Chiusi in casa
donne e uomini
non solo uguali

Le crisi sono anche un momento di riflessione e per questo dobbiamo usare tutte le categorie che abbiamo a disposizione. Quella di genere è utile a decostruire la realtà, disvelando ciò che a partire dalla neutralità dei dati può rimanere invisibile. Il primo dato da sottolineare, che dovrà essere spiegato in termini medici, ma anche sociali e culturali, è che le donne si ammalano in misura minore di Covid-19. Questo potrebbe rallegrarci, compatibilmente con la tristezza che ci assale all’ascolto dei bollettini di guerra, ma se vogliamo riflettere sulle conseguenze di genere della pandemia dobbiamo andare oltre.

La casa non è la stessa per tutti

La prima considerazione parte dal confinamento domestico e da ciò che esso produce o porta alla luce. Vivere dentro le mura domestiche non è affatto una condizione egualitaria. Differenze sociali che si riverberano nella dimensione della casa, nell’esistenza di spazi privati all’aperto, per non dire dell’accesso ai devices tecnologici (smartphone, pc, ipad), sono tutti elementi che incidono sulla nostra qualità della vita in lockdown. Oltre a ciò, la casa, piccola o grande che sia, non è sempre quel luogo accogliente e sicuro che una certa tradizione familista ha cercato di rappresentare ad ogni costo, ma è uno spazio tutt’altro che immune da asimmetrie di potere e diseguaglianze, che nell’attuale pandemia rischiano di rafforzarsi a causa della reclusione.

La casa è infatti insidiosa e insicura per quelle donne che oggi trascorrono l’intera giornata con uomini violenti e maltrattanti. Recenti episodi di cronaca mostrano che la violenza domestica continua ad imporre la sua forza anche in tempi di pandemia, e talvolta attraverso la pandemia. A queste realtà occorrerebbe dare risposte immediate, mentre viene messa a nudo l’insipienza di scelte politiche che hanno fatto mancare finanziamenti ai centri antiviolenza che tanto fanno sul territorio. Spero sinceramente che ce ne ricorderemo, quando tutto questo sarà finito.

Altre due questioni meritano attenzione. La pandemia ha fatto emergere la centralità della cura e del lavoro riproduttivo, dimensioni disprezzate e rimosse dalla nostra società, esclusivamente incentrata sul lavoro produttivo. Il lavoro di cura viene demandato alle donne, che ancora oggi se ne fanno carico in misura di gran lunga superiore ai loro mariti e compagni, oppure affidato a coloro che, provenendo da contesti svantaggiati, vengono ad accudire i nostri anziani. Quanto mai necessario, questo lavoro è però svilito nella scala della reputazione sociale delle professioni e dei mestieri, nonostante esso supplisca di fatto alla mancanza di politiche sociali, alle carenze di un sistema di welfare universale e alla disattenzione nei confronti della conciliazione tra vita e lavoro.

casa internazionale delle donne

Se non riscopriamo di essere parte di una comunità

La cura, su cui la teoria femminista ha tanto riflettuto, oggi torna prepotentemente al centro della scena pubblica e si prende la sua rivincita, anche in ragione del debito sconfinato che stiamo maturando nei confronti di coloro che con professionalità si occupano dei malati. In tutto ciò scopriamo che non siamo affatto individui autosufficienti, fatti di pura razionalità, ma animali con bisogni, profondamente connessi gli uni agli altri. Nessuna pratica di individualismo solipsistico potrebbe salvarci dalla pandemia, ma solo la riscoperta di essere parte di una comunità, di dipendere dagli altri e dalle altre: o ci salviamo tutti insieme o non ce la faremo.

Questa dimensione comunitaria non è però olistica e totalizzante, non annienta gli individui che ne fanno parte, ma è una comunità che vive del contributo di tutti/e e di ciascuno, e che proprio nel comportamento responsabile dei singoli trova la sua forza. Anche questa è una lezione che non dovremo dimenticare.

 

Anna Loretoni è docente di Filosofia Politica presso la Scuola di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa