La sinistra e il popolo
da cui tornare

Si dice: ora dobbiamo tornare dal popolo. Sembra la ricetta magica per una sinistra che non da oggi, ad ogni sconfitta, non sa che fare e ripete quella frase come fosse un mantra con il quale salvarsi l’anima. Va bene, torniamo pure dal popolo. Ma per dirgli che cosa, per raccontargli quali idee, per coinvolgerlo in quale missione politica, per dargli quali obiettivi, per trascinarlo in quali nuove passioni? Se non si risponde a queste domande, quell’auspicio espresso da tutti, resta un vuoto appello retorico per poi ritornare sui vecchi, sconnessi sentieri di prima.

E’ questo il dramma della sinistra oggi. Che di fronte a una sconfitta così grande e terribile non è all’altezza nemmeno di tentare di capire dove e perché ha sbagliato. Il balbettìo a cui si assiste, sia nel Pd che in Leu, è impressionante. In qualche caso questa sinistra nemmeno si pone il problema di scavare nei propri errori, preferendo farsi trasportare sul terreno delle alchimie di governo senza avere, anche qui, le idee chiare. Sì, anche oggi che è in ginocchio si pone principalmente il problema del governo: infatti si interroga da due settimane se si debba stare sull’Aventino o se sia meglio dialogare, se farebbe bene una sana opposizione oppure se a certe condizioni non sia giusto partecipare al gioco, se sia utile rispondere alla chiamata di Mattarella con un no secco oppure con un vibrante senso di responsabilità.

Sia chiaro, non sono piccole questioni. Ma il resto? Tutto il resto della storia, da cui dipende il futuro, dove è finito? Facciamocela qualche domanda, invece di rifugiarci in un facile e pericoloso giustificazionismo. E allora. Perché la sinistra non c’è più, ormai da tempo, nelle zone estreme dove era il suo storico insediamento politico? Perché nei quartieri popolari al Sud è diventato il Movimento Cinque Stelle il referente dei problemi e dei drammi di un pezzo d’Italia ancora abbandonato e arretrato? Perché ormai da anni davanti alle fabbriche del Nord spesso ci trovi quelli della Lega e non gli eredi dei comunisti e dei socialisti? E perché dall’inizio del Duemila in poi le zone del benessere, dove un tempo era forte la Dc e anche il Msi aveva le proprie soddisfazioni, sono diventate il bacino elettorale di questa sinistra? Come è avvenuta questa mutazione genetica e perché nel corso del tempo nessuno ha tentato di fermarla? Anzi: perché alla fine è potuto arrivare un giovane segretario che quelli di quel “popolo” che avevano resistito strenuamente e non se n’erano andati, ha pensato bene di prenderli a schiaffi considerandoli un vecchiume da archiviare in nome della rottamazione e del nuovismo?

Ecco, se non si capisce che il sommovimento del 4 marzo non è un giro di ruota – oggi tocca a me, domani a te come ha spiegato Renzi giustificando la disfatta – ma un drammatico segnale di declino che può anche diventare inarrestabile, non si fa un passo avanti. Se non si capisce che certe teorie e certe pratiche neoliberiste che hanno guidato la sinistra almeno negli ultimi venti anni erano sbagliate. Che la disuguaglianza è cresciuta e con essa la forbice tra ricchi e poveri, l’occupazione segna ancora il passo, la poverà è entrata nelle case mentre si disquisisce sulle magnifiche sorti e progressive di Industria 4.0. Che non basta un partito leggero con un Tweet, un post su Facebook o magari una e-news per parlare con il popolo. Che per stare nel popolo il popolo non solo devi frequentarlo, ma soprattutto devi conoscerlo bene, seguirlo nei suoi problemi quotidiani e diventare un punto di riferimento invece che un semplice chiedi-voti il giorno delle elezioni. Se non si capisce tutto questo non si avrà l’esatta dimensione del problema che vive oggi la sinistra, arrivata a uno dei punti più bassi della sua storia elettorale, e mai si troveranno le giuste risposte.

Ecco il punto: siamo sicuri, ma proprio sicuri, che questa sinistra lo conosca il popolo dal quale dice di voler tornare? Siamo sicuri che sappia come vive, cosa pensa, quali problemi ha? Lo sa questa sinistra, solo per citare gli ultimi dati pubblicati in una bella inchiesta di Paolo Baroni sulla Stampa, che il tanto decantato aumento dell’occupazione sul quale si è imbastita la campagna elettorale della sconfitta, è avvenuto a macchia di leopardo, che solo 22 province italiane su 107 hanno avuto performance migliori del 2008 e solo 6 Regioni su 20 hanno aumentato gli occupati? Lo sa questa sinistra che nelle nostre periferie c’è gente che fa i salti mortali per riuscire a sopravvivere con qualche centinaio di euro e ci sono tanti giovani che non hanno nemmeno quelli? E lo sa quanti sono i ragazzi che prendono un treno o un volo low cost e se ne vanno all’estero a cercare fortuna?

Il popolo non è un totem. E’ carne viva, storie, vite vissute, drammi consumati, passioni e speranze, e anche brutti istinti di rabbia, di sopravvivenza o di prevaricazione. Con tutto questo una sinistra vera deve confrontarsi ogni giorno per riuscire a dargli una via d’uscita politica, a dargli identità e coesione. Come ha scritto Nicola Zingaretti, in uno dei pochi tentativi di riflettere sulla grande sconfitta, “bisogna rimmergere il partito nella vita reale” per riuscire a “rigenerare una lettura critica della società”. Perché, attirata dalle sirene del governo-per-il-governo, questa sinistra ha perso per strada se stessa e si è scissa dal sentimento popolare dimenticando il motivo per cui è nata: cambiare le cose.
E allora va bene: torniamo dal popolo. Ci mancherebbe altro, stare in mezzo al popolo è il minimo sindacale per potersi definire sinistra. Ma se poi non lo conosci e non hai nulla di vero e di nuovo da dire, quel popolo perché mai dovrebbe ricominciare a darti retta?