Malta, la solitudine dopo il delitto:
in corteo per la verità su Daphne

A un mese da quella morte  infame  – dilaniata da un’autobomba fra le colline del borghetto di Bidnija, come se fosse la Beirut dei signori della guerra – solo scarse reliquie  testimoniano nell’isola di Malta il lavoro di Daphne Galizia Caruana,  giornalista d’inchiesta dei Panama Papers che denunciava  i  potenti  hub criminali, dalla corruzione politica alla tratta del petrolio, che ipotecano la civiltà dell’isola dei Templari.

La prima stazione del ricordo è il monumento ai Cavalieri di San Giovanni, davanti alla co-cattedrale  che ospita nell’Oratorio la decapitazione del Battista, il più grande dipinto su tela di  Caravaggio.  Sui gradini del piedistallo con i bronzi dei Crociati gli amici hanno appoggiato una foto di Daphne, pochi fiori e la scritta  “non ci metteranno a tacere”.  Un grido e un’angoscia  che contrastano con la noncuranza  dello struscio alla Valletta.  I turisti lanciano un’occhiata –  qualcuno  accenna il segno della croce – mentre mangiano il gelato e fanno lo shopping elegante.

In rete,  ferma al 16 ottobre come un orologio con le lancette fracassate,  resta visibile la home page del Running commentary,  il blog/giornale dal quale Caruana fustigava  la sua isola giudicandola persa  nel malaffare e irriconoscibile.  Il titolo di apertura  di quel  giorno – “Schembri il delinquente va in aula, ma giura di non essere un delinquente” –  addita, come un j’accuse che durerà in eterno, il nome del capostaff del premier laburista Joseph Muscat,  Keith Schembri,  accusato da Caruana,  insieme all’attuale ministro del turismo Konrad Mizzi, di oscuri arricchimenti.  Fu dopo l’udienza, nella chiusa del pezzo,  che Daphne  scrisse la frase-testamento che ha scosso l’Europa: “Vedo malfattori ovunque, la situazione è disperata”.

Online resta anche  la rubrica che la giornalista teneva su un quotidiano maltese, l’Independent.  L’ultimo post è una requisitoria contro la legalizzazione della cannabis,  un argomento che divide nel profondo l’opinione pubblica: “Non è affatto una scelta personale – scriveva pochi giorni prima dell’assassinio -: anzi, ha un costo sociale altissimo.  Lo dico da liberale, da persona che ha il massimo rispetto per i diritti e le libertà altrui, e che accetta dallo stato solo una interferenza minima”.

A un mese dalla morte di Daphne la solitudine sembra il destino della Malta militante – lo ha ricordato sull’Espresso il blogger Manuel Delia:  “Una piccola minoranza infuriata e indignata dal fatto che l’avidità sia diventata una religione nazionale, capace di spalancare le porte ai dittatori azeri e alle varie mafie che qui riciclano il loro denaro sporco”.  Questa minoranza oggi, sedici novembre,  si ritrova in strada  per una marcia indetta sul profilo Facebook dal figlio di Daphne Caruana, Matthew:  “E’ passato un mese da allora, la nostra nazione ha fallito e ha perso.  Sarà una passeggiata silenziosa, perché ognuno rifletta su cosa sta facendo per contrastare i cambiamenti drammatici che avvengono intorno a noi”. Ci saranno i cartelli-memento: “La situazione è disperata”.

La denuncia dei figli e degli amici di Daphne è molto aspra, e dopo la strage non potrebbe essere altrimenti: “Il governo maltese è corrotto e aiuta i mafiosi, le leggi favoriscono e tutelano la criminalità internazionale”. Uno scontro senza possibili mediazioni.  “La polizia forse scoprirà, o forse no,  chi ha ordinato la morte di mia madre – ha scritto Matthew Caruana -.  Ma finchè chi ha condotto il Paese a questo punto rimarrà in carica, il nome dell’assassino non avrà alcuna importanza, sarà solo una nota a pie’ di pagina nella storia di come il nostro Stato fu smantellato pezzo a pezzo, e divorato da criminali e corrotti”. Le dimissioni del laburista Muscat sono il “programma minimo” della Malta che resiste.

L’Altra Isola è ormai una  Panama a sud della Sicilia, con i suoi milioni leciti e illeciti, con i palazzoni e  centinaia di gru che innalzano case a getto continuo sul waterfront dei paesini.  Quasi mezzo milione di abitanti (in costante crescita per la concessione  di passaporti a chi investe nell’isola), più di cinquantamila società iscritte alla camera di commercio, un sistema di tassazione locale e una cura della privacy che premiano gli investitori (sottraendo soldi al fisco degli altri paesi dell’Unione),  Malta vive un boom – i costi delle case e gli affitti vanno oltre una città come Roma -, senza curarsi poi troppo se a moltiplicare le ricchezze siano i fuoriusciti libici o le multinazionali del gioco.

I casinò abbondano,  come i turisti delle crociere e dei tour operator:  dalla città vecchia di Medina ai monumenti megalitici, dal turismo delle location di Game of Thrones sull’isola di Gozo ai percorsi misterici nello stile di Dan Brown, l’arcipelago prospera.  Gli spettri della rotta libica e delle autobomba,  delle società fantasma, dei mercanti di droga, petrolio, migranti e gioco che come un verminaio scavano sotto l’economia ufficiale, del degrado e della corruzione istituzionale appannano il crescente glamour à-la-Montecarlo.

Non tanto paradossalmente, quindi, l’assassinio di Daphne Caruana muove qualcosa più in Europa che nel piccolo stato Ue. E questa, in fondo, è l’unica vittoria, al momento,  del fronte del riscatto. Il parlamento dell’Unione ieri ha approvato una risoluzione che mette in mora  la crisi della legalità e della tenuta dello stato di diritto. Si chiede al capo della polizia, Lawrence Cutajar, e ai vertici della magistratura di investigare sui politici coinvolti nei Panama Papers e nei report della Fiau, l’agenzia maltese contro il riciclaggio del denaro sporco.

La Ue accende pure un (tardivo) riflettore sulla Pilatus bank,  l’istituto finanziario  che fa capo alle figlie del dittatore  azero  Ilham Aliyev, attraverso il quale – secondo le denunce di Daphne Caruana – venivano smistate a una società di Dubai della moglie del premier Muscat, Michelle,  tangenti milionarie. La Commissione Ue  chiede al premier maltese di cooperare a una indagine internazionale indipendente sull’ omicidio,  e di  avviare un confronto sulle norme di cittadinanza maltesi e la loro omogeneità con il quadro europeo. L’inchiesta vera, invece, sta ferma lì, nonostante le taglie e i solenni proclami di governo e opposizione: nessun arresto e nessuna pista, nella foresta dei possibili mandanti.