Ma Joe Biden
non ha vinto
grazie al voto centrista

Analizzare il voto democratico è sempre un esercizio complesso. A maggior ragione se questo diritto è esercitato dal popolo americano, che si presenta più frantumato del previsto, sotto il dato di una generale polarizzazione.

Innanzitutto è giusto ripetere che il sistema dei grandi elettori, la negazione del principio “one head, one vote”, falsa la competizione. Joe Biden vince con uno scarto di cinque milioni di voti, circa il 3% dei consensi in più, eppure non ha potuto dichiarare matematicamente certa la sua vittoria prima di un lunghissimo spoglio. Questo è avvenuto perché negli U.S.A. vince chi ottiene la maggioranza di un gruppo di votanti, i “grandi elettori”, che si riuniscono in un secondo momento e che scelgono il presidente sulla base dell’indicazione popolare, espressa il primo martedì di novembre ogni quattro anni. L’assemblea in questione è composta da 538 membri, ripartiti per ogni Stato sullo schema dei seggi nel Congresso. Per esempio, se i repubblicani, come è accaduto, vincono in Florida, ottengono il consenso del gruppo dei grandi elettori che sono stati assegnati a quello Stato, cioè 29. Quindi 29 su 538 voteranno repubblicano in quella che si definisce essere una elezione di secondo grado. Il problema sta nel fatto che questa ripartizione non corrisponde effettivamente alla densità di popolazione, col risultato che ci sono Stati sovra-rappresentati ed altri sotto-rappresentati.

Questa dinamica è ancora più pesante al Senato, dove paesi come la California, con 40 milioni di abitanti, hanno lo stesso numero di seggi del Wyoming, che ha 600.000 cittadini. Il concetto di rappresentatività è sproporzionato e si rischia, come è accaduto alle elezioni del 2016, di eleggere un presidente che, pur avendo la maggioranza dei grandi elettori, non ha il consenso della maggioranza della popolazione.

Questa volta, però, il voto popolare ha sancito la vittoria di Biden, che sarà eletto presidente anche dall’assemblea dei grandi elettori, sconfiggendo un avversario molto ostico che conquista dieci milioni di voti in più rispetto alle passate elezioni. Si leggono, a tale proposito, molti commenti che attribuiscono la sconfitta al virus, sostenendo che, senza di questo, avrebbe vinto Trump. Non credo che sbaglino perché la campagna elettorale ha discusso molto sulla cattiva gestione del Covid, però sarebbe un’analisi parziale. Il partito del Pil, che ha cercato di alimentare la dicotomia salute-economia, deve fare i conti con un insuccesso di fondo dell’ultima presidenza: la questione fiscale. La pesante riforma, fortemente voluta dal tycoon, non ha aumentato il potere d’acquisto delle classi medio-basse e sottoprivilegiate, e la correlazione tra voto e reddito dimostra come le tute blu non abbiano sostenuto il presidente repubblicano. Trump prende molti voti nella fascia compresa tra i 100.000 e i 200.000 dollari di reddito annuo, risultando sconfitto nelle classi inferiori e dimostrando di avere perso alcune delle categorie che si pensa lo abbiano sostenuto quattro anni fa. È un dato che giustifica l’orientamento degli Stati della Iron Belt, Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, così chiamati per via della presenza dell’industria siderurgica e della relativa classe operaia. Tornano a votare per i democratici dopo parecchio tempo e, secondo l’opinione di molti, avevano sostenuto Trump nelle scorse elezioni come risposta alla globalizzazione e al processo di smantellamento degli impianti.

In Florida, però, dove vince il referendum sull’aumento minimo dei salari, punto centrale del programma di Biden, i repubblicani battono i democratici. L’apporto decisivo arriva da un grosso pezzo della comunità ispanica, che si credeva avrebbe contrastato in massa il presidente uscente a causa della politica di chiusura ai migranti e per via delle proprie posizioni sulla questione razziale, tematica dirompente negli Stati Uniti. In realtà, non solo non è stato così, ma si registra un aumento dei consensi per Trump tra gli afroamericani, se lo si paragona agli altri candidati repubblicani. Anche il voto femminile è frammentato. Le donne votano in maggioranza per i dem, ma quelle bianche appoggiano “The Donald”, con una percentuale di 55 a 43.

Forse i dati più lineari riguardano le contrapposizioni generazionali e geografiche. I giovani e le aree più urbane sostengono largamente Biden; gli over 65 e le zone interne, più rurali, si concentrano sul partito repubblicano.

Sicuramente ha pesato il voto disgiunto, come dimostrano i risultati del Senato. Alcuni conservatori hanno voluto sbarazzarsi del loro leader, ma hanno continuato a sostenere il partito per favorire una “anatra zoppa”, cioè un’amministrazione senza un pieno consenso da parte di entrambe le Camere. Insomma, i rossi (questo è il colore dei repubblicani in America) perdono, ma si consolidano e aumentano di dieci milioni il proprio consenso.

Ciononostante, Biden non può essere considerato il candidato che vince perché centrista, cosmopolita e capace di coniugare le istanze dei moderati, spaventati dal blocco sociale reazionario. È molto più complicato di così. Biden vince anche perché fornisce una risposta ad alcuni problemi del paese, mobilitando un elettorato radical che nel 2016 non era stato pienamente coinvolto. Il suo programma parla di prendere di petto il virus, di migliorare il sistema sanitario, di garantire un salario minimo, di alleggerire i debiti degli studenti nei college, di lotta alla discriminazione razziale. Nessuno sostiene che sia un socialista, ma sicuramente il contributo al programma, quindi anche al voto, dell’ala più a sinistra dei democratici è stato decisivo per la vittoria finale. Nonostante il parere di qualche autorevole commentatore – che plaude alla possibilità di non avere la piena maggioranza al Congresso, così da scendere a patti con gli avversari e tenere a bada la sinistra interna – è proprio​ con le risposte di sinistra ai grandi temi che si può scalfire il blocco conservatore.

Interrompere l’avanzata delle destre significa confermare la propria vittoria ricucendo un rapporto col paese profondo e frammentato, con le minoranze, con le classi sottoprivilegiate, con chi si sente escluso, nella consapevolezza che negli U.S.A. sono ancora larghe le sacche che non si sentono rappresentate. Il voto americano dimostra che un elettorato radicalizzato ha bisogno di proposte radicali, per questo il voto per Biden non può essere considerato centrista. E per questo è necessario coinvolgere nel governo i rappresentanti dell’ala più a sinistra del partito, che è stata fondamentale per battere Trump, ma di cui c’è ancora più bisogno per sconfiggere il trumpismo.