Ma cos’è una sinistra
riformista
e di governo?

“Liberi e Uguali” nasce con un problema di identità? Paolo Branca (Liberi e uguali ma con quale identità?) pensa di sì e sottolinea quanto la mancanza di chiarezza di fondo nella scelta tra “il riformismo della sinistra di governo” e il massimalismo “tipo Linke” possa pesare sul futuro dell’entità (chiamiamola così) capitanata da Piero Grasso. Pur se la questione, che non potrà “essere elusa”, non sposterà – aggiunge – un solo voto e non sarà tema di campagna elettorale. Di questo non sarei tanto sicuro. È vero che in epoca di partiti liquidi (e liquidati) e di massimi princìpi chiusi in cantina le questioni dell’identità hanno perso molta della loro drammatica centralità, però in tanti cuori di sinistra l’idea di venire da lontano per andare lontano (insomma: da qualche parte) deve avere ancora una sua suggestione.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ha perfettamente ragione Branca nell’individuare la dualità davanti alla quale il nuovo partito rischia di fare la fine dell’asino di Buridano. E allora, forse, bisognerà mettersi a studiare – noi, gli osservatori, ma soprattutto loro, i protagonisti – i due termini dell’alternativa. Fare come la Linke è un’espressione molto sintetica e forse un po’ ingiusta verso il partito della sinistra tedesco che non è tout-court “massimalista”, ha diverse anime alcune delle quali sarebbero anche ben disposte verso un’alleanza alla loro destra se i socialdemocratici ci stessero. Neppure Podemos e forse neppure Melanchon sono massimalisti in modo così irrimediabile. E però, saltando oltre i distinguo e le sottigliezze, tutti siamo in grado di intendere, più o meno, che cosa s’intenda per massimalismo e massimalisti perché si tratta di archetipi arcinoti nella vicenda della sinistra mondiale: quelli dei duri e puri, i quali fanno della propria coerenza un bastione che alla fine rischia di proteggere una città che intanto s’è svuotata.

È l’altro mucchio di fieno davanti all’asino libero-e-uguale che appare assai meno definibile. Che cos’è esattamente una sinistra riformista e di governo? Come si coniuga il sostantivo con l’aggettivo e il complemento di specificazione? A me pare che questa coniugazione sia alquanto problematica e che questa problematicità non sia un dato recente, legato solo, o prevalentemente, alle incertezze identitarie del nascente partito che ha scelto di affidarsi a un ottimo tertium datur come Piero Grasso proprio per non dover né poter scegliere tra i due corni. Le contraddizioni nascono adesso ma hanno una gestazione d’una ventina d’anni. Datano, mi pare, dalla stagione del “New Labour” e della “Terza via”, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del Duemila quando i gruppi dirigenti dei maggiori partiti socialisti e socialdemocratici europei al governo (e in America i democratici di Billy Clinton) rividero radicalmente le politiche tradizionali in fatto di mercato del lavoro e welfare.

In Germania il nuovo corso, che venne compendiato nel programma “Agenda 2010” dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, provocò una scissione a sinistra e fece iniziare un declino elettorale della SPD che si protrae fino a oggi, ma ebbe l’effetto di rivitalizzare l’economia che sul volgere del secolo era gravemente in crisi. Negli altri paesi neppure questo: il “nuovo riformismo”, che si espresse non solo con “Agenda 2010” ma tra le tante cose con piani e documenti comuni tra D’Alema e Tony Blair e con la creazione di una rete di scambi e collaborazioni con Clinton che, intanto, provvedeva a una insensata liberalizzazione del mercato finanziario, fu una lenta, graduale e fatale perdita di egemonia nel pensiero economico rispetto alla destra.

Naturalmente spiegare il declino delle sinistre solo così sarebbe una semplificazione brutale. Però è difficile sfuggire all’impressione di un fallimento se si considera che nel giro di meno di venti anni si è passati da una situazione in cui i socialisti erano al governo in quasi tutti i paesi della UE, come non mancò di sottolineare orgoglioso Massimo D’Alema nel primo Consiglio europeo cui partecipò come capo del governo italiano, a una situazione in cui socialisti riformisti e laburisti sono praticamente scomparsi in Francia e nei Paesi Bassi, sono pesantemente in crisi in Spagna e in Germania e hanno avuto un sussulto di vitalità in Gran Bretagna solo dopo la svolta a sinistra imposta da Jeremy Corbyn.

È abbastanza evidente che il nuovo partito a sinistra del Pd non può non vivere come una contraddizione il peso di questo passato e, come giustamente sottolinea Branca, i suoi dirigenti che vengono dall’esperienza riformista dovrebbero rispondere a qualche domanda. Non per fare l’autocritica, che è roba da stalinisti. Ma una riflessione critica, senza reticenze, quella sì.