Ma i rivoltosi Usa non sono i figli degli “errori della sinistra”

La sua fine è stata ingloriosa e colpevole, ma Trump “ha fatto anche cose buone”. L’abbiamo letto e sentito in questi giorni, e non solo sui media della destra. Ma è davvero così? Con la sua politica fiscale e il ridimensionamento delle spese per la sanità e il welfare The Donald ha ingigantito le diseguaglianze in America e, di conseguenza, le tensioni sociali. La sua vicinanza ideologica al suprematismo bianco ha scatenato mai sopite pulsioni razziste che hanno portato a scene da guerra civile. Le sue propensioni al protezionismo hanno sconquassato l’ordine del commercio planetario. Le sue minacce di usare l’arma atomica hanno impaurito il mondo, che non si è certo tranquillizzato a vederlo poi a braccetto col “pazzo” cui minacciava la guerra totale. Si è ritirato dall’accordo mondiale sul clima e ha fatto di più: per compiacere una sua lobby elettorale ha incrementato l’uso del carbone e, perciò, delle emissioni di CO2. D’altra parte aveva cominciato la sua presidenza dicendo agli americani che il riscaldamento globale non esiste, non ultima per gravità tra le tante cannonate sparate contro la scienza che lo hanno portato, last not least, a gestire nel peggiore dei modi l’emergenza della pandemia.

Ma la grande industria, a cominciare da quella dell’auto e degli armamenti, ha prosperato, l’occupazione, fino allo scoppio dell’epidemia, era in crescita, la Borsa (quando il presidente non la spaventava con le sue sparate internazionali) arricchiva gli investitori…

Il capitalismo, bellezze

Certo: è il capitalismo, bellezze, ma a noi non piace. Questo sarebbe portato a dire un osservatore di sinistra. Non necessariamente un estremista, un settario, un marxista iperortodosso, ma anche un generico progressista, un liberal, un moderato, uno che ha fatto la sua Bad Godesberg nell’anima, uno che pensa all’economia di mercato come una cosa giusta, o comunque inevitabile, ma crede anche che gli spiriti animali del capitalismo vadano imbrigliati.

Vogliamo dirla nel modo più banale? Donald Trump ha fatto una politica interna selvaggiamente di classe e una politica estera potenzialmente imperialista, dove il “potenzialmente” sta tutto nel fatto che la superpotenza americana non è più tanto super e non è diventata “great again” perché ci sono la Cina e l’Europa che la contengono. E anche nel fatto che resiste ancora dalla guerra fredda un certo equilibrio della deterrenza nucleare.

A questa banalità, invece, nel giudizio di molti osservatori e commentatori di sinistra se ne intreccia un’altra che la limita, la confonde, tende a nasconderla. Questa seconda banalità consiste nell’opinione che dietro lo straordinario successo di Trump, e non solo il suo ma quello degli altri leader populisti che animano la scena del mondo, ci siano i fallimenti delle sinistre, dei sindacati, non solo del radicalismo socialista ma anche della political correctness liberal-democratica. Questa banalità si appoggia, certo, su qualche incontrovertibile fatto. Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti che gli errori e le debolezze delle sinistre politiche e sindacali, ma anche dei progressisti liberal, hanno avuto nei poderosi spostamenti a destra che si sono registrati nelle elezioni e negli orientamenti culturali di massa negli ultimi tempi. Per restare all’America, è del tutto ovvio che una parte (una parte) del successo elettorale di Trump nel 2016 fu determinata dallo spostamento a destra di larghe aree di elettorato operaio e ceto medio basso deluso dai democratici e dai sindacati. Il problema è, però, quando la banalità, ovvero la mera osservazione dei fatti, diventa una teoria politica secondo la quale il trumpismo e tutto il populismo in generale sarebbero fondamentalmente il prodotto del fallimento della sinistra, del liberalismo democratico e della democrazia tout court.

Le caratteristiche del populismo

Molte delle osservazioni e dei commenti che sono venuti da una parte della sinistra all’incredibile assalto di Washington avevano questo segno. Sembrava che partissero dal presupposto che i protagonisti dell’insurrezione fossero “roba nostra” abbandonata, tradita da “noi” e traviata dal verbo populista del tycoon che li ha sedotti e ingannati. Lo stesso siamo stati indotti a pensare, qui da noi, quando abbiamo visto violente rivolte “popolari” contro gli immigrati o certi effetti elettorali del qualunquismo populista trionfante.

L’impressione è che questo modo di considerare la vicenda complichi, anziché semplificare, l’analisi del fenomeno populismo, il quale ha una logica di fondo sua, non è solo la reazione agli errori altrui o solo il riempimento di un vuoto politico creato da colpevoli assenze. Consideriamo qualche criterio che accomuna le diverse esperienze populiste presenti oggi sulla scena del mondo ma anche i numerosi populismi del passato, sui quali purtroppo si tende piuttosto a sorvolare per il vizio tutto moderno e molto italiano di ignorare allegramente la storia. Due ricercatori della prestigiosa fondazione Bertelsmann ne hanno identificati tre che costituiscono, per così dire, il minimo comun denominatore di ogni esperienza di questo tipo: il sentimento anti-establishment, il fastidio per il pluralismo, ovvero per il pensiero degli altri, e il desiderio messianico che si affermi una non meglio definita “volontà del popolo”. Nadia Urbinati nel suo articolo pubblicato nei giorni scorsi su strisciarossa ne aggiunge un quarto che è in buona misura un corollario del secondo: ovvero il fideismo, e cioè la disposizione d’animo dei seguaci del leader a credere ciecamente alle sue affermazioni, per quanto assurde e in contrasto con l’esperienza di ciascuno esse possano essere. Politicamente quest’ultimo è l’aspetto più pericoloso perché crea un corto circuito del pensiero che rende non scalfibili dalle obiezioni razionali le convinzioni di chi crede. Moltissimi trumpiani duri e puri sono convinti davvero che le elezioni siano state rubate e che tutte le “esagerazioni” sull’epidemia “cinese” siano state montate ad arte dai democratici per usarle contro il loro capo. Lo credono con la stessa tetragona determinazione dei terrapiattisti o degli adepti di QAnon quando attribuiscono i problemi del leader a una congiura mondiale dei pedofili ordita da Obama.

Questi quattro criteri definiscono molto bene i contorni dell’avventura politica di Donald Trump, ma non è difficile vedere che delineano con la stessa chiarezza molte, se non tutte, le avventure totalitarie dei leader che si sono affermati come “veri interpreti” del volere del popolo. Si può pensare che le deviazioni ideologiche-culturali illustrate dai ricercatori della Bertelsmann e da Nadia Urbinati esprimano, in qualche modo, caratteristiche costanti nel pensiero sociale dei cittadini del mondo e che esse producano effetti devastanti solo quando incrociano una personalità capace di dar loro una veste ideologica e politica. Quella personalità, però, deve avere il potere. Se Adolf Hitler non fosse stato portato al governo dalla casta dominante nella Germania di Weimar sarebbe rimasto un comiziante da birreria e le sue accuse contro gli ebrei, in un paese che non era più antisemita della Francia o dell’Inghilterra, sarebbero state trattate come una fissazione un po’ stramba.

Soldati della guerra di Trump

Donald Trump ha avuto il potere. Lo ha conquistato non solo per gli errori e le debolezze degli avversari, pure se probabilmente la scelta di contrapporgli Hillary Clinton fu molto infelice, ma anche e soprattutto perché era molto forte la reazione dei grandi interessi economici e finanziari alla politica di Barack Obama, a cominciare alla pubblicizzazione di una parte del sistema sanitario, e perché gran parte dei Repubblicani pensarono che per riconquistare il controllo sull’economia si potesse correre il rischio di fare il surf sull’onda delle sue idee balzane.

È il potere, la sua poltrona nella stanza ovale che ha trasformato un imprenditore chiacchierato e abbastanza disprezzato dai suoi simili in un dominus, in un leader politico il cui fascino s’è affermato in patria e ha raccolto seguaci anche nel resto del mondo. Se non fosse stato il presidente degli Stati Uniti, le sue valanghe di tweets, le sue bugie sistematiche e un po’ maniacali, le sue idiosincrasie, il suo odio per la stampa sarebbero stati considerati per quello che valevano: nulla.

Per tornare all’inizio, lo schema di un presidente che “ha fatto anche cose buone” e che soltanto negli ultimissimi giorni del suo mandato è andato fuori di testa non solo non corrisponde alla verità dei fatti, ma è decisamente fuorviante. I “patrioti” che hanno assaltato il Congresso non erano proletari disperati orfani della democrazia matrigna e della sinistra che se li è dimenticati. Erano i soldati della guerra che per quattro anni il loro capo ha condotto dalla Casa Bianca. La cosa consolante è che si tratta d’una truppa scelta, per così dire, che rappresenta una parte molto minoritaria, checché ne dicano certi sondaggi improvvisati, di un elettorato che ha scelto Trump in massa (ma una massa a sua volta nettamente minoritaria del complesso dei votanti) per le normali ragioni per cui l’opinione conservatrice e i ceti più ricchi amano sempre e dappertutto i governanti che promettono di far pagare loro meno tasse e difendere il modello economico che li ha resi privilegiati.

Oggi si legge un po’ dappertutto che andato via Trump il trumpismo rimane, ma sarebbe meglio dire che il populismo rimane perché molti sono pronti a scommettere che una volta fuori della Casa Bianca l’uomo perderà ogni fascino sulle folle, mentre rimarranno le propensioni alle derive irrazionali e fideistiche che cercheranno e troveranno, forse, altri campioni, come la storia c’insegna che troppo spesso è accaduto. La democrazia continuerà ad avere le proprie debolezze e la sinistra continuerà a sbagliare. Ma con quello che è successo il 6 gennaio a Washington i fallimenti della sinistra c’entrano poco.