Malcom X a Tormarancia:
lezione popolare nelle case occupate

Chi ricorda Malcom X? Il leader più radicale degli afroamericani, ucciso da un killer probabilmente di stato, appena prima dell’assassinio di Martin Luther King, l’altro capo carismatico dei neri d’America. “Con ogni mezzo necessario” era la parola d’ordine di Malcom: non “con ogni mezzo”, ma “con ogni mezzo necessario”, l’aggettivo che dà un senso diverso all’esortazione.

Una lezione popolare

ogni mezzo necessarioMetti una sera di agosto, Roma quasi deserta, la sera rosata e quasi fresca, dopo l’arsura delle ore calde. La piccola folla che si raccoglie attorno al tavolo, davanti alla casa occupata di via Caravaggio 107 e davanti alla fermata dell’Atac (rarissimi gli autobus) – una delle occupazioni in pole position per l’annunciato sgombero d’autunno – aspetta un incontro-lezione. E’ una tappa di “Grande come una città”, una serie di lezioni di alto livello ma popolari, aperte a tutti, e in luoghi singolari: il cortile di una casa popolare, una scuola, un prato. “Grande come una città” è nato nel terzo municipio, guidato da Giovanni Caudo. Il suo assessore alla cultura è Christian Raimo, che qui, a Tormarancia, introduce un docente d’eccezione, l’americanista Sandro Portelli.

Malcom, si ricomincia dal nome

E’ lui che parla di Malcom X, una figura che oggi sembra scomparsa dall’orizzonte. Negli anni ’70, quando era viva l’emozione che accompagnò l’attentato che lo assassinò, il suo “Autobiografia di Malcom X” è stato un libro di formazione per molti giovani. Era una persona singolare, Malcom. Nato in una periferia del nord america – racconta Portelli – è la marginalità, il ghetto il suo primo ambiente. E’ un piccolo delinquente, giovanissimo va in carcere. E comincia a studiare. Lo studio e l’incontro con una singolare religione di islamici nazionalisti, la Nation of Islam, lo cambiano radicalmente.
Comincia a riflettere: perché ho i capelli rossicci e la pelle quasi chiara? E’ il sangue dei bianchi che hanno stuprato mia madre e le mie antenate nei campi del sud. Perché mi chiamo Little? E’ il cognome del padrone che è stato dato automaticamente a tutti gli schiavi liberati. Per questo il giovane uomo cambia nome e rivendica la cultura afroamericana: non è più Malcom Little, ma Malcom X: la mia origine è stata cancellata, la mia storia comincia da zero, da X.

La lotta degli afroamericani

caravaggio 107Portelli evoca la storia dei neri americani, una storia di rivolte continue, da quella di New York nel 1791 a quella in Virginia nel 1831. Nelle piantagioni del sud il padrone possedeva i suoi schiavi dall’alba al tramonto. Ma dal tramonto all’alba i neri costruivamo la loro identità, le feste, le danze, la musica. Da qui viene il blues, il jazz, il rap. “Nella notte si esercitava una resistenza radicale – dice Portelli – si faceva cultura, si impediva al padrone e a suo sapere di prendere il dominio della mente degli schiavi. C’è una vulgata che sostiene che a liberare i neri dalla schiavitù sia stato Lincoln e l’esercito del nord. Per la verità la guerra civile, nella prima parte, aveva visto il predomino militare del sud. E’ solo quando dal nord si annunciò la liberazione per gli schiavi che le cose cambiarono. Ci fu una fuga di massa degli schiavi: senza di loro, il sud tracollò rapidamente. Dunque non fu Lincoln a liberare gli schiavi, furono loro a salvare Lincoln”.

Il dialogo con Martin Luther King

Erano diversissimi, Martin Luther King e Malcom X. Anche se il loro percorso aveva lentamente cominciato a convergere. Lasciata la setta, “Malcom era diventato un socialista affascinato dai grandi leader africani, un anticapitalista: mai comunista – racconta Portelli – E poi: il reverendo King vuole scuotere il potere con la sua pratica non violenta, rivendica i diritti civili dei neri in quanto cittadini americani. Malcom non è d’accordo: non rivendica diritti in quanto cittadino americano, ma in quanto essere umano. Sono i diritti degli esseri umani a dover essere rispettati, in America e fuori. E’ qui che si batte il razzismo”.

Con ogni mezzo necessario

Ma come fate a essere non violenti con i razzisti bianchi che uccidono le vostre bambine, che combattono in modo barbaro e violento in Corea e in Giappone, diceva Malcom. E in qualche modo Martin Luther King lo ha ascoltato e ha pagato un pezzo altissimo: quando lo hanno ucciso aveva appena preso posizione contro la guerra in Vietnam, un eccidio sanguinoso che ha costretto gli Stati Uniti ad arrendersi, ma dopo un tributo pesantissimo di sangue, moltissimi i neri tra i caduti.

Cosa resta di Malcom X? chiede Portelli. La sua organizzazione crolla rapidamente, resta la rivendicazione del diritto di costruirsi uno spazio altro, una cultura antagonista, la pienezza della propria umanità, l’unità degli oppressi. Quanto ai mezzi di lotta, resta quel “con ogni mezzo necessario”. Lui, che non ha mai fatto un atto di violenza da quando è uscito di galera, ha rivendicato il diritto di non far scegliere al nemico razzista il terreno di lotta e le armi. Non è questione di scegliere tra la scheda elettorale o il fucile, ma di autonomia e dignità: decidiamo noi, non i nostri oppressori.
La sua voce parla ancora proprio perché è stata spezzata, anche se la lotta degli afroamericani contro il razzismo non si è fermata. Resta la domanda: chi siamo, cosa possiamo fare, chi sono i nostri fratelli nel mondo. La ricerca di un pensiero libero.

Caravaggio, la minaccia di sgombero

A introdurre questa lezione, insieme ai rappresentanti del Movimento di lotta per la casa e a Caravaggio occupato, anche Christian Raimo, che ha ricordato la minaccia di sgombero per le 130 famiglie, gli 80 bambini e le trecento persone che vivono a Tormarancia, in questi palazzoni della famiglia Armellini, grandi costruttori e grandi evasori. Scatole di vetro, una speculazione affittata a caro prezzo anche dalla Regione Lazio, un tempo e per insediarvi l’assessorato alla casa, una beffa.

Da sette anni è occupata da una comunità meticcia: tutti sono in lista per la casa popolare, i bambini vanno a scuola, ma finora le soluzioni offerte dal comune sono le stesse offerte agli occupanti di via Carlo Felice o di via Cardinal Caprarica, un letto, non una casa. Sui muri, un manifesto con la foto del bambino con i libri sfrattato da via Cardinal Caprarica. E la scritta: “Non mi sta bene che no”, la frase detta dal giovanissimo e coraggioso ragazzo ai fascisti che facevano picchetti a Torre Maura contro i rom. “Non ci sta bene che no”.
Il 26 agosto è previsto l’ultimo incontro con il Comitato provinciale per la sicurezza pubblica in Prefettura: se le proposte di Comune e Regione resteranno insoddisfacenti in via del Caravaggio ci si prepara alla resistenza.