Basta accuse e ricatti,
ma il nostro debito
fa paura

Non parliamo più del premier olandese Rutte e dei suoi alleati “frugali” che hanno usato accuse e ricatti indecenti contro i Paesi dell’Europa del Sud e in particolare contro l’Italia nella discussione sul Recovery Fund.

Possiamo, però, fermarci un attimo e valutare la gravità del nostro debito pubblico? Dobbiamo analizzare e allarmarci per il debito, che abbiamo creato noi e che continuiamo ad alimentare. Il debito è una bomba, è una minaccia perenne per il nostro futuro, ci impedisce di crescere, di liberare risorse per la sanità, la scuola, l’innovazione. Ma gli italiani pensano in larghissima misura che il debito dello Stato sia dello Stato e quindi non li riguardi, lo hanno creato i partiti, i governi, magari la “casta”. Nessuno ne parla, nessuno vuole mettere responsabilmente questo tema al primo posto di un’agenda politica. Chi vuol fare una campagna elettorale parlando di riduzione del debito pubblico in Italia? Chi osa ipotizzare una patrimoniale che viene invece invocata dai miliardari americani per aiutare il loro Paese? Solo uno squilibrato. E, infatti, non si fa nulla.

Per l’Italia è un problema enorme. La Banca d’Italia ha appena certificato che il debito pubblico ha superato i 2500 miliardi di euro, questa cifra mostruosa è oggi sostenibile perché beneficiamo degli acquisti di titoli pubblici da parte della Bce. Ma da molto tempo non si vede un segno che possa indicare un’inversione di tendenza, una riduzione auspicabile per diventare più credibili agli occhi dei nostri partner europei e degli investitori internazionali. Con la pandemia la questione del debito si è aggravata in Italia, per la necessità di finanziare misure di emergenza e straordinarie, ed è peggiorata anche altrove. L’indebitamento nel mondo era già alto prima del coronavirus e in questa congiuntura sale ancora diventando quasi insostenibile per alcuni paesi. In Europa la situazione è delicata e da qui si può partire per comprendere certe durissime reazioni di alcuni governi, “frugali” o meno. Il debito pubblico dell’Eurozona toccherà il 102% entro la fine dell’anno. Spagna e Francia superano alla grande il limite del 100% del Pil, mentre Italia e Grecia – con il 155% e il 168% rispettivamente indicati per fine anno – sono i leader dei più indebitati.

I governi europei possono fare affidamento sulla Bce che dall’inizio della pandemia da Covid-19 ha lanciato una serie di iniziative per evitare tensioni eccessive e crolli. Tra queste la più importante è la Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) che permette l’acquisto di titoli per oltre 1.300 miliardi di euro, peraltro temporaneamente in deroga alle regole di partecipazione proporzionale al capitale.

Con questa deroga eccezionale negli ultimi mesi la Bce ha potuto acquistare una quota di titoli del debito italiano doppia rispetto a quanto spetterebbe al nostro Paese. Meno male che c’è l’Europa, verrebbe da dire. Inoltre il finanziamento delle misure di contrasto al virus e alla caduta dell’economia è stato possibile anche con altre iniziative: dal Sure (occupazione, cassa integrazione) al Mes sanitario (37 miliardi destinati all’Italia, se li accettiamo), dai finanziamenti della Bei per le imprese e ora il Recovery Fund. In totale il bazooka della Ue supera i 2 trilioni di euro che serviranno a fronteggiare la recessione pesante (-8,3% nel 2020) ma aiuta ad attenuarne il peso sui cittadini, a ridurre il rischio di una crisi finanziaria e accelera il processo di ripresa.

Di fronte a 2500 miliardi di debito pubblico, gli italiani possiedono una ricchezza netta di 9743 miliardi (Banca d’Italia), pari a otto volte il reddito disponibile. Il rapporto tra ricchezza delle famiglie e reddito disponibile in Italia è molto più alto di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna. Gli italiani, poi, anche nei momenti di difficoltà confermano di essere dei grandi risparmiatori e nel febbraio di quest’anno i depositi in conto corrente sono aumentati di oltre 89 miliardi. Se consideriamo l’intero patrimonio mobiliare (polizze, fondi pensione, conti correnti, azioni, fondi comuni, titoli di Stato) delle famiglie il valore arriva a 4445 miliardi.

Ma di tutta questa ricchezza, ben poca arriva agli investimenti produttivi, al finanziamento dell’economia, delle imprese tramite la Borsa che, infatti, è modestissima. Il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e Pil è solo del 36% in Italia contro il 148 degli Stati Uniti e il 55% della Germania. Tirando le somme: gli italiani hanno una ricchezza quasi quattro volte il debito pubblico che ritocca continuamente nuovi record, i risparmi li tengono sotto il materasso e riducono anche gli acquisti di titoli pubblici perché non si sa mai. Forse le perplessità di alcuni europei che ci guardano sorpresi mentre chiediamo soldi a fondo perduto hanno qualche giustificazione.