Ma dov’è l’unità nazionale? Il Paese
rischia di finire a pezzi

Che cosa succede in Italia? Perché, di fronte a un nemico comune – insidioso e feroce – non siamo tutti in grado di mettere da parte la demagogia e di rimboccarci le maniche con senso di responsabilità? Perché non siamo tutti capaci di pensare all’interesse generale e lasciare da parte – per un momento, solo per un momento – il nostro “particulare”? Perché non siamo più quel Paese che, in tutti i momenti terribili della sua storia, ha trovato sempre la forza di sapersi unire, ognuno con le proprie bandiere ma tutti insieme?

Sono le domande che suscita quel che accade nei giorni difficili del ritorno del grande contagio, durante i quali ciascuno cerca di difendere il proprio fortino, respingendo gli altri al di là delle mura. Nella speranza, vana, di raccogliere qualche briciola dal disastro in cui siamo tutti immersi fino al collo. Accade nella politica come nella società civile, in una specie di generale e drammatico cupio dissolvi.

Il trionfo delle ambizioni personali

Nella politica, una parte della classe dirigente, spesso di scarsa qualità e con lo sguardo cortissimo, non riesce ad avere la chiara consapevolezza del momento difficile che attraversa il Paese e si accapiglia per un titolo di giornale, una comparsata nei talk show e qualche zero virgola nei sondaggi. Nella maggioranza, fragile, che sostiene il governo le divisioni si accentuano, le ambizioni personali (basti qui citare il comportamento di Renzi) hanno troppo spesso la meglio sul lavoro serio di alcuni. Persino nel Pd, che ha fatto della vocazione al senso di responsabilità quasi la sua missione principale, avvengono cose incredibili: come quel capogruppo che ha invocato in Parlamento una verifica e la cacciata di qualche ministro all’insaputa, sembra, del partito che rappresenta e del suo segretario. A ogni Dpcm, insomma, si alza qualche voce fuori dal coro nel tentativo di accarezzare l’onda di qualche protesta o di difendere qualche interesse personale.

Le cose non cambiano se da Roma ci si sposta nella periferia. Ci sono sindaci e presidenti di Regione che pensano di comandare sui territori che governano come se avessero ricevuto dal voto popolare un potere assoluto e non un mandato verificabile. Spesso contestano il governo, altre volte si contestano a vicenda. Chiedono di essere coinvolti e poi, se lo sono, si lamentano perché pensano che si voglia scaricare su di loro la responsabilità di scelte impopolari. Molti sembra non abbiano idea di che cosa sia l’unità nazionale. Ognuno per la sua strada in una gara disordinata nella quale la politica, il governo e le istituzioni diventano quasi proprietà privata.

Un’opposizione da signor no

Nell’opposizione è anche peggio, perché la parte meno sovversiva e più moderata è ormai neutralizzata. La destra, depurata della sua debole anima liberale, ha il volto aggressivo di Matteo Salvini e quello barricadero di Giorgia Meloni. Gli stessi che qualche mese fa andavano in piazza senza mascherina e ora accusano il governo di non aver fatto nulla per impedire il ritorno dei contagi. Gli stessi che qualunque cosa accada e qualunque proposta venga avanzata – persino una proposta di collaborazione come sta accadendo in queste ore – hanno pronta sempre la stessa risposta ad uso e consumo dei tg: no, via il governo, via questo o quel ministro, dimissioni dimissioni. Nemmeno di fronte al feroce attacco fondamentalista alla Francia sono stati capaci di mettere da parte questa indecente logica propagandistica.

Il declino dei partiti ha generato questi mostri. I grandi partiti di massa riuscivano, con tutti i loro limiti, a rappresentare pezzi di popolo, aspirazioni, idee, interessi. E si muovevano difendendo la loro parte nel quadro di una responsabilità nazionale e di un interesse generale. Lo ha fatto per cinquant’anni la Dc stando al governo e lo ha fatto il Pci stando all’opposizione. Qualcuno ricorda che cosa accadde in questo Paese quando fu funestato dal terrorismo? E qualcuno ricorda come ne uscimmo? Ognuno per conto proprio o tutti insieme?

Oggi, invece, viviamo in una perpetua guerra fra tribù. Quelle politiche, di cui abbiamo detto, e quelle sociali, con categorie in lotta l’una contro l’altra: ognuna a difendere il proprio interesse particolare. I ristoratori, i baristi, i proprietari di palestre e piscine, i negozianti dei centri commerciali, i parrucchieri: ciascuno mette davanti a tutto se stesso. Non voglio dire che le chiusure e l’eventuale lockdown non creino problemi a queste categorie. Sicuramente saranno danneggiate ed è giusto pretendere che i cosiddetti ristori ci siano, siano veloci e giusti. Voglio dire invece che, quasi fosse lo specchio di una politica piccola piccola (come ha scritto Paolo Branca ) anche la società civile si frammenta e si dissolve in una guerra di tutti contro tutti al termine della quale non si salverà nessuno.

 

Minacciati dai falsi “collanti sociali”

Amin Maalouf, scrittore libanese che vive in Francia, ha esaminato in un bel libro (“Il naufragio delle civiltà”) le cause del declino del nostro mondo, o meglio dei nostri mondi. Con tutte le differenze tra loro, il tratto comune è la fine dei legami sociali, la nascita di “falsi collanti” che fingono di unire gli uomini e invece li dividono sempre di più. Il problema è che negli ultimi trent’anni si è affermata, soprattutto in Occidente, l’idea che ogni individuo debba agire secondo i propri interessi e che la somma degli egoismi individuali possa andare a beneficio della comunità. Ovviamente non è vero e lo abbiamo verificato. La svolta conservatrice degli anni Ottanta si basava proprio su questo principio e gli strascichi di quel pensiero sopravvivono anche negli anni Duemila. Lo stesso populismo di oggi segue quelle tracce fomentando le paure individuali, le rabbie individuali, il disagio individuale per intraprendere una battaglia contro l’altro da sé. Il nemico responsabile dei nostri guai, qualunque esso sia: l’immigrato, lo Stato, il governo, l’Europa. In questo modo il populismo distrugge il popolo e cerca di sopravvivere sollecitando gli istinti individuali.

Ecco, in questa situazione di frammentazione politica e sociale parlare di solidarietà nazionale o di responsabilità nazionale, come fanno i grandi giornali, appare stonato, quasi fuori luogo. Tra chi la solidarietà nazionale? Da parte di chi la responsabilità nazionale? E per fare che cosa? Difficile, per ora, trovare un senso comune.

Se la politica (e per quanto ci riguarda soprattutto: se la sinistra) non si rende conto che la distruzione del senso di comunità può essere l’anticamera della dissoluzione di uno stato e di una nazione, se non capisce che vanno creati, stando in mezzo al popolo e non sopra di esso, “veri collanti” che tengano insieme la società, alla fine il Covid, oltre a uccidere chissà quante altre migliaia di persone, riuscirà anche a distruggere quel che resta dell’unità del Paese e del senso civico che dovrebbe animarla. Resteremo soli e incattiviti in mezzo alle macerie. Le parole di Sergio Mattarella, che da mesi insiste sull’unità contro gli egoismi, rischiano di essere un triste grido nel deserto se non ci sarà un sussulto della buona politica.