Ma Grasso
non è Togliatti

Anche se non è stata una grande campagna elettorale, e l’impressione che ha suscitato la gestione della lista unitaria è stata quella di una operazione di mera sopravvivenza del ceto politico, è indispensabile che la sinistra esca con una buona affermazione dal voto. Non aiutano però certe improvvisazioni sul governo di scopo, che svelano l’assenza di una idea strategica chiara.

Qui pesa una sorta di induzione alla ripetizione infinita degli schemi della svolta di Salerno. Responsabilità, vocazione governista come trofei da esibire a ogni giuntura critica. Una lista che è stimata al 6-7 per cento, non può permettersi di ragionare come una grande formazione politica protetta peraltro da una legittimazione internazionale esterna. Non si può avere la pretesa di imitare la testa di Togliatti poggiandola su un corpo di una micro-formazione in lotta per la sopravvivenza. Invece della giraffa uscirebbe un mostriciattolo tremante.

Il pensiero politico di un soggetto non può trascendere la forza effettiva, è solo questa dimensione quantitativa che conferisce la possibilità di manovra e quindi precisa la gittata compatibile delle categorie. Una forza al momento minoritaria non può illudersi di sfuggire al richiamo del voto utile tentato come ultima carta dal Pd (e da Veltroni, Prodi, Letta) urlando che è un’élite responsabile e nazionale, pronta all’arte del compromesso.

Il ricatto del voto utile (che assume ora la veste paradossale di votare Pd per penalizzare Renzi e aiutare così Gentiloni) si spezza non già annunciando di essere rilevanti nel tavolo delle trattative per trovare soluzioni tecniche nel dopo voto ma promettendo una presenza in aula che annuncia battaglia. Quando tutti i partiti maggiori usano parole sprezzanti contro il governo di scopo, è quantomeno paradossale che il bene della governabilità agiti i pensieri proprio di una sinistra “radicale”.

Uno spazio a sinistra è percepito come utile solo se lancia una sfida identitaria e propone l’irriducibile opposizione alla destra che avanza, e che non può certo trovare argini nella strategia di Renzi che paragona Berlusconi alla signora Merkel (con il folle incentivo a votarlo come argine al populismo). In fasi di polarizzazione politica e sociale elevata, con rischi evidenti di involuzione reazionaria nelle istituzioni (tra presidenzialismo e abolizione del divieto del vincolo di mandato), una sinistra può trascendere le trappole penalizzanti del meccanismo elettorale solo con un forte impianto identitario.

O la sinistra si dimostra nell’immediato una credibile forza di resistenza, in grado di giocare un ruolo attivo in opposizione alla caduta della democrazia repubblicana, oppure il chiacchiericcio sulla rassicurazione, sulla responsabilità la renderà afona e gli errori tattici la condanneranno alla marginalità. La sinistra deve andare alla ricerca della credibilità perduta come forza di opposizione, non come puntello subalterno di un sistema che frana. Prima di diventare giraffa, bisogna resistere con un forte senso dell’identità di chi si batte per ridare alla repubblica una striscia di rosso.