Mafia, soldi e pomodori. I boss a Pachino

Anche gli affari sporchi fanno sorridere – o addirittura ridere – chi li fa. Capita se all’orizzonte si profila una pioggia di soldi. Accade dopo le catastrofi, quando imprenditori allupati fiutano il business; a maggior ragione si ripete in terre di mafia, quando bande e camarille controllano i rubinetti del denaro, appalti pubblici e un’imprenditoria privata asfaltata da richieste di “pizzo”, qualche volta tentata di rendere favori al clan dominante, nella fallace speranza di battere la concorrenza e garantirsi la sopravvivenza attraverso amicizie pericolose. “A Pachino mangiamo tutti e ridiamo tutti”, dicono i boss. Un’allegria irrefrenabile, basata soprattutto sul silenzio. Perché basta una voce, un articolo di giornale, una segnalazione su internet a cambiare l’espressione dei boss, a sostituire il sorriso col ghigno, a elaborare progetti di morte nei confronti di chi ha parlato o scritto, a scatenare aggressioni, incendi di case, magazzini e automobili.


Ne sa qualcosa Paolo Borrometi, 35 anni ma già giornalista investigativo di lungo corso. Il sito che ha creato si chiama “La spia”, ed è una sfida beffarda e orgogliosa al lessico mafioso. Per picciotti e capibastone è spia o sbirro chiunque si occupi dei loro affari, sporchi o in apparenza puliti, decisamente criminali o protetti da una sottile patina di legalità. Borrometi, giornalista gentile e caparbio, nato a Modica, cresciuto a Ragusa e oggi trasferitosi a Roma, ha acceso la luce che altri preferivano lasciare spenta e ne porta i segni nel corpo e nell’anima. Una spalla fratturata in tre punti, un tentativo – fortunatamente fallito – di incendiare la casa dove viveva coi genitori, una condanna a morte emanata dal clan Capello di Catania, su cortese richiesta del socio Salvatore Giuliano, boss di Pachino, già candidato sindaco della patria del pomodoro ciliegino, condannato per associazione di stampo mafioso .
Borrometi, sotto scorta dal 2014, è una sorta di spina nel fianco del boss. Da bravo cronista – peraltro pluripremiato per il suo lavoro – ha raccontato le storie di Salvatore Giuliano (nessuna parentela con l’omonimo bandito di Portella della Ginestra) e di altri boss; ha indagato a Vittoria e Scicli, la Vigata del commissario Montalbano, dove nella finzione letteraria domina come un dio ascoso il capomafia Balduccio Sinagra, mentre nella realtà era una clan di netturbini a decidere persino le sorti delle campagne elettorali. Ma per capire bene il suono del silenzio è comodo partire da Pachino, provincia di Siracusa, 22 mila abitanti, un’economia quasi esclusivamente basata sull’ortofrutta. La terra dove, secondo i boss intercettati, “tutti ridono e mangiano”, perché grazie agli accordi fatti in Comune, c’è denaro per tutti.


E’ Salvatore Spataro, consigliere comunale, secondo le indagini sodale del boss del paese, a pronunciare quelle parole. Tutto a posto, tutto già discusso con Paolo Bonaiuto, all’epoca sindaco eletto da una lista di centrodestra. Scrivono i giudici che tutto il denaro raccolto “a titolo di tangente” sarebbe stato suddiviso in parti uguali tra i soci: oltre a Spataro, il consigliere Massimo Agricola, il sindaco e ultimo, ovviamente non in ordine di importanza, il boss Salvatore Giuliano. Si può dunque stare allegri, dice il capo, perché se qualcuno non rispetta le intese gli si può sempre “suonare nelle gambe bello accussì” (lo si può gambizzare), oppure gli si può “sparare direttamente” (lo si può uccidere).
C’è un imprenditore che vuol partecipare all’evento “L’agosto pachinese”? Può farlo, versando nelle casse del sodalizio la modica cifra di diecimila euro, cioè probabilmente molto più degli introiti che gli garantirebbe la partecipazione alla rassegna estiva. Anche a Pachino funziona così: la mafia domina e l’economia boccheggia.
Col 2014 apparentemente tutto cambia. Sindaco diventa Roberto Bruno, candidato da una lista omnibus, che va dall’Unione di centro (Alfano) al Pd. Salvatore Spataro e Massimo Agricola – esponente di centro il primo, eletto da una lista civica il secondo – sono ancora in Consiglio comunale e i loro voti sono a disposizione per eventuali nuove alleanze. Il senatore Michele Giarrusso (5 stelle) ha chiesto in commissione antimafia l’accesso prefettizio (la procedura che precede l’eventuale scioglimento per mafia dell’amministrazione), domandando quali atti siano stati “influenzati” dai consiglieri comunali Agricola e Spataro. Ma come si è arrivati questo punto?


A “Giovanni Spampinato, primo martire della provincia babba” è dedicato, tra gli altri, il libro “Io non taccio”, che Paolo Borrometi ha scritto insieme ad altri colleghi ( Federica Angeli, Giuseppe Baldessarro, Arnaldo Capezzuto, Ester Castano, Marilù Mastro Giovanni , David Oddone, Roberta Polese) minacciati e/o aggrediti dalle mafie e ad altri, perseguitati da querele pretestuose e temerarie, attaccati da una politica sorda e cieca di fronte alle presenze criminali . In siciliano, la parola “babba” denota sprovvedutezza e chiusura di orizzonti: si può tradurre con “sciocca”. Giovanni Spampinato, fu chiamato da Vittorio Nisticò a collaborare con l’Ora di Palermo ed era corrispondente dell’Unità da Ragusa. Fu assassinato il 27 ottobre del 1972, con sei colpi di pistola. Aveva intuito, anche grazie alle testimonianze raccolte, gli scenari che sembravano fare da sfondo all’omicidio di Angelo Tumino, ingegnere edile ragusano col pallino dell’antiquariato, legato ad ambienti di estrema destra. Erano gli anni della strategia della tensione L’attenzione di Giovanni era stata catturata dagli strani movimenti di uomini come Stefano Delle Chiaie, leader della destra eversiva, all’epoca latitante. Da quelle parti era stato avvistato anche un ex milite della Decima Mas, Vittorio Quintavalle, come Delle Chiaie legato a doppio filo a Junio Valerio Borghese, che proprio in quegli anni veniva accusato di aver diretto un tentativo di golpe. Gli sbarchi sulla costa sudorientale della Sicilia di armi, sigarette e probabilmente anche di pezzi di antiquariato proventi di furto lasciavano pensare a un’intesa tra mafia ed eversione.
Non si è mai saputo chi abbia ucciso Angelo Tumino, ma si sa che molti indizi non furono adeguatamente coltivati dalla magistratura. Si conosce il nome dell’assassino di Giovanni Spampinato: Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa. Il giovane Campria era a casa di Tumino la sera stessa in cui il corpo dell’ingegnere fu trovato, sfigurato da un colpo ricevuto al capo, in una stradina interpoderale. Campria parlò di un delitto d’impeto, disse di avere ucciso Spampinato reagendo a una sua provocazione, ma non spiegò come mai fosse andato all’appuntamento con il giornalista con due pistole, un revolver e una semiautomatica, la dotazione di un killer che vuole evitare imprevisti e portare a termine la missione. Condannato a 20 anni in primo grado, ricorse in appello e alla fine se la cavò con 8 anni di manicomio giudiziario.
Corre l’obbligo di ricordare che due inchieste recenti hanno riaperto il capitolo dei rapporti tra mafia ed eversione, anche se in contesti diversi, descrivendo qualcosa di simile a quello che aveva tratteggiato il giovanissimo Spampinato. La più nota è quella riguardante l’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980); poi c’è il fascicolo sul disastro aereo di Montagna Longa (5 maggio 1972), basato anche sul rapporto di Giuseppe Peri, un commissario di polizia che indagava in particolare sui rapporti tra Pierluigi Concutelli, leader di Ordine nuovo e assassino del giudice Vittorio Occorsio, e i sequestri di persona organizzati e gestiti dalla criminalità organizzata.
All’epoca, la “ provincia babba” si accontentò di una verità zoppicante, hanno scritto il fratello di Giovanni, Alberto Spampinato (“C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni…”), e Luciano Mirone, (“Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia…”), autore di un’approfondita inchiesta sui due omicidi del 1972. Cominciò così a Ragusa e nella vicina Siracusa un cambiamento che, visto oggi, sembra quasi una discesa agli inferi. Città invase da fiumi di denaro di ignota provenienza, attentati, un potere che non ha volto. Paolo Borrometi racconta che a Ragusa “esistono degli imprenditori che pagano i dipendenti per tenere aperti dei negozi in cui nessuno, o quasi, va a spendere. Un paradosso che deve pur avere una giustificazione . Chi e perché ha investito una montagna di denari in qualcosa apparentemente senza senso?”.


Le tracce di chi, giornalista o magistrato, ha indagato sulla “lavanderia” di denaro sporco portano decise in direzione di Catania, secondo polo mafioso regionale dopo Palermo. Dopo gli anni ruggenti del clan Santapaola-Ercolano, alleato dei corleonesi, sono stati i Cappello-Bonaccorsi a prendere il controllo della piazza etnea o, quanto meno, a imporre una fragile tregua d’armi ai concorrenti. Un lavoro certosino e sotterraneo, che ha attratto nuovi adepti da uno dei clan più forti di Catania, quello di Sante Mazzei u carcagnusu, l’uomo che durante la stagione delle stragi cosiddette di mafia depositò un ordigno nel giardino di Boboli a Firenze. Spiega la Direzione investigativa antimafia che in questa parte della Sicilia i clan non esercitano un controllo generalizzato sulle attività criminali, orientando piuttosto l’attenzione su interessi strategici come l’aggiudicazione di appalti pubblici e il controllo delle attività economiche e produttive. Ai gruppi locali viene riconosciuta l’autonomia e viene concesso l’uso del marchio criminale più importante, quasi una sorta di franchising (relazione primo semestre 2012).
All’inizio del 2017, con l’operazione Penelope, il quadro si fa ancora più preciso, soprattutto perché nelle intercettazioni si parla di denaro, una montagna di denaro. L’indagine dimostra che “in modo del tutto sistematico gli elementi apicali del clan Cappello hanno posto in essere condotte volte a garantire il reimpiego in attività lecite degli ingenti profitti tratti dal traffico di droga, dall’usura e dall’estorsione, ricorrendo all’uopo a prestanome”.
In una conversazione intercettata, Giuseppe Calogero Balsamo, esponente catanese del clan Cappello, afferma che in cassa entrano, ogni mese, dai 350 mila ai 400 mila euro ( “…che ancora bene non lo sappiamo…”). Da questo si ricavano tra l’altro i soldi da destinare all’assistenza dei sodali finiti in carcere. Si va dai 500-1.000 euro al mese per i mafiosi di livello medio-basso ai 10 mila assegnati al capo clan Salvatore “Turi” Cappello, detenuto in un’altra regione, “perché c’è sua moglie che deve fare il colloquio e ci va con l’aereo…”. Il resto del denaro probabilmente prende altre direzioni. ”. E dove si concentrano gli interessi del clan? La filiera agroalimentare e la grande distribuzione “si confermano ambiti in cui sia le consorterie di Cosa nostra che i gruppi della Stidda continuano a operare con modalità aggressive”.

Forse è anche un alleato tanto forte a permettere al clan Giuliano, consociato pachinese dei Cappello, di fare il bello e il cattivo tempo nei territori controllati. Nel marzo scorso va misteriosamente a fuoco il magazzino dei fratelli Fortunato. Uno di loro, Sebastiano, era presidente del Consorzio (Igp) di tutela del pomodoro pachino. Al momento il procedimento aperto dalla Procura di Siracusa è contro ignoti, ma le fiamme sono arrivate dopo che Fortunato ha espulso un socio confezionatore, l’azienda “Fenice società agricola srl”, riconducibile al capomafia locale Salvatore Giuliano, lo stesso che, secondo le intercettazioni, il clan Cappello voleva gratificare con un “morticeddu”, cioè con l’omicidio del giornalista Paolo Borrometi.
La Fenice ha due soci, Gabriele Giuliano e Simone Vizzini. Il primo è figlio del boss Salvatore, che figura solo come dipendente; il secondo di Giuseppe Vizzini, eletto consigliere comunale nel 1997, arrestato e successivamente assolto.
I due Vizzini gestivano, a quanto pare senza pagare l’affitto, un distributore di benzina. Dopo che il giudice ha decretato il ritorno dell’impianto al legittimo proprietario, una bomba carta è stata fatta esplodere nell’auto della curatrice fallimentare, Adriana Quattropani. Piccoli e grandi fuochi hanno scandito la vita di Pachino nelle ultime settimane ma dalla periferia dell’isola giunge alle forze politiche solo l’eco di una protesta che comincia a scuotere il piccolo centro siracusano. Dopo l’incendio all’azienda Fortunato, centinaia di persone – sindaco in testa – hanno manifestato solidarietà agli imprenditori, contro la mafia e in difesa della legalità. Sono voci dal limite estremo della Repubblica. Nelle segreterie di alcuni partiti troveranno orecchie pronte ad ascoltarle? Forse potrebbe aiutare a individuare la falla che ha inghiottito decine di migliaia di voti.