Manacorda e i Convitti della Rinascita
dove si insegnava la democrazia

Quella di «organizzatore e preside del Convitto-Scuola per Partigiani e Reduci presso l’Anpi di Roma» è stata per Mario Alighiero Manacorda una esperienza fondamentale, tanto che egli la citava come suo primo incarico politico-culturale di rilievo ancora nelle brevi note biografiche per le quarte di copertina dei suoi ultimi libri (…).
L’idea dei «convitti-scuola per partigiani e reduci», che prenderanno poi il nome di «Convitti-Scuola della Rinascita», era nata nell’ottobre 1944, mentre la guerra era ancora in corso, su iniziativa di alcuni partigiani della Decima Brigata Garibaldi della Val d’Ossola. Internati nel campo di concentramento di Schwarz-See, in Svizzera, sotto la guida di Luciano Raimondi, insegnante e comandante partigiano, essi avevano dato vita a una serie di corsi di lingue, letteratura e storia (…).

Subito dopo la Liberazione, i partigiani della Brigata «Rocco», acquartierati in una caserma a Milano, decidono di ripetere l’esperienza del campo di Schwarz-See, dando vita a «una scuola nuova, popolare», aperta a ex partigiani che non hanno potuto completare gli studi, ma anche a reduci, mutilati, orfani dei caduti, senzatetto. La struttura nasce nell’agosto del ’45, col nome di «Convitto-scuola della Rinascita», nei locali di un vecchio collegio nel quartiere di Affori, alla periferia di Milano. Il primo articolo dello statuto provvisorio chiarisce subito: «I convitti scuola, nati dal movimento partigiano, mantengono vivo nella fondazione della nuova scuola popolare lo spirito di libertà e di lotta per la democrazia che ha ispirato la Resistenza italiana».

Mario Alighiero Manacorda

Il progetto, lanciato da comunisti, è fin da subito fortemente unitario. Il gruppo promotore vede, accanto a Raimondi, la socialista Claudia Maffioli (che poi passerà al Pci e intanto ottiene l’appoggio di Giuliana Nenni) e tre studenti – Angelo Peroni, Guido Petter e Ludovico Tulli. A loro si uniscono rapidamente insegnanti socialisti, comunisti, repubblicani, azionisti, liberali, da Alba Dell’Acqua a Bianca Ceva a Luigi Pellegatta, a conferma del sentire comune dell’antifascismo «sulla necessità di costruire uno strumento nuovo di cultura e di rinnovamento democratico» (…).

L’iniziativa si lega strettamente alle attività assistenziali promosse dallo Stato, ma anche dalle organizzazioni sociali e politiche, nell’immediato dopoguerra. È del tutto naturale, quindi, che la neocostituita Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) la faccia propria, impegnandosi per la sua riuscita, ma sostegni giungono anche dall’amministrazione militare alleata e dal Ministero della Pubblica istruzione (che nell’autunno 1945, come riporta un documento conservato tra le carte del Fondo Mario Alighiero Manacorda, riconoscono il Convitto di Milano e chiedono al provveditore di mettere a sua disposizione insegnanti sfollati o «comandati»), e soprattutto dal Ministero dell’Assistenza postbellica, guidato prima dal socialista Emilio Lussu, poi dal comunista Emilio Sereni. Ed è proprio con Sereni che, nel luglio 1946, si giunge a una convenzione tra Anpi e Ministero, la cui documentazione è conservata – assieme ad altri materiali riguardanti i Convitti Rinascita – nell’Archivio del Pci presso la Fondazione Gramsci, in base alla quale lo Stato eroga «una retta giornaliera “personale” ad ogni allievo» (…).

A novembre viene varato un nuovo Statuto, il quale – come osserva Nunzia Augeri, che in un prezioso volumetto ha ricostruito l’esperienza dei Convitti a partire dalla figura di Raimondi – anticipa orientamenti che saranno poi presenti nella Costituzione, mirando a «porre tutti i lavoratori e i figli dei lavoratori su un piano di effettiva parità nel campo dello sviluppo morale e culturale». All’interno dei Convitti, recita lo Statuto, i «rapporti fra docente e discente sono su un piano di reciproca collaborazione», «la direzione e l’organizzazione del Convitto sono affidate agli allievi stessi», in un’opera «di collaborazione attiva e di corresponsabilità» nella quale «essi educano le loro coscienze all’autogoverno ed alla democrazia». I convittori sono organizzati in un’Assemblea alla quale partecipano tutti, anche il personale amministrativo e di cucina», mentre specifiche commissioni «si occupano dei diversi aspetti della vita comune» (…).

Il convitto di Roma, il ruolo di Manacorda

Da Milano, con l’aiuto dell’Anpi e del Pci, l’esperienza si diffonde in varie città del Nord. Alla fine del ’45 Raimondi contatta Manacorda, che intanto si sta occupando dell’Unione Intellettuali Italiani, il quale si attiva subito per fondare un convitto della Rinascita anche a Roma. Nella primavera del 1946 il giovane pedagogista, che ha da poco aderito al Pci, riesce a ottenere come sede la Casa del Partigiano (già Casa del Reduce), proprio accanto alla sede dell’Anpi, e avvia subito il lavoro (…).

Manacorda rievocherà in varie occasioni l’esperienza del Convitto, in particolare nell’intervista con Angelo Semeraro, Carmela Covato e Paolo Cardoni pubblicata nel volume in suo onore L’educazione dell’uomo completo, e poi ancora nel settembre 2012, pochi mesi prima della sua scomparsa, allorché invia a Fabio Pruneri un bellissimo scritto intitolato Un minimo poema pedagogico nel secondo dopoguerra, nel quale appunto lega la vicenda del convitto Rinascita alla ispirazione e al modello di Makarenko e del suo Poema pedagogico.

E tuttavia tra le carte del suo archivio è presente un manoscritto, presumibilmente dell’inizio del 1947, che costituisce forse il resoconto più vivo e completo, anche perché redatto “in tempo reale”, di quella esperienza. In questo testo Manacorda parte dall’esigenza fondamentale che le aveva dato avvio, «il recupero degli anni perduti a causa della guerra da parte di reduci ed ex partigiani, la loro riabilitazione al lavoro, la loro rieducazione democratica» dopo la drammatica esperienza della guerra (…).
Come ricorderà in testimonianze successive, un ufficiale dell’esercito inglese che nella vita civile era un pedagogista gli procura «i militareschi tavoloni da pranzo, e forse i banchi per le aule e i letti per le camerate». Ma occorrono aiuti più consistenti. Per settimane Manacorda fa ore di anticamera al Ministero dell’Assistenza postbellica, finché Roberto Battaglia, il futuro storico che lavora lì come impiegato, gli mostra una circolare riservata di un alto funzionario, indirizzata ai dirigenti dei servizi, nella quale si dice che a Roma si sta costituendo un convitto, in cui preside e professori sono tutti comunisti; i funzionari dovranno quindi fare molte promesse, ma «senza concedere alcuna sovvenzione, e soprattutto senza arrivare alla firma di una Convenzione per la regolarizzazione del Convitto». A quel punto Manacorda si rivolge direttamente a Sereni, appena subentrato come ministro al demo-laburista Cevolotto, dal quale ottiene subito uno stanziamento di 200.000 lire.

Manacorda si attiva inoltre per formare il corpo docente: se egli stesso e Mariù Cordella coprono il versante letterario, per i corsi di matematica coinvolge un altro intellettuale comunista, Lucio Lombardo Radice, rivolgendosi alle associazioni professionali per gli altri insegnamenti. L’Unione matematica italiana gli segnala Liliana Gilli, che poi terrà per anni lezioni di matematica in Tv. L’Unione degli insegnanti di lingua straniera gli indica Onello Onelli. Per le scienze, «a compensare il comunista Lombardo Radice», Manacorda si rivolge all’Azione cattolica, che gli segnala la professoressa Magrini, «uno scricciolo di vecchietta» la quale, dopo qualche iniziale diffidenza, «si innamorò della scuola e degli alunni, e gli alunni di lei».

Accanto ai corsi di cultura generale, avendo molti convittori optato l’edilizia come sbocco professionale, Manacorda immagina dei corsi ad hoc, e per questo si rivolge all’Unione architetti, dalla quale lo raggiunge «uno dei migliori architetti d’Italia», il socialdemocratico Ludovico Quaroni, «con l’amico Galliussi, che poi andò a progettare case e città in Sud Africa»

Dunque, il 15 luglio 1946, racconta ancora Manacorda nel manoscritto, i corsi possono avere inizio. Gli allievi sono quasi un centinaio, dai 16 ai 26 anni: «Dieci universitari […] una settantina di aspiranti geometri, una decina di disegnatori edili e pubblicitari, altrettanti falegnami»; sono giovani «diversi per aspirazioni […] cultura […] tendenza politica», ma sono «tenuti assieme da una solidarietà che faceva mettere da parte ogni divergenza, ogni attrito». In un testo successivo, Manacorda parlerà di «una trentina di comunisti di varia provenienza, tra cui alcuni della Ciociaria, una trentina di anarchici della zona dei marmi di Carrara, e una trentina tra cattolici, repubblicani e altri (…). Tra gli studenti universitari c’è anche il futuro attore Gianrico Tedeschi, sopravvissuto al campo di sterminio, che intanto frequenta anche l’Accademia d’arte drammatica, dove la moglie di Manacorda, Anna Maria, lavora come bibliotecaria.

Guido Petter: lezione di astronomia al Convitto milanese della Rinascita, 1945

Assieme ai corsi iniziano «le prime assemblee e le prime elezioni del comitato direttivo». Nella concezione di Manacorda infatti, il Convitto, oltre che un luogo di studio, è anche una palestra di democrazia, una sorta di piccola polis, di città ideale in miniatura, in cui il lavoro teorico e di apprendimento procede di pari passo col lavoro pratico, la cura condivisa delle esigenze quotidiane del collettivo, e dunque con l’autogestione della struttura e il suo autogoverno democratico. Una democrazia organizzata, con i suoi organismi: Assemblea generale, Comitato direttivo e Commissione giudiziaria rappresentano in qualche modo i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario della comunità, gestiti dagli allievi assieme al preside e al «Consiglio dei professori». Gli studenti sono tutti responsabilizzati: per ogni camera è eletto un «capo-camera, responsabile dell’ordine, della pulizia», del rispetto degli orari; per ogni corso «un capo corso» (…).

Accanto ai corsi di cultura generale e a quelli professionali per geometri, Manacorda sperimenta iniziative didattiche nuove finalizzate ad altri sbocchi, che caratterizzeranno il convitto romano, come il corso di lingue e turismo o quello di arti figurative e pubblicitarie affidato allo svizzero Hugo Blätter, un cartellonista già famoso; tra i suoi allievi, il futuro pittore Bruno Canova. Ben presto nella scuola affluiscono anche giovanissimi «sciuscià» di borgata, ed è la stessa Anna Maria Manacorda a insegnare loro a leggere e scrivere. Il modello di Makarenko, e delle sue colonie per ragazzi abbandonati nella Russia sovietica, torna quindi nel modo più evidente (…).
Poco dopo, nel corso del 1947, il Convitto romano, intitolato a Giaime Pintor, passa sotto la direzione di Lombardo Radice, cui seguirà il prof. Lucchetta. Manacorda continuerà a seguire l’esperimento, ma sarà sempre più assorbito dagli impegni di partito legati al lavoro culturale.

Studenti e professori con un modellino di aereo da loro realizzato

Del resto, siamo ormai già in una fase in cui, rotta l’unità antifascista e iniziata la guerra fredda, i Convitti Rinascita sono sotto attacco. L’offensiva si accentuerà dopo le elezioni del 18 aprile del 1948. Le ispezioni governative iniziano a moltiplicarsi assieme a campagne stampa aggressive e tendenziose; nel 1949 il governo interrompe la convenzione, nel 1952 i finanziamenti cessano completamente. I Convitti resistono alcuni anni, ma nel ’57 hanno ormai chiuso tutti, tranne quello di Milano, che a seguito di una lunga battaglia ottiene il riconoscimento di scuola media pubblica, l’Istituto “Amleto Livi”.

Complessivamente gli allievi dei convitti saranno circa 5.000. Le novità di questa esperienza, come scrive Lombardo Radice, furono essenzialmente due: il «rapporto istruzione-lavoro» e la «creazione di un “collettivo” democratico» in grado di autogovernarsi. Il valore paradigmatico dell’esperienza dei Convitti, del resto, è esplicitato da Manacorda nel finale del suo scritto del 1947: «Così convivono centoventi giovani: non è, certo, una società perfetta, ideale; è però una società che ha retto finora a prove ben dure, ad alti e bassi di speranze e di delusioni […] una società che, nata dal caos e dalla miseria, s’è costruita una vita in certo modo sicura; una società che, composta di giovani adusati alle armi […] parla una parola di serenità e di lavoro; una società che […] precorre i tempi e porta l’esempio d’una vita migliore».

Questo testo è tratto dal volume

Mario Alighiero Manacorda. Un intellettuale militante, tra storia, pedagogia e politica

a cura di C. Covato e C. Meta (romatrepress)

Il libro si può leggere integralmente a questo link