Ma davvero il “capitano” è invincibile come dicono i sondaggi?

Davvero il “capitano” è invincibile, come annunciano i sondaggi e certificano i commentatori? Un errore, speculare a quello di sottovalutare il nemico, è sempre stato quello di ritenere che le forze dell’avversario siano infinite e quindi incontrastabili sul piano dell’azione politica. Entrambe le considerazioni (imbattibilità e residualità) spingono un movimento alla resa. Salvini ha alle spalle una potenza indubbia, ma essa va compresa nei suoi punti di forza e scrutata anche nelle sue zone di fragilità.

A dare vigore alla Lega è il consenso che in molte altre democrazie premia il “momento” sovranista. Indicare che viene prima l’americano, l’austriaco, il polacco o l’italiano è un esercizio che ovunque è praticato con successo dalle nuove destre. Il mito della integrazione nazionale, associato alla paura dei perdenti della globalizzazione di restare sprovvisti delle residuali protezioni, conferisce attrattiva ai valori della tradizione patria e della identità etnico-religiosa agitati dalle destre come bandiere da contrapporre alle invasive culture altre.

Con le sue simbologie securitarie, Salvini ha occupato uno spazio lasciato incustodito dalla destra tradizionale che con An sperimentò la strategia di una conversione liberale-conservatrice che rinunciava deliberatamente a politicizzare con una certa enfasi negativa la questione dell’immigrazione. Il primitivismo politico, le regressioni culturali della Lega rispondono a una precisa strategia di cavalcare il risentimento, la paura.

Lasciarsi trasportare da un’onda attribuisce vantaggi, ma anche le onde più dissolutive si sgonfiano se chi le segue strumentalmente non garantisce dei tangibili risultati. La battaglia navale contro i migranti o le ambiguità sui moti di Torre Maura sollecita gli istinti di godimento più becero di un elettorato compiaciuto di vedere sequestrati in mare i corpi dei naufraghi o calpestato il pane dei rom. Ma oltre la punizione dei naviganti, o la ruspa che demolisce i campi, il meccanismo del consenso richiede altre prestazioni di governo per consolidarsi.

Alle paure legate alla venuta del migrante i sovranisti al potere associano la rivendicazione del potere statuale di coniare moneta (l’America di Trump batte moneta ma il governo dei 13 miliardari non brilla per apertura sociale) e l’invocazione di misure protezioniste ostili all’Europa tecno-liberista (non si spiega perché proprio l’Inghilterra liberista chiede di uscire dal paradiso liberoscambista di Bruxelles).

La prova del governo ridimensiona le ambizioni della destra e evidenzia le contraddizioni del fenomeno populista nel governo della crisi sociale perché il sovranismo si converte, con la legge sulla difesa sempre legittima, in una privatizzazione del bene pubblico per eccellenza, il monopolio statale della violenza legittima. Anche la rivendicazione del potere integrale di ciascuno Stato di disposizione delle leve del fisco ostruisce di fatto la strada alla omogeneizzazione dei regimi fiscali che sola potrebbe arginare la concorrenza al ribasso innescata su scala continentale ai danni del lavoro.

L’ideologia della flat tax e dei condoni svela con trasparenza il volto di classe del populismo che distribuisce per i poveri immagini del nemico a costo zero e per i ricchi regala esenzioni e tagli fiscali che erodono le politiche pubbliche, i diritti di cittadinanza. Al potere si è impiantata una coalizione immobilista e parassitaria che può essere destrutturata non già con le illusioni politiciste di separare il bicolore gialloverde, ma solo con una rifondazione politico-culturale della sinistra e con una ripresa di iniziativa sociale dinanzi ai fallimenti annunciati delle ricette populiste.