La lotta alla mafia,
questa sconosciuta

La mafia non esiste. Quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Tante volte, troppe e per tanto tempo. Oggi nessuno si sognerebbe di ripeterle. All’apparenza è così, eppure sono in tanti che fanno di tutto, surrettiziamente, per accreditare l’idea che la mafia non esiste.
Chi sono costoro? Sono quelli che in campagna elettorale non parlano di questo argomento, come se non esistesse, come se non fosse un problema di primaria grandezza o come se fosse solo e soltanto una questione criminale che devono affrontare e risolvere magistrati e forze dell’ordine.

Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che si debba parlare ogni giorno di questo argomento, sto dicendo che è un errore non parlarne per niente, o quasi, espellendo di fatto il tema dalla competizione elettorale. Se si dà una scorsa ai programmi elettorali si vede come questi temi, accanto a quelli della corruzione e della legalità, sono molto marginali e trattati sbrigativamente.
È un errore serio. Perché? Perché si rischia di perdere quei voti (e sono tanti) di quegli elettori che si rifugiano nel non voto perché non c’è nessuno che fa una limpida, chiara, coerente e trasparente battaglia antimafia; perché qualcuno s’illude che così facendo possano arrivare voti da ambienti contigui alla mafia e s’illude ancora di più se pensa di non pagare pegno per quel pugno di voti che si pensa possano fare la differenza nei collegi in bilico.

Eppure è oramai chiaro a tutti che le mafie si sono trasformate e sempre di più hanno il volto della corruzione che maschera quello truce della violenza più estrema e brutale (che si può materializzare all’istante se occorre); ed è altrettanto chiaro a tutti che la mafia non è più un problema del Mezzogiorno e non abita più solo in quelle contrade ma ha preso residenza oramai da molto tempo nelle regioni del centro e del nord Italia. Basta solo dare un’occhiata veloce a quello che è successo in questi giorni tra la Toscana e Reggio Calabria per vedere materializzarsi queste due tendenze che coinvolgono non solo mafiosi d’antico lignaggio, ma imprenditori insospettabili, che non sono d’origine meridionale, che utilizzano aziende farlocche per fare affari in Italia e all’estero, per riciclare denaro, per inquinare l’economia pulita del nostro paese danneggiando le imprese sane.

Così come è oramai chiaro a tutti che per venire a capo di questo fenomeno plurisecolare non sono sufficienti da soli magistrati e forze dell’ordine perché se non si fa avanti la politica buona – che c’è, perché non è vero che tutti i politici in blocco sono mafiosi, corrotti, ladri o cretini – tutto diventa più difficile e i tempi per la soluzione del problema saranno molto più lunghi. Tutto ciò è chiaro ed è stato detto un’infinità di volte. E allora perché non diventa materia di campagna elettorale?

Innanzitutto perché ci sono quelli che confidano proprio nell’arrivo dei voti che possono spostare i mafiosi. Pochi o molti che siano, possono tornare utili per aumentare la percentuale di voti al partito o alla coalizione e possono essere decisivi soprattutto laddove un collegio si può vincere per una manciata di voti.
E poi forse perché, anche a sinistra, non c’è la convinzione che sollevare questi temi porti voti; anzi, anche se non è detto esplicitamente, c’è la convinzione opposta: in campagna elettorale è meglio non parlarne perché si rischia di perdere consensi (è un’antica, quanto sbagliata, idea); se ne parlerà dopo le elezioni.
Ma dopo le elezioni tutto diventerà più difficile; bisogna saperlo.