Perché tanti giornalisti
nei salotti tv
dell’era populista?

Giornalisti che intervistano giornalisti. Non sarà certo l’anomalia più seria delle tante di questo Paese, ma è indubbio che da qualche tempo il fenomeno abbia assunto aspetti patologici. A qualsiasi ora della giornata – dal primo mattino a notte fonda – in tv (qualsiasi tv) è un susseguirsi di “opinionisti” che esprimono i loro punti di vista sulle questioni più differenti: il virus, la ripartenza, le elezioni regionali, il taglio dei parlamentari… Alternandosi certo con politici, scienziati, tecnici, economisti. Ma i giornalisti non mancano mai, anzi sono in netta maggioranza, e a loro spetta, il più delle volte, l’ultima parola.

L’anomalia probabilmente sta a monte, nella smodata quantità di talk show televisivi, altra caratteristica prettamente italiana. La tv di Cairo, in questo, batte tutti: non c’è praticamente giorno in cui non vada in scena un salotto di informazione e politica, fino all’apice della domenica sera, quando è il turno del conduttore-giustiziere che ama definirsi “anarchico” ma che si ritrova perfettamente a suo agio nell’affiancare il potente di turno (meglio se Salvini) nelle invettive e nelle accuse agli avversari politici o comunque agli assenti.

Un’altra caratteristica di questo fenomeno riguarda la ripetitività estrema delle “ospitate”: in genere sono sempre gli stessi ad alternarsi nei giudizi di politica e di morale civica. Capita addirittura di ritrovare – quando un programma è in differita -, l’ospite contemporaneamente in due talk show di canali televisivi differenti. E se sei un assiduo spettatore di questo genere tv, sai già quello che dirà: a difesa o contro questo premier e questo governo, a difesa o contro un’opera pubblica, a difesa o contro virologi e immunologi, a difesa o contro l’Europa, contro (mai a difesa) della casta della politica con cui ama comunque cazzeggiare nel comune salotto televisivo.

I conduttori – va detto – fanno con professionalità il loro mestiere, con qualche eccezione, su cui non vale la pena di soffermarsi. A loro va comunque tutta la solidarietà per un mestiere che col passare del tempo rischia di diventare noiosissimo. Magari potessero interrogare un inventore, uno scienziato pazzo, un operaio, un immigrato, una persona qualsiasi, magari ci si potesse confrontare con opinioni un po’ più originali di quelle del solito direttore in collegamento. Ma questa – ormai lo sappiamo – non è la Bbc ma la tv italiana (qualsiasi tv), e per di più nell’era populista.