Madri della festa
madri di tutti i giorni

Pa’ entrò in casa, liberando l’ingresso, e Tom guardò la madre. Stava pescando dalla padella le fette di farne increspate. Lo sportello del forno era aperto, e lasciava scorgere le spesse pagnotte scure allineate sulla piastra. Ma’ guardò verso la porta, ma Tom aveva il sole alle spalle, e Ma’ vide solo una sagoma scura che si stagliava sul giallo bagliore del sole. Annuì affabilmente. “Entrate,” disse. “Fortuna che stamattina ho fatto un sacco di pane”.

Tom rimase fermo a guardare. Ma’ era robusta, ma non grassa: appesantita dalle gravidanze e dal lavoro. Indossava un’ampia veste accollata di tela grigia su cui un tempo erano stampati dei fiori colorati, ma ormai il colore s’era sbiadito e i piccoli disegni floreali erano solo di un grigio un po’ più chiaro dello sfondo. La veste arrivava fino alle caviglie, i suoi piedi larghi e forti, scalzi, si muovevano lesti e agili sull’assito. I capelli fini e grigi erano raccolti in una piccola crocchia sulla nuca. Le maniche della veste coprivano fino al gomito le braccia forti e lentigginose, e le mani erano pienotte e delicate, come quelle di una bambina paffuta. Si era voltata e guardava nel sole. La sua faccia carnosa non era dolce: era risoluta, garbata. I suoi occhi nocciola sembravano aver vissuto ogni tragedia possibile, salendo come gradini il dolore e la sofferenza fino a raggiungere una comprensione sovrumana e un sommo equilibrio. Sembrava conoscere, accettare, gradire il suo ruolo di cittadella della famiglia, di roccaforte inespugnabile. E poiché il vecchio Tom e i figli non potevano conoscere sofferenza o paura se lei non denunciava sofferenza e paura, aveva imparato a rinchiudere l’una e l’altra dentro se stessa. E poiché, quando succedeva qualcosa di lieto, loro la guardavano per vedere se in lei ci fosse gioia, si era abituata a trarre motivo di riso da faccende che non ne avevano.

Ma meglio della gioia era l’equilibrio. Il senso della misura dà affidamento. E il grande e umile ruolo di Ma’ in seno alla famiglia le aveva conferito dignità e una nitida, equilibrata bellezza. Il suo ruolo di risanatrice aveva dato alle sue mani sicurezza, nerbo, sapienza; il ruolo di arbitro l’aveva resa remota e infallibile come una dea. Sembrava sapere che se lei avesse vacillato, l’intera famiglia avrebbe tremato, e che se un giorno si fosse trovata a cedere o a disperare davvero, l’intera famiglia sarebbe crollata, avrebbe smarrito ogni volontà di funzionare.

Ma’ guardò verso l’aia assolata, verso quella sagoma scura di uomo. Pa’ le si era messo accanto, fremendo di eccitazione. “Può entrare”, gridò. “Può entrare, signore.” E Tom, un po’ a disagio, varcò la soglia.

Ma’ alzò lo sguardo dalla padella, sorridendo. Poi la sua mano si abbassò adagio lungo il fianco, e la forchetta cadde rumorosamente sull’assito. I suoi occhi si spalancarono, le pupille si dilatarono. Respirava affannosamente, con la bocca aperta. Chiuse gli occhi. “Dio mio, grazie,” disse. “Oh Dio mio, grazie!”. Poi di colpo il suo viso si fece ansioso. “Tommy, non è che sei ricercato? Non è che sei scappato?”:

“No, Ma’, libero sulla parola. Ho i documenti qui.” Si toccò il petto.

Lei gli si avvicinò con delicatezza, silenziosa con i suoi piedi scalzi, e aveva il viso pieno di meraviglia. Con la piccola mano gli toccò il braccio, saggiò il vigore dei muscoli. Poi le dita salirono fino alla guancia come avrebbero fatto le dita di un cieco. E la sua gioia ebbe qualcosa del dolore.

(John Steinbeck, “Furore”, 1939)