Ma per contare
le donne devono fare
come gli uomini?

Non è una mera questione di quote. Le donne che pure l’hanno posta negli anni per cercare di ottenere una rappresentanza altrimenti negata,  lo sanno bene che non è il genere femminile che garantisce le capacità. E questo vale per qualche maschio sapientino che non dovesse proprio farcela  a capire il ragionamento…Non è allora neanche una questione di difesa di genere anche se, visto come sono andate le cose nella composizione del governo Draghi con sole otto donne su 23 e per giunta in maggioranza senza portafoglio, forse avrebbero dovuto a prescindere mostrare un po’ più di spregiudicatezza e di lungimiranza nel difendere il diritto di rappresentanza della parte più consistente degli italiani, quella più longeva, capace di dividersi tra lavoro e cura come se fosse facile, ma che quel maledetto soffitto di cristallo non riescono a sfondarlo.

Diamo per buona la versione a cui tutti i capi di partito si sono prontamente omologati (anche per poca voglia di assumersi responsabilità) e, cioè, che Mario Draghi in persona avrebbe selezionato chi, uomini e donne, chiamare nel suo governo di salvezza nazionale. Questo  appare possibile per quanto riguarda le tre ministre tecniche di chiara fama, ma sembra difficile immaginarsi il Professore  impegnato nel riportare alla ribalta le due ex ministre del governo Berlusconi IV, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, nel selezionare Erika Stefani, leghista di lungo corso, in prima fila nella battaglia contro lo ius soli oppure nel recupero della dimissionaria silenziosa Elena Bonetti o di Fabiana Dadone, grillina anche lei solo per pochi giorni senza ministero. Se fosse così, in totale autonomia, a giudizio di Draghi, nessuna donna del Pd avrebbe avuto i requisiti per far parte della prima fila del governo, fosse anche senza portafoglio?  Di “migliori” da chiamare per far parte di un governo che tale doveva essere non ce ne sono nel Partito Democratico? Davvero strano.

Un problema per tutta la politica

Se così fosse il problema allora diventa politico. Innanzitutto per i Democratici, il più grande partito della sinistra, che con il rispetto della differenza di genere devono evidentemente imparare ancora a fare i conti nonostante ce l’abbiano ben scritto nello statuto. Ma è un problema in termini più generali. Mostra una difficoltà della politica tutta che già ha così zoppicato in questi anni e ultimi mesi di crisi tanto da dover ricorrere ad un padre della patria tecnico per uscire (si spera) dalle sabbie mobili dell’impossibilità di governare. Garantire una rappresentanza di genere equilibrata di per sé può dare stabilità a qualunque accordo. Quanto sta accadendo in queste ore al Nazareno, con le donne Pd che hanno finalmente deciso di far sentire la loro voce con forza contro il potere delle correnti del partito, quelle che sono ora autorevolmente rappresentate nel nuovo esecutivo, può servire da monito a quanti si ostinano a credere che il potere alle donne sia una gentile concessione degli uomini e non un loro diritto.

Qualche posto si troverà

Per mettere riparo alla situazione, ma sia chiaro sempre che il premier lo consenta, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti si è impegnato a proporre solo donne per le nomine ancora da fare. I posti da sottosegretario, pare non di vice ministro,  che toccheranno al Pd dovrebbero essere appannaggio solo delle donne del Partito. In questo modo si vorrebbe sanare un atteggiamento del partito che Marianna Madia ha liquidato come “machista” e che Laura Boldrini ha individuato come “schiacciato dalle correnti che limitano il protagonismo femminile”. Niente deve arrivare “per gentile concessione” secondo Debora Serracchiani. E per Cecilia D’Elia, portavoce della conferenza delle donne dem, alla “ferita” di queste ore si potrà forse dare sollievo magari con la nomina di una vicesegretaria  al posto di Andrea Orlando nominato ministro del Lavoro. “Le donne se vogliono contare davvero devono assumere dei ruoli politici dentro il Pd, puntare alla guida del partito” è l’indicazione di una veterana delle lotte per la parità come Rosy Bindi.

Dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, alle donne Pd arriva un consiglio che ha però il sapore di una provocazione ma anche di critica al partito: “Forse dovrebbero organizzarsi in una corrente se vorranno contare qualcosa”. Possibile che ancora l’unica via per uscirne è quella di usare gli schemi e i meccanismi della politica al maschile?