande il Web lanciando edizioni in varie lingue; lo fa anche Al Jazeera, che ha creato AJ+, diffusa esclusivamente attraverso i social network. Oltre all’edizione in arabo e inglese, ha aggiunto quella in spagnolo e dalla fine del 2017 quella in francese. Non avendo una sede in Francia, trasmette direttamente da Doha i video sottotitolati realizzati da un’équipe di ventidue produttori, di cui dodici giornalisti, quasi tutti francesi. Affronta temi progressisti come l’omosessualità, il femminismo, la difesa dell’ambiente. Temi che evidentemente non possono essere trattati in casa.

Qual è allora l’obiettivo del Qatar, che finanzia completamente questa operazione (nei video non c’è pubblicità)? C’è chi sostiene che si tratti della versione soft della sua politica estera. Nei video si parla molto delle opposizioni nei paesi arabi – dall’Arabia Saudita all’Algeria – e anche in Occidente, con il pretesto di «dare spazio a chi non ha voce». Ma non si parla mai delle discriminazioni in essere nel paese che finanzia AJ+. Evidentemente l’iniziativa del Qatar costituisce un proseguimento della guerra mediatica in corso contro l’Arabia Saudita, che non ha una versione italiana perché non ne varrebbe la pena trattandosi di una lingua poco parlata.

La teoria di Noam Chomsky

Più che di fake news in questo caso si può parlare di sistematica manipolazione dell’informazione, che si fa ancora più pervasiva grazie ai social network e a un contesto di postverità nel quale non ci si pongono tanti interrogativi sulle realtà che vengono rappresentate e persino il complottismo ormai fa parte del gioco.
AJ+ non veicola pubblicità, non ne ha bisogno perché ha i petrodollari dell’emiro del Qatar alle spalle. Non che la pubblicità garantisca indipendenza, anzi spesso porta con sé ricatti. Già «verso la metà dell’Ottocento, il cancelliere liberale dello scacchiere, Sir George Lewis, nel teorizzare i benefici del libero mercato come strumento di controllo delle opinioni divergenti, osservò che il mercato favorisce i giornali “a cui vanno le preferenze degli inserzionisti”» scrive Noam Chomsky, uno dei maggiori linguisti contemporanei. E quando gli inserzionisti sono imprese pubbliche è direttamente il potere politico a sostenere o affossare i giornali, o almeno a tentare di farlo, secondo la linea editoriale della testata.

L’ho verificato da diversi anni in Algeria, dove il governo ha tagliato la pubblicità istituzionale alla stampa indipendente. In Ungheria invece il primo ministro Viktor Orbán ha cercato di eliminare i pochi media di opposizione ancora esistenti con una pesantissima tassa sulla raccolta pubblicitaria. […]

La stampa travolta dallo tsunami elettorale

fake newsSe, come abbiamo visto, la televisione continua a essere un importante punto di riferimento per l’informa- zione, come la radio, la vera vittima della diffusione di Internet è la stampa scritta, che ha perso credibilità.

La diffidenza è dovuta, secondo Mario Morcellini, commissario dell’Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), «all’incapacità di narrazione dei cambiamenti». Soprattutto la stampa italiana ha mostrato i suoi limiti nella campagna elettorale del 2018, non avendo saputo cogliere la novità dei partiti che avrebbero poi governato, sui quali era confluita gran parte della protesta di un elettorato che non credeva più nei vecchi schieramenti.

La stampa tradizionale è stata così travolta dallo «tsunami elettorale». Forse l’atteggiamento verso i 5 Stelle è stato dettato da una sorta di ritorsione nei confronti di un movimento che aveva osteggiato i giornalisti e denigrato la stampa. Anche grandi firme non hanno dimostrato imparzialità o fiuto prima del voto, paventando disastri se avesse vinto il Movimento 5 Stelle, salvo poi mostrarsi ossequiose nei suoi confronti dopo la vittoria.

Una volta al governo, il Movimento 5 Stelle ha continuato a denigrare la stampa e i giornalisti, arrivando a compilare liste di proscrizione. Dopo l’assoluzione della sindaca di Roma Virginia Raggi, il 10 novembre 2018, Alessandro Di Battista ha scritto su Facebook: «Le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà».

Lo stesso giorno, sempre su Facebook, il vicepremier Luigi Di Maio definiva i giornalisti «infimi sciacalli». Affermazioni che Salvini ha detto di «poter comprendere» perché «nei confronti di questo governo a volte non c’è informazione ma pregiudizio». L’ostilità verso la stampa ha portato il governo a eliminare progressivamente, in tre anni, il finanziamento pubblico ai giornali pubblicati da cooperative, riducendo così il pluralismo dell’informazione.

Affidabilità, buona reputazione, qualità

Umiliata dai governanti, sotto attacco da parte delle fake news, travolta dalla rivoluzione digitale, quale sarà il futuro della stampa tradizionale e dei giornalisti? «Purtroppo i piccoli quotidiani e media soffriranno sempre più e chiuderanno in molti. Inoltre ci sono decine di milioni di persone in America che credono a fake news su temi come migranti e ambiente. Oppure cedono all’antisemitismo strisciante. A volte su Internet mi sembra di essere negli anni trenta e questo mi sconforta. Ma l’unica strada è quella dell’affidabilità, della buona reputazione e soprattutto della qualità» sostiene Joby Warrick, giornalista del Washington Post, due volte vincitore del premio Pulitzer e scrittore. L’unico modo per contrastare la mancanza di credibilità è la qualità.

Ne conviene anche Jill Abramson, ex direttrice del New York Times: «Il giornalismo di qualità è l’unica cosa che può ancora inchiodare il potere alle sue responsabilità. La verità è il miglior disinfettante contro gli abusi, di qualunque tipo. La democrazia dipende da questo. Non è un caso che Trump rifiuti le responsabilità che la stampa libera impone e attacchi i giornalisti chiamandoli per nome. È riprovevole».

In Italia siamo ben lontani dal combattere la disaffezione ai giornali tradizionali con la qualità, anzi, sembra che le fake news costituiscano un alibi per un’informazione sempre più sciatta, non verificata, che non presta attenzione alle fonti primarie – le agenzie di informazione sono in profonda crisi – per affidarsi più facilmente al «copia e incolla» da Internet. Atteggiamento che non riguarda solo l’Italia, e non da oggi”.

 

Un’anticipazione  dal libro di Giuliana  Sgrena “Manifesto per la verità – Donne, guerre, migranti e altre notizie manipolate” Il Saggiatore (euro 15,00)