Macerata, la piazza senza il bavaglio

Si chiamava Carlo Abbamagal, era un partigiano etiope che combattè nel maceratese – come altri cinquanta coraggiosi provenienti dalle colonie italiane – inquadrato nella brigata Mario, guidata dal comandante Mario Depangher. La vicenda, poco nota, la raccontano i Wu Ming e stride, in questi giorni. Chissà cosa Carlo Abbamagal e i suoi connazionali partigiani penserebbero oggi di quel che avviene a Macerata.
Proviamo a guardare con i suoi occhi, allora, e quelli dei feriti nel raid razzista e terrorista di Luca Traini. Potrebbero osservare, quegli occhi, l’indifferenza della città, le dichiarazioni dello sparatore, quelle dei suoi compagni di schieramento. Pronti a parlare di noi e loro, noi che ci difendiamo e loro che offendono, invertendo il senso e la verità: sono loro gli offesi, noi che li offendiamo.

Carlo Abbamagal e i compagni della Banda Mario. Dal sito Resistenze in Cirenaica.com

Che senso ha parlare di “problema immigrazione” se non per giustificare l’ingiustificabile? Che senso ha invocare la città ferita per chiedere di ammainare le bandiere di una manifestazione antifascista e antirazzista? Il sindaco di Macerata è molto accorato ma poco lucido: se una medicina c’è, nella nostra società malata di razzismo e tentata di nuovo dal fascismo, è quella di ritornare a rendere visibile la parte buona, quella solidale, quella che crea fratellanza e cultura.
A questo punto siamo arrivati perché da anni i talk show invitano un giorno dopo l’altro i Salvini e i Casa Pound. Perché gli intellettuali anche di sinistra vanno nelle loro tane a dibattere (non pubblicamente, che lì non entra chi vuole ma chi vogliono loro) e a legittimarli. Perché giornalisti poco attenti alla sostanza della costituzione vanno in giro a raccogliere i conati dell’incultura presentandola come pensiero possibile. Anche commovente, alle volte: come quel terribile articolo sull’ultimo cliente della ragazza maceratese, che ha approfittato di lei buttandola in braccio all’overdose. Poverino, così affranto ora che la tragedia si è compiuta. Ma che Italia siamo diventati?

Cosa dovrebbero pensare ora Carlo Abbamagal e i suoi compagni, vedendo l’Anpi, l’Arci, la Cgil accettare l’invito a non manifestare? Intendiamoci: ci fosse un pericolo vero, un attentato in preparazione, un innesco di rivolta, sarebbe stato ragionevole. E’ davvero così?

Il ministro Minniti, che indubbiamente ha fatto pressione sugli organizzatori della manifestazione e annuncia divieti direttamente dal Viminale, dovrebbe sapere che instillare questi pensieri non aiuta la causa della democrazia e della difesa Costituzionale. Ma aumenta sicuramente la paura, il disequilibrio di una campagna elettorale mai così estrema a destra, mai così povera e debole a sinistra. Soprattutto se si sfuggono le domande, se non si riesce a sapere ma solo supporre: questo pericolo democratico c’è o no? Il ministero degli Interni non aiuta a capire, e invece la trasparenza è parte della democrazia.

C’è dunque un così forte pericolo democratico da consigliare di non andare in piazza e rintanarsi in casa? O c’è solo la tentazione di ripiegarsi, di non voler legare Macerata a una manifestazione nazionale antirazzista?

Questo pericolo per fortuna Macerata non lo corre. Perché quella manifestazione antirazzista si farà. Perché i circoli territoriali dell’Arci e dell’Anpi, e non solo loro, si stanno ribellando ai vertici – che oggi invitano a non vietarla, quella manifestazione, e a far sì che sia ampia e partecipata e pacifica –  la macchina organizzativa è già in moto. Perché l’escalation fascista di una campagna elettorale dissennata guidata dalla Lega si deve fermare. Perché i feriti e le loro comunità devono sapere che ci sono italiani che non li guardano con disprezzo e paura, ma che li abbracciano e soffrono con loro, e si vergognano di appartenere alla stessa nazione di chi li ha feriti in una selvaggia rappresaglia. E qualcuno, ancora, ricorda quei partigiani dalle pelle nera che combatterono per la nostra libertà.